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Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliA New York è in corso fino al 22 agosto la grande retrospettiva dedicata dal MoMA-Museum of Modern Art a Marcel Duchamp (cfr. n. 471, apr. ’26, p. 57), colui che da solo ha cambiato, per quanto possa farlo un singolo artista, l’intero gioco dell’arte, ridefinendo che cosa sia e possa essere arte. Duchamp è stato il genio del Novecento, colui che più di chiunque altro ha saputo leggere, o meglio creare, il futuro artistico.
La dimensione concettuale dell’artista e della sua opera è il fulcro di una ricerca che ha portato i confini dell’arte oltre quelli che erano stati definiti fino a quel momento. Per molto tempo Duchamp è stato ignorato dal sistema: troppo complesso, apparentemente impenetrabile. A un certo punto si mise anche a studiare biblioteconomia, e arrivò a essere gran maestro di scacchi.
Si tratta di una mostra straordinaria, imperdibile, forse irripetibile, anche se speriamo di no. Mancava dal 1973. Passeggiando nelle sale, allestite benissimo, in assenza dell’assordante bulimica presenza di opere, tipica oramai di mostre sempre più vicine a un magazine che a un progetto curatoriale, è possibile riconoscere come la lezione della Parigi di fine Novecento, il modernismo e i suoi prodromi vengono interpretati e superati dal grande artista francese.
Duchamp cercò immediatamente di fare qualcosa di nuovo, attratto dai progressi portati dalla fotografia in movimento, un equivalente dei dipinti in azione, visibile nel suo fondamentale «Nu descendant un escalier (n°2)». Dal 1912 chiuse con la pittura, rimase solo «Le grand verre» come opera di una vita, installata in modo permanente a Filadelfia e dal 1944 al 1966 lavorò in segreto a un’opera, ancora oggi rimasta enigmatica, una composizione simile a un diorama, da lui definita «scultura-costruzione»: «Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage».
In mostra troviamo progetti per sculture da viaggio, l’aria di una città come opera d’arte («L’air de Paris»), la «Boîte-en-valise», il cinema e la fotografia, i famosi «ready made». È l’azzeramento del canone di esclusività, che ha permesso da lì in poi di andare oltre la fissazione dell’originale.
Tutta l’arte di Duchamp è spesso enigmatica, provocatoria, pungente. Egli credeva che l’arte non dovesse avere alcun ruolo nella politica, ma questo non ha impedito riflessioni e scardinamenti necessari al sistema; ha anticipato anche il successo di artisti contemporanei quando affermò che «il grande artista di domani diventerà clandestino».
Di fatto ha scosso le fondamenta della cultura come nessun altro artista occidentale della sua epoca.
Duchamp è il genio che ha definito il ruolo dell’artista, del curatore, dell’advisor, del comunicatore, rimanendo spesso in silenzio. Ha reso l’acontestualità delle avanguardie linguaggio comune e assimilabile da chiunque. Ha creato il sistema di comunicazione interno ed esterno dei circuiti che animano tuttora la dimensione e la ricerca dell’arte contemporanea.
La visita alla mostra pone forti quesiti su come si possa e si debba essere un artista oggi rispetto al contesto di riferimento: interrogare l’esistente senza essere mai cronachistico. Duchamp è talmente contemporaneo che sfugge a qualsiasi inquadramento. I suoi silenzi e la sua sola presenza definivano l’astanza dell’artista e dell’opera da lui creata. Uscendo dalla mostra si avverte con forza la necessità di confrontarci con artisti come lui.