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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUn relitto di circa 4.700 anni fa, un carico di recipienti ceramici che potrebbe provenire dalla valle del Giordano e un'anfora con nove incisioni e due fori la cui funzione rimane ancora da chiarire. Al largo dell'isola di Kekova, lungo la costa mediterranea della Turchia meridionale, gli archeologi stanno ricostruendo la storia di un'imbarcazione dell'Antica Età del Bronzo, offrendo nuovi elementi per comprendere la circolazione delle merci e la vita quotidiana dei naviganti nel Mediterraneo orientale del III millennio a.C.
I risultati delle indagini sono stati annunciati il 14 ottobre 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo, Mehmet Nuri Ersoy. Il relitto era stato individuato e documentato per la prima volta nel 2024 da ricercatori dell'Università di Akdeniz, mentre le successive campagne di archeologia subacquea, condotte sotto la direzione scientifica di Hakan Öniz, hanno permesso di approfondire lo studio dei materiali. L'importanza della scoperta riguarda soprattutto la cronologia. Il naufragio sarebbe avvenuto molti secoli prima di quelli di Uluburun e Capo Gelidonya, due dei più celebri relitti dell'Età del Bronzo rinvenuti lungo la costa anatolica, fondamentali per ricostruire gli scambi commerciali del Mediterraneo orientale nel II millennio a.C.
Il sito di Kekova potrebbe dunque documentare una fase sensibilmente più antica della navigazione commerciale, quando le reti di collegamento tra Anatolia, Levante, Egitto e mondo egeo erano già attive, ma la loro organizzazione resta ancora in parte da ricostruire.
Le anfore e le rotte commerciali del Mediterraneo
I reperti più significativi sono alcuni grandi recipienti ceramici, identificati nel resoconto delle indagini come anfore, le cui caratteristiche tipologiche e tecnologiche hanno permesso di proporre una datazione all'Antica Età del Bronzo.
Le prime analisi dell'argilla suggeriscono che alcuni esemplari potrebbero essere stati prodotti in officine della valle del Giordano, nell'antico Levante. Se questa provenienza sarà confermata da ulteriori indagini archeometriche, il ritrovamento offrirà un'importante testimonianza della circolazione di manufatti tra le coste levantine e l'Anatolia meridionale. Contenitori confrontabili per forma e caratteristiche sono stati individuati anche in contesti archeologici dell'Egitto, di Troia e di Creta. La loro diffusione suggerisce l'esistenza di collegamenti tra centri produttivi e regioni geograficamente distanti, ben prima dello sviluppo dei grandi sistemi commerciali marittimi documentati nella tarda Età del Bronzo.
I recipienti presentano basi relativamente piatte, anse laterali e decorazioni incise. Secondo gli archeologi, potrebbero essere stati utilizzati per trasportare olio, vino o altri prodotti agricoli, anche se la natura effettiva del contenuto non è stata ancora determinata. Finora sono state recuperate due anfore per esami approfonditi, una nel 2024 e una nel 2025. Le differenze riscontrate nella composizione dell'argilla, nella lavorazione e nelle caratteristiche morfologiche indicano che il carico potrebbe comprendere contenitori con funzioni differenti. Una delle ipotesi formulate dai ricercatori è che la nave provenisse dalle coste del Levante e fosse diretta verso occidente, forse verso Creta o lungo la costa anatolica. Il percorso rimane tuttavia una ricostruzione preliminare, basata soprattutto sulla distribuzione geografica dei confronti ceramici.
Nove incisioni e due fori: il mistero di un'anfora
Tra i reperti rinvenuti sul fondale, un recipiente ha attirato in modo particolare l'attenzione degli archeologi. Sulla superficie sono visibili nove segni incisi e due fori, caratteristiche che lo distinguono dagli altri contenitori documentati nel relitto. La funzione delle incisioni non è ancora stata identificata con certezza. Potrebbero essere legate alla produzione, all'utilizzo o alla riconoscibilità del recipiente, ma i dati disponibili non permettono di attribuire loro un significato preciso. Ancora più interessante è l'ipotesi avanzata dal ministro Mehmet Nuri Ersoy riguardo alla possibile destinazione dell'oggetto. Secondo questa interpretazione, il recipiente potrebbe essere stato impiegato come zangola, uno strumento utilizzato per la lavorazione del latte e la produzione di burro o altri derivati caseari. Si tratta, al momento, di una possibilità da verificare attraverso lo studio delle caratteristiche tecniche del vaso e, se le condizioni di conservazione lo consentiranno, attraverso analisi dei residui organici.
L'eventuale conferma avrebbe implicazioni che superano la semplice identificazione di un utensile. Un recipiente destinato alla lavorazione dei prodotti caseari potrebbe infatti suggerire che gli equipaggi non si limitassero a consumare provviste preparate prima della partenza, ma svolgessero a bordo alcune attività di trasformazione e conservazione degli alimenti.
