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La nuova stagione espositiva della sede di Lugano di Cortesi Gallery s’inaugura il 17 settembre con la mostra «Ugo Mulas - Pietro Consagra – Arnaldo Pomodoro», che giunge qui in una versione arricchita da nuove sculture di Pomodoro rispetto a quella che in primavera aveva appassionato a Milano studiosi e collezionisti. A renderla unica è la stupefacente fusione nelle fotografie di Ugo Mulas (1928-1973) tra il suo magistero di fotografo e artista e la creatività di altri due grandi protagonisti del secondo Novecento, Pietro Consagra (1920-205) e Arnaldo Pomodoro (1926-2025) quando, in quei meravigliosi anni Sessanta, i tre maestri si frequentavano e coltivavano un’amicizia intensa e profonda, umana e intellettuale, feconda di stimoli vicendevoli, interrotta solo dalla scomparsa precoce di Ugo Mulas.
«Tu sei stato, da quando ci siamo conosciuti, la persona con cui ho dialogato… Quando faccio una scultura o un disegno penso se piace a te oppure no», gli scriveva Consagra, che chiedeva sempre il suo giudizio («Anche quando tu mi dici di no, mi dai un altro tipo di stimolo. Non vengo da te per sentirmi dire “Bravo Pietro”. Mi fa piacere però, dico, tu sei il mio punto d’appoggio, conosci la situazione internazionale... frequenti continuamente gli artisti»). Arnaldo Pomodoro, da parte sua, amava a tal punto il modo speciale di Mulas di rapportarsi alla scultura da chiamare solo lui per fotografare le sue opere, appena terminate: «Prima di cominciare il lavoro, rammentava lo scultore, lui parlava di tanti argomenti, domandava, rifletteva», fino a raggiungere una meta apparentemente inafferrabile, cioè «cogliere nei suoi scatti l’essenza del lavoro creativo e, allo stesso tempo, del lavoro materiale».
Non a caso Alberto Salvadori (curatore della mostra e direttore dell’Archivio Ugo Mulas, con cui il progetto è stato realizzato) definisce le sue immagini come una «critica fotografica» e pone l’accento su quella sua visione, in grande anticipo sui tempi, che gli fa intendere lo spazio in cui le sculture vivono non come un semplice vuoto abitato da quelle, ma come un campo di relazioni: «un luogo costituito dalla presenza e dall’influenza dell’opera stessa».
Tutto questo emerge con evidenza dalla mostra e dal libro-catalogo «Ugo Mulas. Fotografare la scultura: Consagra Pomodoro», edito da Allemandi e curato da Alberto Salvadori, presentato proprio in occasione di questa esposizione. Le immagini di Mulas, poste in dialogo con alcune sculture dei due artisti e con le installation views della mostra milanese, raccontano infatti il processo creativo dei due maestri, racchiudendo nel loro mirabile bianco e nero il tempo della creazione e portando alla luce significati altrimenti sfuggenti. Come non riflettere sull’espressione interrogativa di quel lavoratore dell’Italsider di Savona che nel 1962 commentava con Consagra le sue opere in lavorazione? Mentre lui, Consagra, nella stessa occasione è colto da Mulas come un Efesto moderno mentre, in equilibrio precario, scatena da una di esse un’eruzione di scintille. E come non pensare alla felice definizione di Salvadori di «critica fotografica» per le immagini di Mulas, di fronte al fotomontaggio della «Sfera n. 1» di Arnaldo Pomodoro, con il brulichio del suo ventre meccanico a colloquio con l’architettura del grattacielo della Chase Manhattan Bank di New York? Nessuno più di Mulas, poi, ha saputo interpretare i «Rotanti» di Pomodoro, le sculture frutto dell’incontro con il minimalismo americano, di cui lui rivela magicamente la natura aliena e futuribile, o ha saputo svelare il nucleo vitale di opere come «Colonna spaccata», la cui frattura, nella sua immagine, sembra generata dalla potenza del sole. E poi, le foto dei due scultori al lavoro nel loro studio: veri ritratti psicologici dei due artisti e del loro diverso modo di approcciarsi al momento fabbrile della creazione.
Ugo Mulas, «Pietro Consagra, Ferri trasparenti di piccole dimensioni», Archivio Mulas