Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Hassan Sharif, Slippers, 2016 (dettaglio)

Courtesy of the Estate of Hassan Sharif and Gallery Isabelle, Dubai

Image

Hassan Sharif, Slippers, 2016 (dettaglio)

Courtesy of the Estate of Hassan Sharif and Gallery Isabelle, Dubai

E se fosse Abu Dhabi a cambiare Frieze?

La prima edizione della fiera nell’area WANASA mette alla prova il modello globale di Frieze nel confronto con un ecosistema culturale costruito in quasi vent’anni

Lavinia Trivulzio

Leggi i suoi articoli

Quando Frieze arriverà ad Abu Dhabi, dal 20 al 22 novembre, non approderà in un territorio vergine. La sua prima edizione nell’area WANASA (West Asia, North Africa and South Asia), che raggrupperà 84 gallerie provenienti da 63 città e 36 Paesi e regioni, da Gagosian a Pace, da Thaddaeus Ropac a Perrotin, insieme a una costellazione di gallerie radicate negli Emirati, in Libano, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Tunisia, Egitto e India, suggellerà l’incontro tra una piattaforma internazionale e un ecosistema che ha già una storia, una memoria e proprie forme di autorità.

La nuova fiera nasce infatti dall’esperienza di Abu Dhabi Art, come annunciato  a suo tempo dalla stessa Frieze, che per diciassette anni ha costruito relazioni tra artisti, gallerie, collezionisti e istituzioni della regione. Frieze eredita dunque una comunità già formata e vi innesta la propria rete internazionale. Ciò significa che l’emirato non viene presentato come un mercato emergente da conquistare, semmai come un luogo nel quale esiste già una produzione culturale capace di negoziare con il sistema globale (reciprocità, più ancora della presenza dei grandi nomi internazionali, a rendere la prima edizione degna di attenzione).

La sede contribuisce a chiarire la scala dell’operazione. Manarat Al Saadiyat è uno dei punti di accesso al Saadiyat Cultural District, dove il Louvre Abu Dhabi e lo Zayed National Museum fanno già parte di un progetto istituzionale destinato a comprendere anche il futuro Guggenheim Abu Dhabi. Frieze si inserisce quindi in una geografia culturale che precede il mercato e che ambisce a collegare patrimonio, musei, produzione contemporanea, ricerca, collezionismo e turismo culturale. In questo senso, la fiera è un tasselo - importante - di un progetto molto più vasto. La selezione delle gallerie rende evidente che il rapporto non sarà a senso unico. Accanto alle presenze internazionali, Gagosian, Pace Gallery, Perrotin, Thaddaeus Ropac, Victoria Miro, Timothy Taylor, Vito Schnabel Gallery, Galleria Continua, P420, Vistamare, Franco Noero, emerge una rete regionale sorprendentemente articolata. Dagli Emirati arrivano Carbon 12, Lawrie Shabibi, The Third Line, Tabari Artspace, Green Art Gallery, Iris Projects e Gallery Isabelle; dal Libano Saleh Barakat Gallery, Mark Hachem e Galerie Tanit; dall’Arabia Saudita Athr e Hafez Gallery; da Teheran Dastan; da Istanbul Galerist e BüroSarıgedik. Il Nord Africa è rappresentato con particolare forza dalla scena tunisina, attraverso A.Gorgi Gallery, Elmarsa, Selma Feriani e Le Violon Bleu, mentre dal Cairo arrivano Gypsum e ArtTalks | Kanafani Gallery e da Casablanca Loft Art Gallery. L’India, con Experimenter, Galerie Isa, Jhaveri Contemporary, Nature Morte e Project 88, costituisce un altro importante polo della selezione. WANASA non indica una scena omogenea: è un termine operativo per mettere in relazione territori attraversati da secoli di commerci, migrazioni, scambi e diasporiche circolazioni culturali e la struttura della fiera sembra voler trasformare quella interessante pluralità in una rete.

La prova più chiara arriva da Frieze Masters Abu Dhabi, affidata alla curatrice Marika Sardar. Il tema scelto è l’Oceano Indiano, inteso come spazio di circolazione di oggetti, persone e idee attraverso commercio, collezionismo e scambi culturali. L’Oceano Indiano permette di sostituire alla consueta cartografia centro-periferia una storia fatta di movimento e interdipendenza. La presenza di specialisti di libri rari, manoscritti e antiquariato, tra cui David Aaron, Daniel Crouch Rare Books, Peter Finer, Peter Harrington e Inlibris Rare Books & Manuscripts, allarga ulteriormente il campo. Se questa impostazione curatoriale troverà un corrispettivo convincente nella qualità delle opere esposte, Masters potrebbe diventare uno dei luoghi in cui la fiera prova a intervenire sul racconto stesso della storia dell’arte.

