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Francesca Filippi
Leggi i suoi articoliIl QS World University Rankings nasce all’inizio degli anni 2000 e viene pubblicato per la prima volta nel 2004. Da allora si è progressivamente affermato come uno dei principali strumenti di riferimento per leggere e confrontare la qualità delle università a livello globale. Alla base del progetto c’è la missione di QS, definita fin dalla sua fondazione nel 1990 dal suo presidente, Nunzio Quacquarelli: aiutare studenti motivati, ovunque nel mondo, a realizzare il proprio potenziale attraverso l’istruzione universitaria e post-universitaria, promuovendo la mobilità internazionale e lo sviluppo professionale.
Per capire come QS valuta il posizionamento delle istituzioni universitarie italiane in un’ottica globale e per riflettere sui loro punti di forza, o di debolezza, abbiamo posto alcune domande a Simona Bizzozero, direttrice della Comunicazione presso QS Quacquarelli Symonds.
Quali sono gli obiettivi del QS World University Rankings?
Le classifiche QS nascono con un obiettivo preciso: offrire agli studenti, in particolare a quelli internazionali, uno strumento affidabile per orientarsi in un panorama accademico sempre più competitivo e globale. Oggi gli studenti che scelgono di studiare all’estero sono circa 7 milioni nel mondo, e secondo il QS Global Student Flows Report questo numero potrebbe crescere fino a 8,5 milioni entro il 2030. In questo scenario, le classifiche QS si rivolgono sia a chi intraprende un percorso formativo fuori dal proprio Paese, sia a quegli studenti che, pur restando nel proprio contesto nazionale, cercano università con un forte profilo internazionale. La forza del ranking QS sta nella sua capacità di combinare dati oggettivi, come la produzione scientifica, con dimensioni più qualitative, tra cui la reputazione accademica e, soprattutto, la percezione dei datori di lavoro. Quest’ultimo è un elemento distintivo che differenzia QS dalle altre classifiche internazionali. È proprio questa integrazione a rendere il ranking particolarmente utile per gli studenti: non si limita a valutare la qualità dell’offerta formativa, ma aiuta anche a comprendere il valore concreto di un titolo nel mercato globale del lavoro. In questo senso, il QS World University Rankings non analizza soltanto le università ma fornisce un’indicazione delle opportunità che queste sono in grado di offrire, sia nel presente sia nel futuro professionale degli studenti. Per questa ragione, è il ranking internazionale più consultato al mondo.
All’uscita del vostro rapporto 2026, i quotidiani italiani hanno insistito sul fatto che l’Italia detiene primati mondiali nel campo delle Humanities e che alcuni atenei hanno scalato le classifiche nei settori dell’Archeologia, della Storia dell’Arte e dell’Art & Design. È vero che la formazione italiana è più forte in queste discipline? È cambiato qualcosa nei ranking degli atenei italiani negli ultimi anni?
Il quadro che emerge nel 2026 è, per molti aspetti, solido e articolato. L’Italia conta 60 università presenti e 769 posizionamenti disciplinari nel QS World University Rankings by Subject: numeri che raccontano un sistema ampio, con una buona visibilità internazionale e punte di eccellenza riconosciute a livello globale. È vero che l’Italia esprime una particolare forza nelle discipline umanistiche e creative, e non si tratta di un fenomeno nuovo. Il primato della Sapienza in Lettere classiche e storia antica, confermato per il sesto anno consecutivo, è emblematico: riflette una leadership costruita nel tempo, profondamente radicata nel patrimonio culturale e accademico del Paese. Allo stesso modo, i risultati in Archeologia, Storia dell’Arte e Art & Design, con atenei come Bologna, il Politecnico di Milano, lo Iuav di Venezia o la Scuola Normale Superiore stabilmente nelle posizioni di vertice, confermano una specializzazione distintiva dell’Italia in ambiti strettamente legati alla sua identità culturale. Detto questo, sarebbe riduttivo leggere il sistema italiano solo attraverso la lente dell’area umanistica. Le discipline con la maggiore presenza di università italiane nel ranking sono infatti Medicina, Scienze biologiche, Fisica e astronomia, Informatica e Scienze agrarie e forestali. Questo indica un sistema più equilibrato di quanto spesso si racconti, con una base scientifica ampia, anche se meno visibile nei vertici assoluti. Negli ultimi anni non si osserva tanto un cambiamento radicale, quanto piuttosto una crescente polarizzazione: da un lato, alcune eccellenze consolidano o migliorano il proprio posizionamento a livello globale; dall’altro, il sistema nel suo complesso fatica a mantenere performance elevate e omogenee tra atenei e discipline. È qui che emergono le sfide strutturali. Per l’Italia, la questione non è solo preservare i propri punti di forza storici, ma riuscire a svilupparli e diffonderli. Questo passa da investimenti continui nella capacità di ricerca, nella collaborazione internazionale e, soprattutto, nella capacità di attrarre e trattenere talenti. Il Paese dispone di un patrimonio accademico e culturale straordinario: il passo successivo è trasformare questo potenziale in risultati più consistenti e sistemici, in grado di competere stabilmente ai massimi livelli globali.
