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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliIl gallerista Tommaso Calabro racconta a «Il Giornale dell’Arte» gli anni di attività, il valore degli incontri, le difficoltà strutturali del sistema e il futuro delle gallerie mid-size, sempre più strette tra grandi network internazionali e piccole realtà indipendenti.
Rifarebbe tutto da capo?
Sì, assolutamente. Sono stato incredibilmente fortunato a poter realizzare un sogno che avevo coltivato da sempre. Nonostante le mille difficoltà di questi quasi dieci anni, tra pandemie, guerre e una generale instabilità geopolitica, essere stato gallerista e aver potuto concretizzare la mia visione è stata la grande soddisfazione della mia vita.
Qual è il sentimento prevalente in queste settimane?
Oltre a una piccola dose di tristezza che penso debba accompagnare ogni momento di chiusura, se vissuto fino in fondo, c’è la consapevole serenità di aver portato avanti un bellissimo progetto per tanti anni accompagnato da persone meravigliose. Lasciarlo all’apice, senza diventare caricaturale o scontato nei propri confronti, era un impegno che dovevo a me stesso e del quale sono orgoglioso.
Il ricordo più intenso, la mostra che sente più sua? Che cosa le lasciano, professionalmente e umanamente, questi anni di galleria?
Fino a poco tempo fa, quando la scelta di chiudere era ancora in fase embrionale, avrei risposto sicuramente la mostra «Casa Iolas» o «Leonor Fini Italian Fury». La realtà però è che il tesoro più prezioso che mi lascia questa esperienza sono stati gli incontri che ho potuto realizzare sia a livello umano sia a livello artistico. Penso che molti che hanno frequentato le mie gallerie, per esempio, terranno sempre a cuore le serate passate in terrazzino a Milano o nella mia cucina di Venezia. D’altro canto, non potrò mai scordarmi il piacere da detective della ricerca di un’opera e l’enorme soddisfazione nel riuscire a trovarla e vederla per la prima volta.
C’è una scelta che oggi non rifarebbe?
Indubbiamente ho commesso degli errori, ma ripensare a cosa non rifarei diventerebbe solo un esercizio stilistico. Ho agito, in ogni mia scelta lavorativa, con la consapevolezza che avevo in quel momento specifico e pertanto non ho rimpianti. A volte è andata bene, altre volte ho imparato.
C’è un progetto che avrebbe voluto realizzare e che non ha avuto il tempo o le condizioni per sviluppare?
Avrei voluto realizzare molte mostre che rimangono nel cassetto e che sono sicuro potrò realizzare in futuro. Ho scelto di terminare la mia esperienza da gallerista, di operare all’interno di un sistema prestabilito di tempi e spazi, non ho smesso di progettare o realizzare nuovi scenari dove una certa creatività ed estetica possano emergere.
E ora, quale sarà il suo ruolo nel sistema dell’arte? Si vede ancora come gallerista o in una forma diversa?
Tutto è possibile, ma qualunque forma e luogo avrà il mio futuro, l’equilibrio tra la mia vita personale e lavorativa sarà a favore della prima. Essere gallerista nella misura in cui l’ho personalmente interpretato per questi anni aveva annullato la distinzione tra queste due sfere. Il mio desiderio principale ora è ritrovare una certa creatività che avevo in passato e che con gli anni, dovendo principalmente occuparmi di vendite e gestione, si è un po’ sopita.
Se dovesse sintetizzare in una frase la lezione di questi anni, quale sarebbe?
Inciampando in un’opera di Alberto Garutti in uno dei tanti viaggi verso Malpensa, ho letto queste parole: «Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato fino a qui, ora». Tutto è stato utile, tutto serve, tutto fa crescere.
Qual è stato il punto di svolta nel suo percorso imprenditoriale?
Molto del successo che la mia galleria ha avuto a livello imprenditoriale è dovuto al primo spazio milanese di piazza San Sepolcro che mi ha permesso di entrare nel mondo dell’arte italiano a gamba tesa. Le stesse mostre fatte altrove non credo avrebbero avuto lo stesso riscontro.
Qual è lo stato di salute del mercato italiano del moderno? E più in generale del mercato italiano?
Ovviamente l’abbassamento dell’Iva ha avuto un impatto positivo sul mercato, ma il mercato italiano è fatto soprattutto di compravendita di opere moderne e il regime del margine, sistema fiscale con cui si trattano questo tipo di opere, non ha subito variazioni ed è rimasto al 22%. In generale, posso confermare che il mercato italiano è in crisi sia a livello di domanda che di offerta e, di conseguenza, per quanto la riduzione dell’Iva abbia aiutato, non è stata sicuramente sufficiente a controbilanciare una situazione molto difficile.
E del mercato internazionale?
Anche a livello internazionale la contrazione del mercato è evidente e testimoniata dai numeri. La crisi perdura dalla fine del 2023 e non è necessariamente visibile solo dai fatturati, ma anche, per esempio, dalle tempistiche dei pagamenti diventate molto più dilazionate. È inevitabile che la continua instabilità geopolitica di questi anni abbia avuto e continuerà ad avere effetti negativi sul mercato.
Colleziona?
