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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliAlcune opere arrivano sul mercato come importanti testimonianze della storia dell’arte mentre altre, già prima di essere battute all’asta, sembrano appartenere alla storia.
«Composition III» di Piet Mondrian è una di queste. Dipinto nel 1920, nel momento esatto in cui l’artista olandese stava portando la pittura verso una delle sue trasformazioni più radicali, il capolavoro sarà il protagonista della 20th/21st Century: London Evening Sale di Christie’s il prossimo 14 ottobre, nel cuore della Frieze Week londinese. La stima è di 20-30 milioni di sterline, una cifra che restituisce soltanto in parte l’eccezionalità di un’opera che arriva sul mercato per la prima volta. Si tratta del Mondrian più importante proposto all’asta in Europa dal 2009, quando a Parigi furono vendute «Composition avec bleu, rouge, jaune et noir» del 1922 e «Composition I» del 1920, provenienti dalla celebre collezione di Yves Saint Laurent e Pierre Bergé. Nel caso di «Composition III», inoltre, la storia collezionistica conduce fino ad Armand P. Bartos e a sua moglie Celeste, figure centrali del collezionismo americano legato al Modernismo.
Per capire perché questa tela sia così importante bisogna però dimenticare, almeno per un momento, il suo prezzo. Bisogna tornare al 1920, quando Mondrian è appena rientrato a Parigi dopo aver trascorso gli anni della Prima guerra mondiale nei Paesi Bassi. La capitale francese è nuovamente il centro dell’avanguardia europea e per l’artista questo ritorno coincide con una svolta decisiva; sta progressivamente abbandonando ogni riferimento riconoscibile al mondo naturale per costruire un linguaggio fondato esclusivamente sulle relazioni tra linea, superficie e colore. È la nascita di quella visione che prenderà il nome di Neoplasticismo e che cambierà radicalmente la storia dell’astrazione.
Nel corso del 1920 Mondrian realizza appena otto dipinti di questo tipo. Cinque di essi sono oggi conservati in alcuni dei più importanti musei internazionali: la Tate di Londra, il Museum of Modern Art di New York, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e il Wilhelm-Hack-Museum di Ludwigshafen. «Composition III» appartiene dunque a un nucleo estremamente ristretto di opere attraverso cui l’artista mise a punto, con una precisione quasi scientifica, il nuovo alfabeto della sua pittura. A prima vista, tutto sembra semplice: linee nere, campiture bianche, rosso, giallo, blu, qualche zona grigia. Ma quella semplicità è il risultato di un processo lungo e meticoloso. Mondrian non dipingeva affidandosi alla spontaneità del gesto ma lavorava per mesi sulla stessa composizione, lasciando asciugare la pittura tra una fase e l’altra, tornando più volte sulla tela e osservandola da lontano prima di decidere se intervenire ancora. La tela poteva essere appoggiata su un tavolo vicino a una finestra mentre il cavalletto serviva soprattutto per controllare la composizione a distanza.
Piet Mondrian, «Composition III», 1920. Courtesy of Christie’s
Le linee dividono lo spazio e allo stesso tempo lo fanno «vibrare» e i colori non rappresentano più qualcosa, ma acquistano una propria autonomia. Il rosso non è il colore di un oggetto, il blu non è un cielo, il giallo non è un riferimento alla natura: sono elementi puri, messi in relazione tra loro per costruire un equilibrio che non coincide con la simmetria. Al centro della composizione, un quadrato giallo introduce una particolare spinta visiva. La sua posizione sull’asse di simmetria sembra generare un’energia che si propaga verso l’esterno, mentre il rosso e il blu acquistano peso attraverso il confronto con le zone bianche e grigie. Anche le superfici apparentemente più neutre sono tutt’altro che passive: mostrando stratificazioni di pigmento e tracce della pennellata e ricordando allo spettatore che dietro l’apparente freddezza della geometria c’è la mano di un pittore. Un dettaglio particolarmente rivelatore riguarda proprio il nero. Mondrian applicò una vernice soltanto alle campiture nere, intensificandone la saturazione e la luminosità e creando un contrasto più netto con gli altri colori. È un intervento quasi invisibile nella riproduzione fotografica, ma importante per comprendere quanto fosse sofisticata la costruzione materiale del dipinto. Mondrian voleva infatti controllare il modo in cui ogni elemento avrebbe reagito alla luce e alla presenza degli altri.
Nel 1920, mentre dipingeva, Mondrian stava anche elaborando la teoria che avrebbe accompagnato la sua rivoluzione visiva. Il suo Le Néo-Plasticisme: Principe général de l’équivalence plastique, pubblicato l’anno successivo in francese da Léonce Rosenberg, avrebbe dato una forma teorica a quella ricerca. Ridurre la pittura ai suoi elementi fondamentali significava, per Mondrian, cercare un ordine più universale, una struttura capace di esprimere non la realtà visibile ma le leggi profonde che la governano.
Tra i proprietari dell'opera, come anticipato, figurano Armand P. Bartos e Celeste Bartos. La loro raccolta comprendeva opere di alcuni dei grandi nomi dell’avanguardia del Novecento e rifletteva una precisa attenzione verso quelle ricerche che stavano ridefinendo il rapporto tra arte, architettura e modernità. Il passaggio dell’opera attraverso la loro collezione contribuisce così a collegare la rivoluzione europea di Mondrian alla storia del collezionismo americano del dopoguerra. Prima dell’asta londinese, Christie’s porterà «Composition III» in tournée internazionale: sarà presentata a Zurigo dal 2 al 4 settembre, a Parigi dal 9 al 12 settembre, a New York dal 17 al 20 settembre e a Hong Kong dal 25 al 29 settembre. Dall’8 ottobre sarà infine visibile al pubblico a Londra, dove il 14 ottobre si giocherà la partita decisiva.
Michelangelo Tonelli
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