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Francesca Filippi
Leggi i suoi articoliCuratrice del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia nel 2009, direttrice di Arte Fiera dal 2017 al 2020, ha insegnato nelle accademie di Belle Arti di Milano, Venezia e Bergamo, nonché all’Università Bocconi di Milano. Dirige l’area dottorale allo Iuav, dove ha fondato il Corso di Arti Visive e Cinema espanso. È stata autrice di importanti volumi dedicati al mercato e ai linguaggi dell’arte contemporanea e collaboratrice di importanti testate a inizio carriera. Angela Vettese ha vissuto il sistema dell’arte in tutte le sue declinazioni, un percorso che le consente oggi di osservare con uno sguardo d’insieme la sua evoluzione: dalla trasformazione delle competenze alla nascita di nuove professionalità, alla ridefinizione dei profili richiesti dall’ecosistema artistico contemporaneo. Un contesto segnato da un’offerta sempre più ampia e specializzata, in cui, oltre a trasmettere competenze, è necessario formare figure capaci di muoversi tra produzione, ricerca, tecnologia e istituzioni, ambiti sempre più interconnessi. Tra teoria e laboratorio, tecnologia e curatela, il corso magistrale in Arti visive e cinema espanso allo Iuav riflette questo cambiamento della formazione artistica, in un contesto in cui l’arte si produce e si presenta tra museo, spazio espositivo, piattaforme digitali e installazioni multimediali, dove lavorano, accanto ad artisti e curatori, programmatori, designer digitali, tecnici dell’immagine e nuovi professionisti della produzione culturale.
Lei è coordinatrice del corso di laurea magistrale in Arti visive e cinema espanso all’Università Iuav di Venezia e dell’area dottorale in Arti Visive, Performative e Moda. Qual è il focus di questo percorso di studi e di che cosa si occupa un esperto in cinema espanso?
Come insegnare le arti visive è un tema che da tempo riempie libri e convegni, soprattutto in un contesto in cui la scolarizzazione degli artisti è sempre più elevata. Nessuno sa rispondere, persino un didatta come Alberto Garutti aveva i suoi dubbi. Ma noi prendiamo spunto dal modo in cui lavorano le università americane, con molta teoria, dall’Estetica alla Semiotica, e molta pratica, con laboratori che vengono tenuti da professionisti. Quest’anno, tra i docenti con contratti di eccellenza abbiamo, tra gli altri, Cesare Pietroiusti, Alina Marazzi, Antoni Muntadas, Yuko Hasegawa (sì, anche curatori). Gli studenti passano due anni con noi alternando corsi teorici e laboratori pratici, cercando di capire se desiderano per sé un percorso da curatore, artista, direttore di museo, critico, regista o sceneggiatore. Insomma, il corso è una palestra che dovrebbe testare e approfondire il talento specifico di ciascuno. Per cinema espanso si intende ogni forma di immagini in movimento che non si identifichino con il cinema narrativo, da sala. Idealmente va dagli esperimenti di Dalì e Bunuel fino alle installazioni multischermo di Isaac Julien.
Si può definire il cinema espanso una nuova disciplina d’insegnamento e ce ne sono altre che negli ultimi anni hanno acquistato autonomia o che sono state incorporate nei percorsi formativi per aiutare i professionisti di domani ad affrontare i cambiamenti in corso nel mondo dell’arte (e non solo)?
Si fa cinema espanso da un secolo e credo sia il tempo di insegnarlo come tale. Noi ci proviamo. Anche la curatela di mostre è sempre stata appannaggio di poche scuole, a iniziare da quella che Adelina von Fuerstenberg inventò al Magazin di Grenoble. Noi proviamo a insegnare anche quello e abbiamo avuto grandi soddisfazioni tra i nostri ex allievi, che ora lavorano al Cern di Ginevra come Giulia Bini, alla Pinacoteca Agnelli come Pietro Rigolo dopo dodici anni al Getty Institute, alla Fondazione Sandretto come Irene Calderoni, ora direttrice della Scuola Piccola Zattere, e in altre istituzioni come il MAO e il Pav di Torino o la stessa Biennale, dove l’ex Iuav Stefano Mudu ha assistito Cecilia Alemani nelle ricerche.