Le istituzioni universitarie italiane nel database di QS non sono comunque molte. Come funziona l’inserimento? È la vostra società a selezionare le istituzioni o sono loro a candidarsi? Quali università/accademie/istituti di arte e design vengono presi in considerazione? Nel settore delle arti colpisce l’assenza, quasi totale, delle Accademie statali di Belle Arti, che costituiscono gran parte del sistema AFAM (Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica). Mancano non solo all’interno della classifica 2026, ma anche all’interno del database. Quali sono le ragioni?
Il nostro database è dinamico e si costruisce attraverso una combinazione di criteri oggettivi, delle segnalazioni raccolte tramite i nostri sondaggi globali, la Global Academic Survey e la Global Employer Survey, in cui i rispondenti indicano le istituzioni che considerano eccellenti in specifiche discipline, e della partecipazione attiva delle istituzioni stesse. Per essere incluse nelle classifiche per disciplina (QS World University Rankings by Subject), le università devono innanzitutto soddisfare alcuni requisiti di eleggibilità: offrire programmi di laurea e/o post-laurea o equivalenti, aver formato almeno tre cicli di laureati e raggiungere soglie minime di produzione scientifica se rilevante per la disciplina/aree considerate. Questi criteri permettono di identificare le istituzioni comparabili a livello internazionale. Tuttavia, l’eleggibilità da sola non basta a garantire visibilità. Il vero discrimine è il livello di coinvolgimento nel sistema QS. Le università sono invitate a partecipare attivamente attraverso l’invio dei dati, il coinvolgimento nelle survey globali sulla reputazione accademica e tra i datori di lavoro, e la costruzione di network internazionali. Questo vale anche per istituzioni non tradizionali, come accademie e scuole di arte e design: possono essere incluse nei ranking per disciplina, purché soddisfino criteri comparabili e dimostrino una presenza rilevante in termini di reputazione e output. È proprio su questo punto che emerge una specificità italiana. Le istituzioni più presenti nei ranking sono diverse realtà private nel campo dell’arte e del design non necessariamente le uniche eccellenti, ma che partecipano in modo più sistematico al processo. Al contrario, una parte significativa del sistema AFAM resta meno rappresentata, per una minore integrazione nei meccanismi internazionali di raccolta dati e valutazione. In altre parole, la differenza tra essere visibili o meno nei ranking non dipende solo dalla qualità accademica, ma anche dalla capacità delle istituzioni di posizionarsi e interagire in un ecosistema globale sempre più basato su dati, reputazione e relazioni.
Può spiegarci che cosa sono i due indici Employer e Academic Reputation e come vengono misurati? Quanto pesano sul posizionamento delle istituzioni che formano nei settori afferenti alle arti?
Le classifiche per disciplina sono elaborate sulla base di cinque indicatori principali:
• Academic Reputation: basato su un sondaggio che coinvolge oltre 150mila accademici, ai quali viene chiesto di indicare gli atenei ritenuti migliori nel proprio ambito disciplinare;
• Employer Reputation: basato su un sondaggio che coinvolge oltre 100mila datori di lavoro, ai quali viene chiesto di indicare gli atenei da cui preferiscono assumere talenti, in funzione delle competenze richieste;
• Citations per Paper: basato sul numero medio di citazioni ricevute per ciascuna pubblicazione scientifica. Indica quindi l’impatto della ricerca prodotta: più un articolo viene citato da altri studiosi, maggiore è la sua rilevanza nella comunità accademica;
• H-Index: combina quantità e qualità della produzione scientifica. Un’università (o un ricercatore) ha un H-Index pari a «h» se ha pubblicato almeno «h» articoli che hanno ricevuto almeno «h» citazioni ciascuno. Serve a valutare sia la produttività sia l’influenza della ricerca nel tempo;
• International Research Network: misura il grado di collaborazione internazionale nella ricerca. Valuta quanto un’università collabora con istituzioni di altri Paesi, attraverso pubblicazioni congiunte e progetti condivisi. Un valore alto indica una rete globale ampia e una forte apertura internazionale.
Il peso attribuito a ciascun indicatore varia in funzione della disciplina considerata, come illustrato nel grafico in calce. Ad esempio, nell’ambito delle Life Sciences & Medicine, gli indicatori legati alla ricerca rappresentano circa il 50% del peso complessivo. Al contrario, nelle Arts & Humanities incidono per circa il 20%, poiché, per loro natura, discipline come la Medicina producono un numero significativamente maggiore di pubblicazioni scientifiche rispetto, ad esempio, alla Storia dell’Arte.
