Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliLa domanda che sentiamo ripetere da anni su che cosa fare delle opere conservate negli sterminati e preziosi depositi dei musei italiani, più che altrove, ha trovato un’importante risposta a Londra al Victoria & Albert East Storehouse. Prima di entrare nel dettaglio, sgomberiamo subito possibili equivoci sulla loro importanza e utilizzo, poiché sono una parte fondamentale della ricchezza di ciascuna istituzione per molti imprescindibili motivi che non sto qui a elencare per mancanza di spazio.
Al V&A hanno pensato bene di creare un luogo spettacolare, a ingresso gratuito, dov’è possibile accedere a servizi di ogni tipo e nel quale l’importanza e la ricchezza della storia culturale, della ricerca scientifica e della collezione del museo sono messe facilmente a disposizione di tutti. L’intero edificio è pensato e realizzato per queste funzioni. Un dettaglio non da poco è la collocazione geografica, quell’East End londinese, luogo in un passato recente dei giochi olimpici, nel bene e nel male gentrificato, ma investito anche da un progetto culturale straordinario. Certe volte le idee più semplici sono anche le migliori e questo caso ne è la prova certa.
Pensando appunto alla ricchezza delle collezioni museali italiane, pubbliche e private, c’è da chiedersi come sia possibile che non abbiamo fino ad oggi visto nascere iniziative simili. Finora l’unica proposta concreta presentata è quella per la Villa Medicea a Montelupo, dove troveranno alloggio parte delle opere dei depositi degli Uffizi, ma il tutto all’interno di un progetto di recupero più ampio e non esclusivo. La domanda sorge spontanea invece pensando altrove, ad esempio gli oramai famosi scali ferroviari milanesi, in via di gentrificazione ma in totale assenza di progetti culturali importanti; avendo la città un insieme di musei che potrebbero contribuire al meglio in questa direzione o le Ogr a Torino, luogo ideale per allestire un percorso sul magnifico patrimonio dei musei della città (qui da citare l’intelligente e ben riuscito recente allestimento alla Gam), si può continuare parlando di Roma o Venezia-Mestre e via dicendo.
Quello che il V&A ha realizzato è anche un modo nuovo per il grande pubblico per approcciare il museo, di farne conoscere la sua vita interiore, la sua importanza, senza lasciarlo soltanto in mano a disquisizioni teoriche sulla sua funzione o su cosa sia il museo oggi. È vero che nessuna città in Italia ha le capacità immaginifiche e le dimensioni territoriali di Londra, ma anche in luoghi più piccoli come Rotterdam ha visto la luce il Depot, e per dovere di cronaca nasce prima di quello del V&A.
La ricchezza museale sull’intero territorio nazionale permetterebbe iniziative importanti un po’ ovunque. Aspettiamo con ansia passaggi concreti sul tema. Come succede spesso siamo di fronte a volontà e strategie deboli o che latitano, in certi casi a visioni disattese o assenti. Importante, almeno per ora, è per i musei staccare biglietti, che siano il motore e la benzina anche del turismo senza limite, conoscenza e consapevolezza. A tal proposito, le città vivono ed esistono in presenza di residenti che esprimono e vivono una dinamica eterogeneità culturale e sociale, il resto sono solo chiacchiere. Il museo come servizio pubblico… Che strana idea!
Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Attraverso l’arte è possibile scoprire i luoghi di prossimità, rilocalizzare l’economia e coinvolgere le nuove generazioni
Due esempi di musei imperdibili a Madrid, il Reina Sofía e il Prado, Sono pionieri con il loro approccio all’esposizione che sfida i limiti delle funzioni di un museo. Fra esposizioni meta museali e un maggiore focus sull’esperienza della visita, sono esempi di come nuovi modelli dell’arte non possano solo funzionare, ma avere successo
Al MoMA la grande retrospettiva dedicata all’artista (e giocatore di scacchi) che più di tutti ha cambiato l’intero sistema dell’arte
Il re seminudo • La pittura dell’artista russo ha la forza della persistenza e la capacità di rimanere dentro chi la vede, sfugge all’omologazione del figurativo presente ovunque, e questo capita oramai molto raramente



