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Simone Facchinetti
Leggi i suoi articoliCome recita il titolo dell’ultimo libro di Carlo Ginzburg, il genere umano è avvinto dal Vincolo della vergogna. Esiste anche il sentimento inverso che lega le persone in un vincolo di appartenenza, ovvero quello dell’orgoglio? Gironzolando tra le gallerie che hanno dato lustro all’ultima edizione di Tefaf Maastricht (dal 14 al 19 marzo) era palpabile la qualità delle opere degli antichi maestri italiani. Bisogna constatare che molti degli operatori avevano fatto un grande sforzo. Alcuni di loro hanno lavorato tutto l’anno per presentarsi preparati all’appuntamento. Ha significato battere capillarmente le aste, selezionare il materiale disponibile sul mercato privato, studiarlo, restaurarlo, valorizzarlo, infine, e qui casca l’asino, capire l’aria che tira.
La cosa più difficile è intuire che cosa si imporrà all’attenzione del pubblico specializzato, che cosa stanno cercando i musei, che cosa fa breccia nella sensibilità contemporanea. Più il grado di interesse aumenta, più il prezzo è destinato a salire. Il valore dell’opera d’arte antica risponde a questa misteriosa regola d’oro. Intorno a questo algoritmo accadono fenomeni imperscrutabili e comici allo stesso tempo. C’erano oggetti destinati a raccolte museali, come le rare terrecotte di Donatello presentate in un allestimento curatissimo da Walter Padovani. Opere che attiravano fatalmente le persone, come il monolite nero delle scimmie in «2001: Odissea nello spazio». Al centro della galleria di Lullo e Pampoulides svettava su un piedistallo un curioso elefante rugoso di marmo grigio, credo venduto il giorno di apertura, che svolgeva la stessa funzione del monolite. La gente cercava persino di toccarlo, non so se nei giorni di apertura al pubblico lo abbiano protetto sotto una campana di vetro.
Quel vecchio leone di Marco Voena (Robilant + Voena) aveva un piccolo dipinto di Carlo Dolci di una qualità sublime, venduto all’istante, giusto il tempo di appenderlo al chiodo. All’esterno dello stand aveva messo in opera una specie di installazione. All’altezza giusta c’era un cane dipinto da Cesare Dandini e in basso («e dove stanno i cani se non per terra», ha sibilato) un frammento di Paris Bordon. Pare che lo volesse mettere a filo del pavimento ma gliel’abbiano impedito per non pregiudicare l’incolumità del quadro. Rob Smeets aveva una tavola di Francesco Francia, praticamente immacolata, credo venduta anche lei. Trinity Fine Art una paletta datata e firmata da Lavinia Fontana (venduta) e un san Gerolamo di Orazio Gentileschi che difficilmente ritornerà a casa. Maurizio Canesso si è presentato con tre notevoli fondi oro, inaugurando un nuovo filone d’interesse. Benappi, in un pregevole stand, una tavola inedita di Giulio Cesare Procaccini. Colnaghi aveva un ritratto di Jacopo Tintoretto che mi sarei portato volentieri a casa se non fosse che mi erano rimasti solo gli spiccioli per prendere la corriera fino a Bruxelles.
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