Quali tipi di figure professionali/aziende vengono sentite per valutare l’Employer Reputation delle università attive nel settore delle arti? Può farci qualche esempio?
Nel caso delle arti e delle discipline creative, gli employer coinvolti riflettono la varietà e la natura applicata di questi settori. Parliamo, ad esempio, di studi di architettura e design, case di moda e brand del lusso, agenzie creative e di comunicazione, ma anche musei, gallerie e istituzioni culturali. A questi si aggiungono le industrie dei media, dell’audiovisivo e dell’intrattenimento, oltre a un numero crescente di aziende del digitale creativo, come realtà attive in UX/UI, gaming e content production. Si tratta quindi di attori direttamente coinvolti nei processi di selezione di profili creativi, e che hanno una capacità concreta di valutare la preparazione e l’occupabilità dei laureati. Un aspetto spesso poco compreso è che le istituzioni non sono soggetti passivi in questo processo, ma contribuiscono attivamente alla costruzione del network di esperti che alimenta le survey QS. Possono infatti segnalare contatti qualificati (fino a 400 accademici e 400 employer per ciascuna survey) selezionati secondo criteri precisi: accademici impegnati in attività di insegnamento o ricerca e professionisti con un ruolo diretto nei processi di assunzione. Questo lavoro di costruzione e manutenzione del network è sempre più strategico, perché incide sulla visibilità e sulla riconoscibilità internazionale delle istituzioni. Naturalmente, il processo è regolato da linee guida molto rigorose: è necessario il consenso esplicito dei contatti, vanno utilizzati canali e modalità di comunicazione standardizzati ed è assolutamente vietato influenzare o orientare le risposte. QS monitora attivamente questi aspetti ad esempio segnalando il superamento di determinate soglie di contatti, e può intervenire in caso di anomalie, fino all’esclusione dal ranking. Questo garantisce l’integrità e la comparabilità dei risultati, ma richiede alle istituzioni un approccio strutturato, trasparente e consapevole nella gestione delle proprie relazioni internazionali.
Osservando i dati degli ultimi anni, quali pensa che siano i fattori che hanno contribuito a migliorare il piazzamento delle istituzioni universitarie italiane, soprattutto in termini di Employer Reputation? Ci sono università/accademie/istituti che hanno messo in campo strategie particolari?
Negli ultimi anni si osserva un miglioramento selettivo più che generalizzato, e questo è già un primo elemento chiave: le istituzioni che crescono sono quelle che hanno lavorato in modo intenzionale sul proprio posizionamento internazionale. Sul fronte dell’Employer Reputation, il fattore più rilevante è il rafforzamento del legame con il mondo del lavoro. Le università e, in particolare, alcune accademie e istituti di arte e design, hanno investito molto di più in partnership strutturate con aziende, studi professionali e industrie creative, non solo in Italia, ma sempre più su scala internazionale. Questo si traduce in stage, progetti congiunti, docenze professionali e, soprattutto, in una maggiore visibilità presso i recruiter. Un secondo elemento è la capacità di attivare e coltivare network globali. Le istituzioni che migliorano sono spesso quelle che partecipano in modo più sistematico alle survey QS, che mantengono relazioni attive con employer e alumni e che presidiano i mercati internazionali del talento. In questo senso, la reputazione non è solo un riflesso della qualità, ma anche della presenza e della riconoscibilità. C’è poi un tema di allineamento tra offerta formativa e domanda del mercato. In ambiti come design, moda o digitale creativo, alcune istituzioni italiane hanno saputo aggiornare rapidamente i programmi, intercettando nuove competenze richieste, pensiamo a UX/UI, sostenibilità, nuove tecnologie applicate alla creatività. Infine, emerge una maggiore consapevolezza strategica: le istituzioni che performano meglio sono quelle che hanno integrato il ranking come uno strumento di gestione e non solo come un risultato da osservare. E questo è un punto cruciale: la visibilità nei ranking conta perché incide direttamente sulla capacità di attrarre studenti internazionali, docenti e partner industriali. In un sistema sempre più globale, essere presenti, e riconoscibili, significa entrare nelle mappe decisionali di studenti e recruiter, rafforzare il proprio brand accademico e ampliare le opportunità di collaborazione. Non è solo una questione di posizione in classifica, ma di accesso a un ecosistema internazionale di talenti e relazioni. Non si tratta quindi di un cambiamento uniforme del sistema, ma dell’emergere di buone pratiche che, se diffuse, potrebbero avere un impatto ancora più ampio nei prossimi anni.
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