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Alberto Salvadori
Leggi i suoi articoliOramai è chiaro come la «cultura» del cibo, della moda, del design, dell’arte sui generis, siano elementi indispensabili per un sistema economico integrato che prevede il cosiddetto sviluppo di un contesto, il suo utilizzo e sempre più spesso il suo sfruttamento. Succede per qualsiasi luogo che sia urbano, rurale, pubblico, comprese le istituzioni culturali, per accogliere un maggior numero di clienti-visitatori, ed è palese come tale sistema sia fallace per molteplici aspetti.
Uno di questi è l’evidente impreparazione, spesso accompagnata dal nulla intellettuale, di una classe dirigente che non ha saputo o forse nemmeno voluto gestire un cambiamento repentino di un sistema globale, attratta da una visione passatista come quella di aprire tout court al mercato speculativo. Non si riflette mai abbastanza su come lo sfruttamento del territorio, dei siti storico artistici, delle città d’arte, sia anche una forma di inquinamento e consumo.
Il turismo lasciato a sé stesso è la versione ludica dell’ideologia del commercio. Forse per questo gode di un largo consenso che impedisce di porre le domande necessarie come quelle legate al fatto che si basa su un principio estrattivo ed è un’industria come le altre che consuma risorse, sempre più rare, producendo conseguenze distruttive. Vedi la desertificazione sociale e abitativa dei centri storici, le masse di persone in aree protette e delicate, consumi altissimi di fonti energetiche e acqua e via dicendo. Mettere in discussione il turismo nella sua connotazione attuale è necessario proprio per garantire che possa continuare a esistere. Intanto, un inizio potrebbe essere eludere il principio della partenza per fare anche turismo-vacanze vicino a noi, imparare a conoscere almeno quello che ci circonda, sapere dove siamo. Togliersi dalla testa il feticcio del trofeo, del selfie, che spesso si riduce a un viaggio organizzato nei dettagli senza nessuna sorpresa. Questo vale anche per chi ha grandi possibilità poiché oramai molti si spostano sempre più in contesti totalmente brandizzati dove «… I luoghi perdono sregolatezza, margine, stanchezza, odore. Tutto è coerente. E la coerenza, in vacanza, ha un che di carcerario: prigioni senza sbarre. Ma con Sauvignon glacé e asciugamano siglato, ma con le iniziali di un brand. Mica le tue». Queste le illuminanti parole di Antonio Mancinelli a proposito. Rilocalizzare l’economia, anche per motivi ecologici, potrebbe essere una bella suggestione. La cultura è un tema nevralgico per pensare a cosa si possa immaginare per il futuro. Il sapere umanistico, in un’epoca di cleverness, più che di Intelligenza Artificiale, può dimostrarsi uno strumento e una base necessaria per una proposta concreta di azione civile. Per far sì che ciò possa avere qualche speranza non si debbono però escludere dal processo di ricostruzione e di pianificazione le nuove generazioni, altrimenti non si può parlare di futuro. L’età media di chi prende le decisioni è altissima, siamo spesso ben oltre i 50 anni, le loro prospettive sono altre, le loro necessità anche. L’arte, quando non diviene suppellettile, fornisce molte possibilità per riflettere, porre domande, esprimere posizioni precise; può ancora essere un mezzo utile per arginare questa gentrificazione delle menti, al momento tutta a favore del cinismo dei fondi di investimento.
Alberto Salvadori
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