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Il bassorilievo con «I funerali della Vergine» di Donatello che viene esposto nello stand della galleria Walter Padovani durante Tefaf

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Il bassorilievo con «I funerali della Vergine» di Donatello che viene esposto nello stand della galleria Walter Padovani durante Tefaf

Tre capolavori di Donatello a Tefaf Maastricht con Walter Padovani

Dalla strada di un paesello veneto al Quadrilatero della moda di Milano, l’antiquario milanese forgia il suo «gusto» tra ricerca, rischio e capolavori ritrovati, come quelli che ha portato nella fiera olandese, intrecciando la propria biografia alla storia dell’arte

Antonio Pepe

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Walter Padovani, antiquario milanese realizzato a tutto tondo, come una delle sue terrecotte, custodisce in un ricettacolo di terre del Nord Italia i segreti per il successo antiquariale. Le memorie partono, come la sua vita, «nel Veneto, in un paesello di ottocento anime legato al mondo contadino. Sono figlio di un restauratore di mobili, da mio padre appresi a classificare i chiodi antichi, drizzarli e dividerli per epoche, lucidare i mobili, intarsiare e mettere i filetti». Così cominciamo dalla strada, o forse giusto più in là, dal marciapiede, dove i Padovani esponevano i mobili in vendita. «Non so poi se attribuire i meriti di una svolta alla fortuna o alla mia forza di reazione, mossa dai limiti della bottega. Per una o per l’altra, parlando esclusivamente il linguaggio dei mobili ho incontrato uno dei massimi interpreti di questo idioma, un mercante di Parma, un riferimento all’epoca per l’ebanisteria. Mino Arduini trattava l’arredo del Sei e del Settecento di altissimo livello, quando i mobili costavano centinaia di milioni (di lire). Entrai nelle sue grazie come garzone di bottega. Si fa per dire, non ne aveva una vera e propria: dal lunedì al venerdì eravamo in giro per l’Italia, a Firenze, dai Bartolozzi, da Pratesi, a Roma, dai Di Castro, dagli Apolloni e da tutti gli altri grandi antiquari italiani. Il sabato tornavo a casa, lui invece alla sua villa e alle vendite in salotto, in compagnia dei suoi clienti». 

Da restauratore apprendista a procacciatore di livello, quanto è durato? «Dopo cinque anni presi il passo di questa vita, ma lo Stivale cominciava a starmi stretto. Con il compianto Leonardo Foi della Bottarell & Foi di Brescia, ci lanciammo all’avventura in Europa. Una settimana era dedicata all’acquisto e quella successiva tornavamo in Italia per vendere; così via per una decina d’anni. Lui era un esperto di alta epoca e io, di conseguenza, ho cercato di colmare il mercato fino all’Ottocento, ritagliandomi uno spazio nelle pietre dure, nella ceroplastica, nei micromosaici, tra le sculture. Queste spedizioni sono state una vera scuola, viaggiare ti apre la testa». 

Ora infatti è riconosciuto per un suo personalissimo «gusto Padovani», che gli adepti del lusso apprezzano in una simmetria nascosta tra l’ottone dorato e l’antracite degli allestimenti, poi nello strappo barocco, manieristico, o romantico, alla regola dell’ordine neoclassico. Quando si emancipa il carattere della sua galleria? «Dal 2000, quando a 33 anni apro a Milano nel Quadrilatero della moda, dove sono tuttora. Una mossa da incosciente, non scevra di presunzione giovanile. In quegli anni lì sembrava che il mondo si potesse conquistare facilmente, io mi sentivo fortissimo, giravo l’Europa, tornavo a casa e vendevo subito tutto, perlopiù agli antiquari milanesi. Poi, appena ho inaugurato, ero ormai un competitor non più un fornitore»

Talvolta anche le fortune sono scarse, allora bisogna campare di sudore senza quelle: «I primi cinque anni abbiamo visto i sorci verdi». «Abbiamo» perché dal 2000 entra in scena la storica dell’arte Svetlana Barni, un’innata cacciatrice del buon gusto, (a proposito di segugi) ora sempre in compagnia di Aura, un galgo spagnolo elegante e riservato quanto lei. Ma torniamo alla storia, quando si compie il riscatto? «Non ho un oggetto in cui identifico il trionfo del mio percorso. Per me è stata davvero una ricerca continua per avere qualcosa di meglio, sempre». Mentre Padovani  parla di sé con sincera modestia, al suo fianco in galleria catturano la mia totale attenzione tre capolavori in terracotta di Donato di Niccolò di Betto Bardi, noto a tutti, più semplicemente, come Donatello. Sono tra le espressioni più intime dell’artista, incise dalle sue impronte digitali. Un bassorilievo con «I funerali della Vergine» e due mezze figure di evangelisti. Una recentissima scoperta, pubblicata tra le pagine di «The Burlington Magazine» da Marco Scansani, che completa la visione frammentata di un rilievo noto agli studi dal 1916. La gioia dell’epifania è qui condivisa con il grande pubblico in anteprima, ma l’incontro con le opere è possibile nello stand Padovani a Tefaf, dal 14 al 19 marzo. Tornato alla realtà, mi ricompongo e recupero la sua voce: «Il vero gallerista deve fare ricerca. Cosa vuol dire? Vuol dire tutto e niente logicamente. Per me significa cercare dei percorsi un po’ meno battuti, quindi proporre anche artisti poco noti ma presentarli al pubblico per i loro massimi capolavori. Poi significa fare attenzione alle provenienze, esibire manufatti inediti, quando possibile (gli occhi di entrambi tornano al Donatello, Ndr). Ultimamente siamo molto attenti a questo. Logicamente per realizzare ciò è necessario anche il contributo di studiosi molto capaci. È per questo che nelle pubblicazioni a nome della galleria compaiono grandi firme e giovani studiosi, di cui ho piena stima. Penso che il partire dalla strada, come ho fatto io, porti, oltre agli svantaggi inevitabilmente, alcuni vantaggi rispetto a chi si trova più agiato. Il primo è che vuoi dimostrare di valere qualcosa. Per far questo devi portare il risultato. Etica e prestazione, non c’è altra storia. Il secondo vantaggio è che non puoi tornare indietro, non te lo puoi proprio permettere, è la débâcle assoluta. Io non avevo un piano B, né una famiglia che mi potesse concedere un piano B. Non credo sia un merito, è costrizione degli eventi». Merito o no, con un genio da scultore ha fatto della sua biografia un unico impasto con la storia dell’arte, due argille senza crepe in cottura. All’angolo di via della Spiga, il rispetto delle opere vale quanto lo stare in famiglia. Dalla campagna alla villa di Arduini, alle aste e alle copiose letture d’arte. Tutto sommato, quella che Padovani ha fondato, come nel titolo di un libro del più raffinato degli anglisti, che tanto l’antiquario mi ha incoraggiato a leggere, è niente di meno che la sua «Casa della Vita».

Antonio Pepe, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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