In Italia ci sono oggi svariati corsi che oggi si pongono l’obiettivo di preparare figure esperte di tecnologie applicate all’ambito artistico e creativo, tra questi le lauree triennali in Nuove tecnologie dell’arte attivate da alcune Accademie di Belle Arti. Si tratta della risposta delle istituzioni universitarie a una domanda posta dal mercato o di un’offerta formativa che oggi riflette una nuova visione culturale?
La tecnologia è entrata nel nostro vivere quotidiano e molti artisti non potrebbero farne a meno, per esempio Diego Marcon, ex allievo Iuav visto alla Biennale del 2022 oltre che alla Fondazione Trussardi, non esagera nel sottolineare il contributo del computer, ma i suoi film lo usano molto. Emilio Vavarella, un altro ex-Iuav recentemente visto alla Quadriennale, ne fa invece quasi il centro del suo lavoro. Non insegnarla sarebbe come, in una bottega del Quattrocento, non avere insegnato come si fanno le tempere.
Quali sono le nuove figure professionali nel mondo dell’arte e che ruolo giocano nel contesto attuale gli esperti in tecnologia?
Molti gruppi artistici hanno al loro interno un webmaster o comunque un programmatore, ma non da oggi: ricordo la precoce avventura di Premiata ditta con il sito UNDO. Le professioni possono anche essere le stesse, ma se Umberto Mastroianni faceva il montaggio dei film a mano, oggi lo si fa con delle precise skills in ambito digitale.
Emilio Vavarella, «Quadriennale», 2024, Roma, Foto Damiano Andreotti
C’è ancora qualcuno che si forma per diventare artista in senso pieno o prevalgono gli studenti che si avvicinano all’arte per svolgere una delle tante professioni dell’ecosistema?
Molti vorrebbero fare gli artisti, ma il problema è definire che cosa sia oggi un artista. Molti, lavorando sul fronte della creazione-ricerca, cioè su di un solco già sondato da Hans Haacke o da Walid Raad, si inseriscono in collettivi attivisti, come negli anni Ottanta Act Up o Nan Goldin, molti sono figure indefinite come quelle che abbiamo visto a Documenta nel 2022. C’è una sovrapposizione di ruoli che non è nuova – anche Duchamp curava mostre o ne faceva l’allestimento – ma che sta diventando pressante. Quindi la formazione di un artista deve prevedere anche questa forma di flessibilità.
Come docente, ma anche come curatrice e come critica d’arte, che differenza vede tra i professionisti che si sono formati negli ultimi anni e i giovani artisti e operatori culturali con cui si trovava ad avere a che fare dieci o quindici anni fa e quali aspetti della formazione italiana ritiene più in tensione con le trasformazioni in corso?
L’Italia è sempre più marginale nel sistema geopolotico, quindi direi che la principale differenza con anni addietro è che chi vuole fare strada, si concede percorsi all’estero. Un altro aspetto, che ho già menzionato, è che si allungano sempre di più i tempi di formazione. Per questo abbiamo creato un ambito dottorale in Arti Visive, Performative e Moda che consente a qualcuno di procedere dopo la laurea magistrale. Inoltre, vedo un nuovo interesse per la politica, soprattutto quella che guarda i diritti umani, l’ecologia, a volte la storia di un territorio specifico. Il film di Elena Mazzi (ex allieva Iuav), intitolato Poc, racconta la vicenda di una piscina in Friuli nascosta nel bosco, usata e mantenuta pulita dalla comunità locale, come un luogo di incontro e divertimento che identifica una comunità. L’arte italiana ci ha messo un po’ a guardare queste tematiche. Mi pare che molte scuole si stiano uniformando a questi aspetti, anche se c’è una grande diversità di metodo tra un’accademia e l’altra. Parlo di Accademie perché non esiste in Italia un’altra università che abbia un corso di laurea e un’area dottorale che prevedano un approccio all’arte anche laboratoriale.
Le applicazioni dell’IA in ambito artistico spaziano dalla produzione artistica alla grafica, dall’illustrazione all’Exhibit Design, dalla conservazione alla valorizzazione e comunicazione del patrimonio. Sono già emerse delle figure professionali specializzate in IA?
Tutti noi docenti all’Università Iuav siamo consapevoli della prossima rivoluzione data dall’IA, in particolare l’estetologo Emanuele Arielli, ma non c’è ancora un insegnamento specifico su questo tema: è ancora troppo nebuloso, non sappiamo davvero che linee di sviluppo avrà, anche se certamente influenzerà l’ambito creativo come accade con ogni nuova tecnologia.
Francesca Filippi
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