La sezione Global Futures, curata da Tarini Malik, metterà in scena sei solo show: Ala Younis da Taymour Grahne Projects, Abdullah Al Saadi da Aisha Alabbar Gallery, Tania Candiani da Vermelho, Mohammed Joha da Zawyeh Gallery, Arshi Irshad Ahmadzai da Chatterjee & Lal e Seta Manoukian da Marfa’. Anche qua le pratiche degli artisti entrano in rapporto con memoria, archivio, paesaggio, storia sociale e trasformazione politica e il territorio di provenienza diventa una condizione da interrogare, non solo un'identità estetica.

Sarà insomma la qualità dei dialoghi tra opere, gallerie, curatori e pubblico a stabilire se Abu Dhabi rappresenterà davvero un nuovo centro di produzione culturale o semplicemente una nuova destinazione del mercato internazionale. In questo quadro, Focus appare meno marginale di quanto il nome potrebbe suggerire. La sezione dedicata alle gallerie più giovani presenta, tra gli altri, Tahir Karmali con Management, Thuy Tien Nguyen con Solo, Chonon Bensho con W-galería, Marigold Santos con Patel Brown, Jawad Al Malhi con Iyad Qanazea Gallery e Dala Nasser con Commonwealth and Council. Sono pratiche molto diverse ma attraversate da un interesse per migrazione, memoria, sistemi di sfruttamento, appartenenza e materialità. 

Anche le scelte artistiche della sezione principale suggeriscono una volontà di complicare il consueto racconto del contemporaneo globale. Le presenze di Ibrahim El-Salahi, Farideh Lashai, Mounirah Mosly e Samir Rafi accostano importanti figure della storia moderna della regione ad artisti come Emily Kam Kngwarreye, Francesco Clemente e Sheila Hicks e a una generazione più giovane rappresentata da Chonon Bensho, Tahir Karmali e Marigold Santos (sequenza che non costruisce necessariamente un nuovo canone ma almeno ne mette in discussione i confini).

Lo stesso vale per la forte presenza di artiste. Richard Saltoun Gallery presenterà Juliana Seraphim, Bertina Lopes, Everlyn Nicodemus e Rina Banerjee; Pi Artworks Susan Hefuna, Gülay Semercioğlu e Nancy Atakan; Lawrie Shabibi Hamra Abbas e Shaikha Al Mazrou; Waddington Custot Etel Adnan, Sophia Vari e Fabienne Verdier. Che cosa sarà dunque Frieze Abu Dhabi? È troppo presto per dire se diventerà un nuovo appuntamento imprescindibile del calendario internazionale, e sarebbe probabilmente sbagliato misurarne il successo soltanto in termini di vendite, presenze VIP o numero di grandi gallerie. Frieze arriva ad Abu Dhabi con una macchina globale già perfettamente collaudata: Abu Dhabi le mette davanti una regione che vuole essere interpretata secondo coordinate meno familiari al sistema occidentale.

La vera scommessa sarà reciproca. 

 

Lavinia Trivulzio, 27 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Lavinia Trivulzio

Leggi i suoi articoli

Altri articoli dell'autore

Sei mesi fa il via libera al Protocollo tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute ha aperto la strada alla prescrizione sociale dell’arte. Dall’Alzheimer al Parkinson, dalla pediatria alla salute mentale, in Italia esistono già musei, teatri e istituzioni culturali coinvolti in programmi di welfare culturale. La sfida ora è trasformare una geografia di sperimentazioni in un sistema nazionale, con evidenze scientifiche, professionalità, risorse e un’offerta accessibile sul territorio.

I fragili resti di un neonato rinvenuti nel sito di Ripari Alti, nella valle di Lamen, nel Bellunese, conservano la traccia di una frattura prodotta durante un parto difficile. Secondo lo studio coordinato dall’Università di Trento, sarebbe la più antica prova archeologica diretta finora documentata di una manovra ostetrica: un tentativo di estrazione compiuto quasi seimila anni fa.

Il furto delle opere di Antonello da Messina al MuMe entra in una storia lunga più di un secolo, fatta di clamorose falle nella sicurezza, criminalità organizzata, commissioni clandestine e recuperi altrettanto spettacolari. Dalla Gioconda sottratta al Louvre nel 1911 alla Natività di Caravaggio mai ritrovata, dal colpo all’Isabella Stewart Gardner Museum fino a Castelvecchio, alla Magnani Rocca e al Louvre del 2025: una geografia del patrimonio scomparso che racconta anche l’evoluzione della tutela dei musei.

Scoperti casualmente nel 1946 nelle Marche, i Bronzi dorati di Pergola costituiscono l'unico gruppo scultoreo equestre romano in bronzo dorato giunto fino a noi. Un capolavoro assoluto dell'arte antica, ancora avvolto da interrogativi sulla committenza, sulla collocazione originaria e sull'identità dei personaggi, la cui storia intreccia archeologia, restauri, dispute istituzionali e nuove tecnologie museali.

E se fosse Abu Dhabi a cambiare Frieze? | Lavinia Trivulzio

E se fosse Abu Dhabi a cambiare Frieze? | Lavinia Trivulzio