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Hernan Bas, «The Romeo of last resort», 2025

© Hernan Bas. Courtesy dell’artista e Lehmann Maupin, Perrotin e Victoria Miro

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Hernan Bas, «The Romeo of last resort», 2025

© Hernan Bas. Courtesy dell’artista e Lehmann Maupin, Perrotin e Victoria Miro

Hernan Bas a Ca’ Pesaro: «La teatralità è sempre stata una mia risorsa»

Alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia l’artista cubano-americano presenta un nuovo corpus di dipinti incentrati su turisti collocati in scenari sia immaginati sia reali

Traendo ispirazione da Venezia, città particolarmente sensibile al turismo, e in cui ha realizzato una residenza lavorando a stretto contatto con la laguna, la sua luce e la sua tradizione pittorica, Hernan Bas (Miami, 1978) ha creato un nuovo corpus di opere incentrato su turisti collocati in scenari immaginati e reali. Dal 7 maggio al 30 agosto gli oltre trenta nuovi dipinti della mostra «The Visitors», organizzata in collaborazione con Victoria Miro, Lehmann Maupin e Perrotin e a cura di Elisabetta Barisoni, responsabile di Ca’ Pesaro, sono esposti a Ca’ Pesaro-Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Allestiti in una sequenza concepita appositamente a comporre una narrazione visiva continua, i dipinti dell’artista cubano-americano sono caratterizzati da inquadrature di matrice fotografica, superfici sature e accumulazioni di dettagli (slogan, tatuaggi, accessori) che, come vanitas contemporanee, rivelano le ambiguità morali insite nella mobilità globale. Con la sua consueta e sottile ironia, Hernan Bas cattura una generazione alla deriva (perlopiù uomini, bianchi e occidentali), allo stesso tempo alla ricerca di senso e assorta in sé stessa, invitando lo spettatore a riconoscere in questo mondo sospeso il proprio riflesso. Abbiamo intervistato l’artista.

Hai trascorso un mese in residenza a Venezia, dipingendo ogni giorno. Che tipo di rapporto si è instaurato tra il tuo lavoro e una città così intrisa di storia, immagini e sedimenti simbolici?
È difficile sintetizzare l’impatto che Venezia ha avuto su di me nel corso del tempo. Ho esposto qui per la prima volta con Bruna (Aickelin) nella sua galleria Il Capricorno quasi vent’anni fa. Da allora ho trascorso molto tempo in città, cercando sempre di muovermi con discrezione attraverso la sua storia, le sue immagini da cartolina e i suoi vicoli stretti. Anche solo tentare una forma di vedutismo e sperare in un risultato nuovo è una vera sfida.

Venezia è spesso descritta come un luogo che «resiste» al presente. Per un artista contemporaneo, questa resistenza costituisce un limite o una possibilità?
Quel senso di «resistenza» mi sembra piuttosto futile durante questo mio ultimo soggiorno. Sebbene non tutte le «vecchie usanze» debbano essere preservate o celebrate, qui sta avvenendo un cambiamento in tempo reale. Anche se il «fascino» della città sembra ancora scolpito nella pietra che a onda, la trasformazione guidata dal turismo negli ultimi decenni equivale a una sorta di cambiamento climatico-culturale, alla pari dell’innalzamento delle maree. Ad esempio, non ricordavo che i graffiti fossero così diffusi in passato, specialmente quelli di natura politica. Sebbene questo non sia un fenomeno nuovo nelle città di tutto il mondo, Venezia sembra particolarmente vulnerabile alla presa di potere delle case vacanza e alla graduale esclusione dei residenti dal mercato immobiliare. Mi sono ritrovato sotto quell’incantesimo dopo appena una settimana qui, sfogliando annunci immobiliari e immaginando uno stile di vita da palazzo, qualcosa di simile all’appartamento romano di Cy Twombly. I vincoli, suppongo, sono simili a quelli affrontati da molti artisti della mia generazione, cresciuti con il romanticismo dei vasti loft in cui vivere e lavorare a Manhattan, Berlino e altrove.

