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Gaspare Melchiorri
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A Venezia si è chiuso ufficialmente il lungo cantiere per il restauro e la messa in sicurezza della pavimentazione di Piazza e Piazzetta San Marco, danneggiata dalle maree eccezionali del novembre 2019. La sottoscrizione del certificato di collaudo da parte del Comune di Venezia e delle imprese coinvolte ha sancito la regolarità dell’intervento, ma il lavoro compiuto sotto la superficie della piazza ha lasciato anche un’eredità importante sul piano della conoscenza archeologica.
Per mesi, sotto i masegni della Piazza (i tradizionali blocchi di pietra squadrata in trachite, roccia magmatica effusiva di origine vulcanica, diffusa in Veneto, nella zona dei Colli Euganei), tecnici e archeologi hanno potuto osservare e documentare le diverse stratificazioni che nel corso dei secoli hanno modificato uno dei luoghi più conosciuti della Serenissima. Un’attività resa necessaria dalla natura stessa dell’intervento: per consolidare il sottofondo e risistemare la pavimentazione, i masegni sono stati progressivamente rimossi, numerati, catalogati, restaurati e quindi ricollocati rispettando la sequenza originaria.
È proprio durante queste operazioni che sono emersi livelli pavimentali più antichi, testimonianze di una piazza diversa da quella che conosciamo oggi. Le evidenze hanno richiesto specifiche attività di documentazione archeologica, condotte in accordo con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna.
Particolarmente significativo è quanto individuato sul versante delle Procuratie Vecchie. Nel corso degli approfondimenti è stata segnalata una sepoltura contenente almeno quattro individui, insieme ad altre evidenze archeologiche che, sulla base delle prime valutazioni, potrebbero essere riconducibili all’antica chiesa di San Geminiano, che anticamente sorgeva di fronte alla Basilica di San Marco; fondata probabilmente nel VI secolo d.C., venne infine demolita nel 1807. Si tratta di elementi che aprono nuove prospettive sulla storia dell’area marciana e sulla trasformazione di questo spazio urbano nel corso dei secoli.
La scoperta non consente, da sola, di ricostruire l’intera storia della chiesa o dell’area funeraria, ma aggiunge tasselli a un quadro storico che la ricerca archeologica può contribuire a rendere sempre più preciso. La Piazza, in questo senso, non è soltanto lo spazio scenografico che oggi accoglie veneziani e visitatori, ma un vero «palinsesto» della città.
Il cantiere è nato da una necessità molto concreta. L’«Acqua Granda» del 2019 e il moto ondoso avevano provocato l’asportazione di parte del sottofondo sabbioso sul quale poggiano i masegni, causando cedimenti, instabilità e fessurazioni. L’intervento, con un investimento di quasi 3,5 milioni di euro e una superficie complessiva di 4.934 metri quadrati, ha previsto il consolidamento e il ripristino del sottofondo, la rimessa in quota degli elementi lapidei e il recupero delle porzioni danneggiate.
Sono stati restaurati anche i masegni e le fasce in pietra d’Istria, oltre alle basi delle colonne di Marco e Todaro e alle protezioni dei pili portabandiera. L’ultimo masegno è stato ricollocato il 27 marzo, segnando di fatto la conclusione delle lavorazioni sulla pavimentazione.
Il valore del cantiere, tuttavia, va oltre la restituzione della funzionalità e della sicurezza alla Piazza. Intervenire su una pavimentazione storica ha significato anche entrare in contatto con le tracce materiali delle comunità che hanno abitato e trasformato questo luogo prima di noi. La conservazione dei masegni, attraverso la loro catalogazione e ricollocazione, e la documentazione delle stratificazioni emerse durante i lavori hanno permesso di tutelare contemporaneamente il patrimonio visibile e quello nascosto.
Gaspare Melchiorri
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