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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliLa casa di Pierre Loti a Rochefort, sua città natale nel sudovest della Francia, sulle rive della Charentes, sembra sospesa fuori dal tempo. Quando si arriva davanti alla sobria e borghese dimora al numero 137 della via che porta il suo nome, non si può immaginare l’esuberanza degli interni. Chiamarla solo casa sarebbe riduttivo. Oltrepassata la soglia, è un’esplosione visiva, un festival teatrale in cui Loti, al secolo Louis-Marie-Julien Viaud, ufficiale di Marina, romanziere prolifico, giovane accademico (eletto a soli 41 anni), collezionista smanioso, appassionato viaggiatore e dandy ossessionato dalla bellezza e dall’idea della morte, mise in scena la propria esistenza.
Nel 1871, acquistando e unendo due case adiacenti, diede vita a un progetto visionario che portò avanti per oltre vent’anni, abbattendo muri portanti e modificando la struttura originaria degli edifici pur di realizzare le proprie fantasie. Acquistata dalla città nel 1969 e aperta come casa museo nel 1972, la dimora è stata chiusa nel 2012 per motivi di sicurezza, poiché presentava gravi danni strutturali, crepe e cedimenti. Dopo una lunga campagna di studi e restauri ha finalmente riaperto il 10 giugno scorso, restituita come si trovava alla morte di Loti, a 73 anni, nel 1923. Un cantiere colossale, affidato alla Drac-Direzione regionale degli affari culturali della Nuova Aquitania, in collaborazione con l’atelier à Kiko di Gilles Vignier, per l’allestimento del percorso e degli spazi per l’accoglienza del pubblico, costato 14 milioni di euro circa finanziati da fondi pubblici, dal Loto du Patrimoine e da mecenati privati. Anche tutti gli oggetti d’arte della collezione sono stati restaurati. Sono oltre 4mila tra mobili, arazzi, maschere, tappeti, armi, ceramiche, reliquie religiose, che lo scrittore riportò dai suoi viaggi, con una disinvoltura, nel contesto coloniale dell’epoca, che più tardi avrebbe sollevato ovvi interrogativi etici. Alcuni studiosi parlano di «butin romantique», bottino romantico.
Pierre Loti a Pechino nel 1901
Per Claude Stéfani, conservatore della dimora, Loti fu «un collezionista compulsivo». La sua casa, scrive la stampa francese, è come un «viaggio immobile». Lo scrittore trascorse gran parte della sua vita in mare, in servizio come ufficiale di Marina per oltre quarant’anni. I suoi viaggi lo portarono a Tahiti, in Giappone, Turchia, Africa del Nord. Queste esperienze influenzarono le sue opere, Pêcheur d’Islande, Madame Chrysanthème e Aziyadé, e tutta la sua vita. Nella casa creò ambienti tematici che gli ricordavano l’Estremo Oriente, la Spagna moresca o l’Egitto faraonico.
Al piano terra, il primo spazio in cui si entra è il Salone Rosso, sontuoso e domestico, tappezzato di velluti rossi e ritratti di famiglia. A sua volta, la Sala gotica, con i suoi mostri e blasoni, evoca un Medioevo idealizzato. Il soffitto di legno era infestato di termiti ed è stato ricostituito. In quella che era una sala da pranzo Loti fece allestire una Pagoda giapponese, un caos organizzato di lanterne, armature, bambole, tessuti, maschere, statuette, riportate da Nagasaki. Maestosa e teatrale, la Sala Rinascimentale, con il grande caminetto e gli arazzi alle pareti, accolse leggendarie feste in costume, in cui Loti si mascherava di volta in volta da sultano, samurai o muezzin. Il viaggio esotico continua nel Salone turco, con il soffitto di stucchi ispirato all’Alhambra di Granada, le stoffe ottomane e le ceramiche andaluse. Il capolavoro della casa è la Moschea, con le sue colonne di marmo, le maioliche siriane, la fontana e il famoso soffitto del XVIII secolo, opera in legno policromo proveniente da Damasco, salvato grazie a una difficile operazione di consolidamento. Una sorta di corridoio trasformato in biblioteca è detto la Sala delle mummie per gli amuleti, le statuette e le curiosità che vi sono esposte, raccolte in Africa del Nord e Medio Oriente. L’ultima opera di Loti fu la Sala cinese, dal soffitto a cassettoni con draghi e mobili, tra cui il trono, provenienti dalla Città Proibita, riportati dopo il soggiorno a Pechino nel 1900. Anche la delicata Camera delle api, che fu di Blanche, moglie di Loti, è aperta ai visitatori. Durante i restauri è stata scoperta persino una nuova Camera spagnola (che non è accessibile). Dove mancavano le fonti, i conservatori hanno scelto con rigore tra restauro, ricostruzione o evocazione. Un equilibrio sottile tra verità storica e fedeltà emotiva. Loti, ha osservato Stéfani, «era così ossessionato dalla morte, che i decori della casa sono un modo per fermare il tempo, per sottrarsi al suo incedere». La sera alcune finestre vengono illuminate dall’interno, per spegnersi poi gradualmente al calare della notte. Come se lo spettro di Pierre Loti tornasse tutte le sere ad abitare la casa.
Una veduta esterna della casa museo di Pierre Loti a Rochefort. © Musées-municipaux Rochefort 17. © Simon David
La Moschea. © Musées-municipaux Rochefort 17. © Simon David
La Camera araba. © Musées-municipaux Rochefort 17. © Simon David
Un dettaglio della Sala gotica. © Musées-municipaux Rochefort 17. © Simon David
Lo studio di Pierre Loti. © Musées-municipaux Rochefort 17. © Simon David
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