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Una veduta della mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni e Cecilia Canziani al Padiglione Italia della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Foto Camilla Maria Santini

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Una veduta della mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni e Cecilia Canziani al Padiglione Italia della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

Foto Camilla Maria Santini

Svelato il Padiglione Italia alla Biennale Arte. Chiara Camoni: «La mia opera nasce dalla somma di più forze»

L’artista piacentina presenta il suo progetto: «Dal giorno della mia nomina i tanti messaggi di gioia ricevuti dai colleghi mi hanno fatto capire che lì non c’ero soltanto io, ma una moltitudine di artiste e artisti»

Matteo Mottin

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Il Padiglione Italia alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte-La Biennale di Venezia si apre con la mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni, curata da Cecilia Canziani e allestita dal 9 maggio al 22 novembre alle Tese delle Vergini dell’Arsenale. Il progetto, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, è stato realizzato anche grazie al sostegno del main sponsor Zegna e dello sponsor Banca Ifis. Abbiamo incontrato l’artista.

Nel suo intervento in conferenza stampa ha raccontato che molte persone ultimamente stanno facendo dei sogni su di voi.
A ottobre, subito dopo l’annuncio della nostra nomina, tante persone a noi vicine, amiche, curatrici, artiste ci hanno scritto o chiamato per dirci che ci avevano «sognato». Questa cosa è proseguita nelle settimane e nei mesi successivi. Hanno sognato noi e le nostre opere, in una varietà di immagini e situazioni differenti. Questo fatto, molto potente, si colloca su un piano altro, completamente nuovo per me e, continuando a ripetersi, è finito per entrare nel lavoro stesso. Mi sono domandata se il sogno potesse avere una portata politica. L’arte trasforma, cambia parametri, ci fa immaginare cose che ancora non esistono. Può la materia collegarsi al sogno e attraverso il sogno mettere in atto delle trasformazioni profonde? Forse sì...

Trova che la dimensione onirica abbia un’attinenza con la sua pratica?
Quando sono al lavoro è come se mi muovessi in una sorta di automatismo, di semipresenza a me stessa. Ovviamente c’è un’intenzione iniziale, una spinta, ma poi non so esattamente dove sto andando: me ne rendo conto quando mi fermo e guardo quello che ho fatto. È come attingere a una zona inconscia, sotterranea e ombrosa. Questo modo di dare forma alle cose stando nel processo, si estende anche alle pratiche collaborative dello studio, ai workshop e ai laboratori. Spesso iniziamo cose senza avere chiaro il risultato, mettendo sul tavolo materiali, creando situazioni, ponendo delle parole. Credo che nelle opere rimangano intrappolate le chiacchiere e i discorsi, sia frivoli sia profondi, che accompagnano la nostra giornata come se le opere si caricassero di tutto quel vissuto che gira loro intorno.

Il suo lavoro ha da sempre una portata corale molto forte. Come ha scoperto questa dimensione?
È nato tutto nel 2001, per caso. Avevo una nonna meravigliosa, che all’epoca aveva 89 anni, e un giorno mi disse che nel pomeriggio soffriva un po’ di «malinconia». Non disse noia, usò proprio la parola «malinconia», che sappiamo essere molto connessa allo stato creativo. Mi chiese se avessi qualcosa da farle fare, forse pensando di cucinare o di cucire qualcosa; io invece un po’ per gioco le risposi che avevo bisogno di un’assistente. Lei non aveva alcuna formazione specifica, ma in virtù del nostro profondo legame affettivo accettò: iniziò così a disegnare per me. I suoi disegni erano potentissimi e bellissimi. