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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliDurante la Frieze Week, Londra cambia geografia. I quartieri delle gallerie diventano punti di incontro del collezionismo internazionale, i musei concentrano inaugurazioni e nuovi progetti, mentre le fiere richiamano un pubblico che attraversa la città alla ricerca di opere, artisti e nuove relazioni professionali. Dal 14 al 18 ottobre 2026, Frieze London e Frieze Masters tornano a Regent's Park, ma per comprendere la vitalità della capitale britannica occorre soprattutto uscire dai padiglioni.
La settimana offre infatti un programma che attraversa epoche e linguaggi differenti: dal Surrealismo messicano alla ceramica britannica del Novecento, dalla pittura contemporanea americana alla memoria politica del Medio Oriente, dalle grandi installazioni alle ricerche fotografiche più intime. È anche una dimostrazione della particolare forza del sistema londinese, nel quale gallerie commerciali e istituzioni pubbliche contribuiscono, ciascuna con i propri strumenti, alla costruzione della storia dell'arte.
Il nostro itinerario comincia da Regent's Park, attraversa Mayfair e il West End, raggiunge l'East London e si conclude a sud del Tamigi, a Clapham.
Regent's Park: le due fiere e la scultura nel paesaggio
Il punto di partenza è naturalmente Frieze London, che quest'anno riunisce oltre 170 gallerie attive in 43 Paesi e territori. La manifestazione conferma la propria attenzione alle nuove generazioni attraverso Focus, dedicata alle gallerie emergenti, e Artist-to-Artist, sezione nella quale artisti affermati segnalano colleghi che ritengono meritevoli di maggiore riconoscimento. Tra le novità figura Code Universe, curata da Carol Yinghua Lu, che esplora il rapporto tra produzione artistica, cultura di massa e trasformazioni sociali.
Accanto alla fiera contemporanea, Frieze Masters presenta oltre 140 gallerie provenienti da 33 Paesi e territori, con opere che attraversano l'antichità, la pittura degli antichi maestri, le arti decorative e il Novecento. Le sezioni Reflections e Spotlight propongono letture trasversali della storia dell'arte, mentre il nuovo percorso Queering Modernism affronta il modernismo attraverso prospettive LGBTQIA+.
All'esterno, negli English Gardens, Frieze Sculpture, curata da Fatoş Üstek e visitabile gratuitamente fino al primo novembre, riunisce undici artisti e gruppi, tra cui Ivana Bašić, Angel Otero, Conrad Shawcross, Elena Nemkova e Douglas White. La mostra interpreta la scultura come un insieme di relazioni tra materiali, ambiente e comunità, trasformando il parco in un'estensione del programma espositivo.
Mayfair: il Surrealismo dimenticato di Sofía Bassi
Lasciato Regent's Park, il percorso entra nel quartiere delle grandi gallerie commerciali. Da Pippy Houldsworth Gallery, in Heddon Street, si incontra una delle riscoperte più interessanti della settimana: «Sofía Bassi. Floating Between Earth and Sky», prima personale europea della pittrice e scultrice surrealista messicana, aperta fino al 14 novembre.
Contemporanea di Leonora Carrington e Remedios Varo, Bassi rimane una figura relativamente poco conosciuta fuori dal Messico. La mostra si concentra soprattutto sulle opere realizzate tra il 1968 e il 1970, durante la sua detenzione nel carcere di Acapulco. L'artista continuò a lavorare intensamente, producendo oltre 250 opere. Molti lavori di quel periodo recano la sigla «ELC», abbreviazione di En la Cárcel. La selezione comprende dipinti, opere su carta e uova di struzzo decorate, presentate pubblicamente per la prima volta come parte della sua produzione scultorea. Al centro figura il raro dipinto-altare Open this door at which I call, sobbing. È una mostra che contribuisce ad ampliare la storia del Surrealismo, riportando l'attenzione su un'artista la cui ricerca intreccia mitologia, memoria, desiderio e immaginario onirico.
Rosalind Nashashibi: la storia di una statua scomparsa
Poco distante, da GRIMM, in Bourdon Street, Rosalind Nashashibi presenta fino al 21 novembre «Gaza Apollo», la sua prima personale nella galleria londinese.
Il titolo rimanda a un episodio singolare: il ritrovamento, da parte di un pescatore palestinese, di una statua greca di Apollo a grandezza naturale nelle acque di Gaza. Dopo essere stata brevemente proposta in vendita su eBay, la scultura fu sequestrata dalle autorità locali; la sua ubicazione attuale non è pubblicamente nota. Nashashibi prende avvio dalle fotografie che documentano il ritrovamento, utilizzandole come punto di partenza per una nuova serie di dipinti. Le opere raffigurano anche gli uomini che sarebbero stati incaricati di custodire la statua. La vicenda archeologica diventa così un'occasione per interrogarsi sulla sopravvivenza delle immagini, sulla proprietà del patrimonio culturale e sul rapporto tra storia antica e condizioni politiche contemporanee.