Colleziono tutti gli artisti che ho esposto nel corso di questi anni e qualcosa di più. Per quanto riguarda il contemporaneo, ho cercato di tenere almeno un quadro delle mostre che abbiamo organizzato nel corso degli anni: Toby Ziegler, Francesco Vezzoli, Flaminia Veronesi, Aldo Sergio, Ismaele Nones, Adelisa Selimbasic ecc. Inoltre, nel corso degli anni veneziani, ho comprato diverse opere di artisti passati dall’Accademia. Per il moderno vale lo stesso discorso, ma il quadro a cui sono sicuramente più affezionato, per diverse ragioni, è «Il Creatore degli Angeli», dipinto da Stanislao Lepri nel 1970. È un’opera che non mi stanco mai di guardare.
Come può resistere oggi una galleria di arte moderna in Italia?
Ottimizzando le attività espositive, riducendo i costi e non facendo esclusivo affidamento sullo stock della galleria. Questo è un passaggio fondamentale la cui importanza non credo si sia ancora sedimentata nel settore stesso. Ritengo che le ragioni siano due, una dal lato dell’offerta, l’altra da quello della domanda. Se guardiamo alla storia e al successo delle gallerie del Novecento, si può notare come ognuna ruotasse attorno a pochi artisti, che venivano sostenuti e il cui mercato era protetto. L’attenzione del collezionista era costante e se voleva comprare l’artista X sapeva che si sarebbe dovuto recare nella galleria Y. Oggi invece sono tantissime le gallerie che trattano gli stessi artisti e il successo di una vendita molto spesso dipende da chi ha il prezzo più competitivo. La seconda ragione, invece, è dovuta alle nuove generazioni di collezionisti, cresciute con i social media, dove l’attenzione dura il tempo di uno swipe. Per questa ragione, oltre che per motivi speculativi sempre più rilevanti, il focus su un artista a livello temporale è ridotto: ciò che può essere richiesto oggi, può benissimo non esserlo domani. Tutto è diventato molto più momentaneo e per questo, invece che investire su un elevato numero di opere di pochi artisti, penso sia più saggio diversificare e, dove possibile, puntare sulla massima qualità.
Le gallerie mid-size hanno ancora spazio o il sistema tende verso una polarizzazione strutturale?
Riflettevo su questo discorso proprio l’altro giorno con un collega. Le gallerie mid-size hanno delle problematicità sistemiche che le portano quasi inevitabilmente a soffrire in maniera più significativa rispetto ad altre. Da una parte, per rimanere competitivi e non essere fagocitati da altre realtà più grandi, si richiede di agire in maniera internazionale, investendo sullo staff, su nuove sedi, su fiere, senza però avere la capacità economica delle gallerie più importanti. Ne consegue che i costi gestionali aumentino e in un momento di difficoltà l’assenza di un cash flow costante non può che portare a problemi. Pertanto, nel contesto attuale, hanno più possibilità di successo le piccole gallerie e le realtà più grandi e le mid-size faranno sempre più fatica a rimanere efficienti e rilevanti.
Quanto incidono affitti, fiere e costi di produzione sulla marginalità reale di una galleria?
Ahimè, sono molti i costi che vanno a incidere sulla marginalità di una galleria, e non penso solo alle fiere o agli affitti, ma anche più semplicemente ai trasporti. Sta diventando tutto molto costoso ed è chiaro che la crisi energetica non aiuterà in questo senso nemmeno a livello di produzione di opere. Bisogna trovare altri modelli più elastici e sostenibili e guardare l’altro lato della medaglia: è proprio in queste situazioni di difficoltà che possono nascere idee innovative che cambiano il sistema.
La pressione a partecipare al circuito internazionale genera valore o erode risorse?
In un libro pre Covid, lo studioso Olav Velthuis argomenta come il modello attuale sia impostato su un circuito auto vincolante e che siano gli stessi galleristi a obbligarsi a partecipare al sistema stesso. Nessuno è costretto a essere presente alle fiere, eppure sono ancora moltissimi i galleristi che, per partito preso, non vogliono saltarne nessuna. È una posizione autoimposta. Non è un caso che molti abbiamo realizzato di più nel periodo Covid, quando appunto non c’erano fiere. In aggiunta, mi sembra evidente come ormai siano le gallerie a sostenere le fiere e non il contrario.
La decisione di chiudere è una scelta strategica o la presa d’atto di un mutamento strutturale?
La decisione di chiudere è una scelta presa l’anno scorso per motivi di vita personale. Coincide con un momento di difficoltà del mercato che richiede strategie diverse, ma l’avrei presa comunque perché ora ho altre priorità e voglio riscoprire quella creatività che avevo una volta. Se con il tempo mi verranno idee diverse sarò molto felice di portarle avanti!
Se dovesse ripensare oggi una galleria, quali elementi modificherebbe radicalmente?
Ora che mi sono spogliato delle vesti da gallerista, posso avere la fortuna di non dover rispondere a questa domanda. Una cosa però è certa: tornassi indietro cercherei di trovare molto più equilibrio tra la mia vita personale e quella lavorativa. Pensando alla programmazione della galleria, invece, farei esattamente le stesse scelte. Alla fine, come dicevamo prima, «Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato fino a qui, ora». E va bene così.
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