Per una navigazione che poteva richiedere soste frequenti e tempi di percorrenza variabili, la gestione delle risorse alimentari costituiva un elemento essenziale dell'organizzazione del viaggio. Occorre però distinguere la possibile funzione del recipiente dal luogo in cui veniva utilizzato: anche qualora fosse identificato come uno strumento per la lavorazione del latte, la sua presenza nel carico non dimostrerebbe automaticamente che tale attività venisse praticata durante la navigazione. L'ipotesi apre comunque una prospettiva poco documentata dall'archeologia navale: quella delle pratiche quotidiane degli equipaggi, spesso difficili da ricostruire rispetto alla natura delle merci trasportate.
Tre ancore di pietra sul fondale
Le indagini hanno individuato anche tre ancore litiche nei pressi del relitto. Due presentano tre fori, mentre la terza ne possiede uno soltanto. Si tratta di manufatti confrontabili con altri rinvenuti in contesti dell'Età del Bronzo in Anatolia, Cipro, Creta e nel Levante. Le ancore in pietra costituiscono una fonte importante per lo studio della navigazione antica, poiché le loro caratteristiche permettono di analizzare le soluzioni tecniche adottate per l'ormeggio delle imbarcazioni.
Nel caso di Kekova, tuttavia, gli archeologi non hanno ancora stabilito se le tre ancore appartenessero effettivamente alla nave. La loro presenza nelle vicinanze potrebbe dipendere anche dalla frequentazione dello stesso tratto di costa da parte di imbarcazioni appartenenti a periodi differenti. Il fondale, caratterizzato dall'alternanza di superfici rocciose e depositi sabbiosi, potrebbe conservare altri materiali utili a chiarire l'estensione del relitto e la distribuzione originaria del carico. Le ricerche proseguiranno per verificare l'eventuale presenza di ulteriori reperti e ricostruire, per quanto possibile, le circostanze del naufragio.
Prima di Uluburun: il Mediterraneo commerciale del III millennio a.C.
Il valore storico del ritrovamento emerge soprattutto dal confronto con i grandi relitti dell'Età del Bronzo già conosciuti. Il più celebre è quello di Uluburun, scoperto nel 1982 al largo della costa sudoccidentale della Turchia e datato alla fine del XIV secolo a.C. Il suo carico comprendeva lingotti di rame e stagno, vetro, avorio, ebano, ceramiche e oggetti di lusso provenienti da diverse regioni del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Una testimonianza eccezionale della complessità degli scambi internazionali nella tarda Età del Bronzo.
Anche il relitto di Capo Gelidonya, datato intorno al 1200 a.C., ha fornito informazioni fondamentali sulla circolazione dei metalli e sull'attività dei mercanti e degli artigiani specializzati. La nave di Kekova, se la datazione proposta sarà confermata, apparterrebbe invece a un periodo precedente di oltre un millennio.
La scoperta non dimostra da sola l'esistenza di un sistema commerciale paragonabile a quello documentato dai relitti più recenti. Indica però che la navigazione e il trasporto marittimo di merci tra regioni differenti erano praticati già in una fase molto antica della storia mediterranea. È un elemento significativo anche per la ricostruzione delle relazioni tra le comunità costiere dell'Anatolia e del Levante, che precedono di molti secoli la formazione dei grandi equilibri politici e commerciali del II millennio a.C. La presenza di recipienti ceramici riconducibili a tradizioni produttive levantine suggerisce infatti che la circolazione dei manufatti non dipendesse necessariamente dall'esistenza di grandi strutture statali centralizzate. Anche comunità portuali e reti di scambio regionali potevano contribuire alla distribuzione di merci e prodotti su distanze considerevoli.
La vita quotidiana degli antichi naviganti
Per gli archeologi, uno degli obiettivi delle prossime campagne sarà distinguere i materiali effettivamente appartenenti al carico dagli oggetti utilizzati dall'equipaggio. La questione è particolarmente importante perché i relitti non conservano soltanto testimonianze del commercio. Possono restituire informazioni sull'organizzazione delle imbarcazioni, sulle tecniche di navigazione, sulla conservazione degli alimenti e sulle attività svolte durante i viaggi.
In questo senso, il recipiente con nove incisioni e due fori rappresenta un indizio interessante, anche se ancora ambiguo. Se la sua funzione fosse collegata alla lavorazione dei prodotti caseari, potrebbe contribuire a ricostruire aspetti della vita materiale dei marinai che raramente emergono dalle testimonianze archeologiche. Le analisi dei residui, lo studio delle tracce d'uso e il confronto con recipienti provenienti da contesti terrestri potrebbero chiarirne la destinazione. La scoperta di Kekova apre così due differenti linee di ricerca: da una parte la ricostruzione delle prime reti commerciali marittime del Mediterraneo orientale, dall'altra lo studio delle condizioni materiali della navigazione nell'Antica Età del Bronzo. La prima riguarda la circolazione delle merci tra territori lontani. La seconda porta l'attenzione sulle persone che quelle rotte percorrevano. A quasi cinquemila anni di distanza, il relitto conserva dunque una testimonianza ancora incompleta, ma preziosa: quella di un Mediterraneo già attraversato da uomini, oggetti e conoscenze, molto prima dei grandi imperi e dei commerci documentati dalle navi della tarda Età del Bronzo. E forse, accanto alla storia delle rotte commerciali, saranno proprio i piccoli oggetti della vita quotidiana a permettere di comprendere meglio come si viveva a bordo di quelle antiche imbarcazioni.
Ginevra Borromeo
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