Hernan Bas, «Alone with Lisa (the Louvre, Paris)», 2025. © Hernan Bas Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro

Dipingere a Venezia comporta il confronto con una monumentale tradizione pittorica. Come eviti i rischi della citazione o della subordinazione storica?
È inevitabile. Non sono mai stato contrario alla citazione. Tutta la pittura è citazione, per quanto un artista possa protestare con forza contro questo fatto. Ciò che conta è ciò che emerge da una comprensione del passato fusa con il presente: quell’alchimia è ciò che fa sentire qualcosa, si spera, di nuovo. Se mai incontrassi un artista (in particolare un pittore) che afferma: «Questo non è mai stato fatto prima», allontanatene. Nel momento in cui prendi in mano un pennello, il peso dei secoli riposa nelle tue mani.

In che modo il tempo veneziano (lento, ciclico, quasi rituale) ha influenzato il tuo processo di lavoro durante la residenza?
Fortunatamente, per niente. Sono nato e cresciuto a Miami (come cubano-americano di prima generazione) e scherzosamente ci riferiamo a un ritmo di vita simile (arrivare in ritardo alle riunioni e così via) come al «tempo cubano». Gli orari mattutini della raccolta dei rifiuti, tuttavia, sono una seccatura. Immagino di non poter fare a meno di sembrare un visitatore ogni volta che si affronta l’argomento.

La tua pittura occupa da tempo una zona ambigua tra narrazione, identità e finzione. Che cosa succede a quest’ambiguità quando entra in dialogo con un luogo come Venezia, che è di per sé già un costrutto immaginario?
Venendo da Miami, so che cosa significhi che una città esiste in gran parte nell’immaginario delle persone. Il «lato oscuro» di qualsiasi luogo si rivela solo se si è disposti a guardare sotto la superficie, tra i piccioni o i pellicani, le persone dietro le maschere o i bikini.

Nel tuo lavoro il soggetto appare spesso sospeso tra introspezione e teatralità. Venezia ha intensificato questa dimensione performativa dell’immagine?
Tutto ciò che riguarda questa città mi è sempre sembrato in sintonia con il mio modo di pensare. Sono un pittore figurativo; la teatralità è sempre stata una mia risorsa. Il Carnevale, mi pare di capire, è spesso detestato dai veneziani del posto, e posso comprenderne il motivo. Molti anni fa ho partecipato a una residenza a Marfa, in Texas, e durante il Festival del cinema sono rimasto stupito dal numero di visitatori che si vestivano in quello che immaginavano fosse un «abbigliamento texano», in modo esilarante e spesso imbarazzante.

Pensi che la pittura debba ancora «raccontare storie», o il suo compito sia piuttosto quello di generare zone di incertezza?
Dalla prima impronta di mano in una caverna all’arte digitale e oltre, tutta l’arte racconta una storia. L’umanità è solo un grande falò, storie raccontate, inventate, manipolate o abbellite. Immagino che rimarrà così finché il fuoco non si spegnerà definitivamente.

La mostra è nata da un periodo di lavoro in situ. Quanto è importante per te che il progetto non sia semplicemente «portato» a Venezia, ma costruito con Venezia?
Questa serie «The Visitors» non esisterebbe se non fosse per il fatto che debutta a Venezia. Una serie incentrata sul turismo e sui turisti, allestita in un museo a Venezia, mi è sembrato l’abbinamento perfetto. Se vuoi tenere una conferenza sui gladiatori, quale posto migliore del Colosseo per farlo? 

Hernan Bas, «The self-designated representative of Marie Laveau’s tomb on Mardi Gras (New Orleans)», 2025. © Hernan Bas Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro

Luca Zuccala, 30 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Hernan Bas a Ca’ Pesaro: «La teatralità è sempre stata una mia risorsa» | Luca Zuccala

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