Il riferimento ad Apollo introduce inoltre una dimensione simbolica: per l'artista, la statua può essere interpretata come un dono arrivato dal mare, un'apparizione capace di assumere significati differenti nel contesto della vita palestinese.
Lucie Rie e Hans Coper: quando la ceramica diventa storia dell'arte
Un'altra tappa fondamentale è Offer Waterman, che presenta fino al 30 ottobre «Lucie Rie / Hans Coper: Life at the Wheel». La mostra riunisce oltre 200 opere dei due protagonisti della ceramica del Novecento, nella più ampia presentazione congiunta organizzata a Londra dal 1997. Il percorso attraversa l'intera carriera dei due artisti: dalle prime opere realizzate da Rie dopo gli studi a Vienna agli anni della collaborazione nello studio di Albion Mews, fino alle ricerche sviluppate autonomamente da Coper dopo il trasferimento fuori Londra.
La rilevanza della mostra risiede nella possibilità di osservare come Rie e Coper abbiano contribuito a modificare la percezione della ceramica in Gran Bretagna, sottraendola a una lettura esclusivamente artigianale e affermandone le possibilità espressive e scultoree. Alcune opere provengono da collezioni private e non erano esposte al pubblico da oltre quarant'anni. Ad accompagnare il progetto è una nuova pubblicazione con contributi, tra gli altri, di Edmund de Waal. Per qualità e ampiezza della selezione, è una delle mostre più significative della settimana anche per chi si occupa di design storico e collezionismo.
Nicola Turner: una scultura che esce dalla galleria
Ad Hanover Square, Annely Juda Fine Art presenta «Nicola Turner. I Tear Secrets from Your Yielding Flesh», un'installazione che occupa gli spazi al piano terreno della galleria e prosegue per dodici metri lungo la facciata dell'edificio georgiano.
Realizzata con lana scura e crine di cavallo, l'opera assume una forma organica e quasi invasiva, entrando in relazione con l'architettura e con la storia del luogo. L'edificio ospitò in passato attività legate al Royal College of Chemistry e alla sartoria, elementi che Turner rielabora attraverso materiali associati al corpo, al lavoro e alla memoria. La sua ricerca mette in relazione vita e morte, attrazione e repulsione, umano e non umano. L'impiego di materiali organici e oggetti recuperati permette di affrontare anche questioni legate all'identità femminile, alla vergogna e ai segreti. È una delle opere più immediatamente riconoscibili della Frieze Week, perché rende visibile nello spazio urbano una ricerca normalmente confinata all'interno delle gallerie.
National Portrait Gallery: gli undici autoritratti di Issy Wood
Il percorso prosegue verso Trafalgar Square, dove la National Portrait Gallery inaugura «Issy Wood. Self-Portraits», visitabile dal 9 ottobre al 28 febbraio 2027.
La mostra riunisce undici autoritratti realizzati a partire dal 2020, sette dei quali mai esposti pubblicamente. Si tratta della più ampia presentazione dedicata finora a questo nucleo della produzione dell'artista britannico-americana, nata nel 1993. Wood utilizza inquadrature ravvicinate, deformazioni e forme di mascheramento per mettere in discussione la possibilità stessa di rappresentare stabilmente la propria identità. Il suo immaginario attinge ad archivi personali, social media, pubblicità, cataloghi d'asta e cultura popolare, trasformando il ritratto in una riflessione sul desiderio, sull'intimità e sulla costruzione contemporanea dell'immagine di sé.
L'esposizione inaugura Artist Focus, nuovo programma della National Portrait Gallery che prevede tre presentazioni gratuite ogni anno, dedicate ad artisti capaci di ampliare i confini della ritrattistica.
Institute of Contemporary Arts: il diritto di lamentarsi
Sempre nel centro di Londra, all'Institute of Contemporary Arts, Autumn Knight presenta fino al 29 novembre «I Can't Complain», una nuova commissione che affronta il rapporto tra lamentela, delusione e giustizia.
L'artista e performer newyorkese considera la lamentela una forma di espressione capace di mettere in discussione convenzioni sociali e rapporti di potere. Il progetto comprende un'installazione spaziale e sonora nella Main Gallery, una selezione di video nella Back Gallery e un programma di performance realizzate con diversi collaboratori. L'interesse della mostra risiede nella capacità di trasformare un comportamento quotidiano, spesso considerato fastidioso o improduttivo, in un dispositivo critico. Il lavoro di Knight affronta il linguaggio e la partecipazione del pubblico, utilizzando la performance per esplorare le tensioni tra individuo, istituzioni e aspettative sociali.
East London: la pittura narrativa di Hernan Bas e Khalif Tahir Thompson
Spostandosi verso est, Victoria Miro, in Wharf Road, presenta due mostre che permettono di confrontare differenti direzioni della pittura figurativa contemporanea.
Hernan Bas, con «TIME TO SHINE! (the salesmen)», visitabile fino al 14 novembre, dedica una nuova serie di dipinti a personaggi eccentrici e apparentemente marginali: un addetto al banco dei profumi, un gallerista specializzato in dipinti realizzati da gatti e un venditore di conchiglie. Attraverso questi protagonisti, Bas osserva i momenti nei quali una transazione commerciale mette temporaneamente a nudo ambizioni, fragilità e strategie di rappresentazione personale. La sua pittura, caratterizzata da narrazioni enigmatiche, umorismo e riferimenti all'occulto, costruisce situazioni nelle quali la normalità può improvvisamente trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Nella stessa galleria, Khalif Tahir Thompson presenta «Send in the Clowns», la sua prima personale con Victoria Miro, aperta dall'8 ottobre al 7 novembre. Il pittore, attivo a Brooklyn, parte da un archivio di fotografie familiari recuperato dopo la morte della nonna Betty. Le immagini, rimaste per sedici anni in deposito, diventano il punto di partenza per dipinti che intrecciano memoria personale, storia familiare e cultura afroamericana.
Le composizioni, ricche di colori, motivi decorativi e ambienti domestici, mostrano come la pittura possa trasformare il documento fotografico in una narrazione più ampia, capace di superare i confini della biografia individuale.
Whitechapel Gallery: Cecilia Vicuña e sessant'anni di ricerca
Una delle tappe museali imprescindibili è la Whitechapel Gallery, che presenta fino al 14 febbraio 2027 «Cecilia Vicuña. Living Threads», grande mostra dedicata all'artista e poetessa cilena.
Il percorso attraversa sessant'anni di attività, a partire dagli anni Settanta, quando Vicuña si trovava a Londra dopo il colpo di Stato militare contro Salvador Allende. La mostra riunisce pittura, fotografia, installazioni tessili, film e sculture di grandi dimensioni, restituendo la complessità di una ricerca che intreccia linguaggio, ecologia, femminismo e memoria politica. Particolare attenzione è dedicata alle opere effimere realizzate con materiali trovati, ai lavori che affrontano le conoscenze delle popolazioni indigene e all'attività di Artists for Democracy, organizzazione cofondata dall'artista in solidarietà con i movimenti di liberazione cileni e internazionali. Il progetto include materiali d'archivio precedentemente inediti.
Nella stessa istituzione si può visitare «This Must Be the Place: Artists for Whitechapel Gallery», mostra e vendita organizzata per il 125° anniversario della galleria. Ventiquattro artisti internazionali partecipano a un progetto destinato a sostenere il futuro dell'istituzione, attraverso opere pittoriche che affrontano memorie personali, storie collettive e rapporti tra realtà e immaginazione. La Whitechapel offre così due prospettive complementari: da una parte la ricostruzione storica di una ricerca artistica fondamentale, dall'altra una riflessione concreta sul rapporto tra artisti e sostenibilità economica delle istituzioni.
Clapham: Katherine Hubbard e la fotografia come memoria familiare
L'ultima tappa porta a sud del Tamigi, da Studio Voltaire, dove Katherine Hubbard presenta fino al 10 gennaio 2027 «The Great Room», la sua prima mostra istituzionale nel Regno Unito.
Il progetto nasce da una vicenda personale: la diagnosi di demenza della madre dell'artista, Antonette Berger, e il progressivo svuotamento della casa familiare in vista del trasferimento in una struttura di assistenza. Nell'arco di cinque anni, Hubbard ha realizzato insieme alla madre una serie di fotografie di grande formato, documentando oggetti, ambienti e trasformazioni dello spazio domestico. L'allestimento riprende la struttura della casa attraverso pareti e soglie che orientano lo sguardo, mettendo in relazione l'esperienza del visitatore con quella delle due protagoniste.
Particolarmente significative sono alcune stampe a contatto realizzate facendo aderire direttamente la pelle al materiale fotografico. Il corpo diventa così una presenza fisica, una traccia che resiste alla trasformazione della memoria e dell'identità. È una mostra di grande intensità, nella quale la fotografia non si limita a documentare una perdita, ma diventa uno strumento per costruire una relazione e conservare una forma di presenza.
Londra oltre la fiera
Il percorso restituisce una delle caratteristiche più interessanti della Frieze Week: la possibilità di osservare, nello stesso momento, fenomeni differenti del sistema dell'arte internazionale. Le grandi fiere costituiscono il centro economico e relazionale della settimana, ma sono le mostre diffuse nella città a rendere visibile la complessità delle ricerche e delle istituzioni che alimentano il mercato. La riscoperta di Sofía Bassi, la rilettura storica di Lucie Rie e Hans Coper, l'indagine politica di Rosalind Nashashibi, la retrospettiva di Cecilia Vicuña e le sperimentazioni di Katherine Hubbard mostrano come la programmazione londinese sappia alternare valorizzazione del patrimonio recente e attenzione alla produzione contemporanea.
Ginevra Borromeo
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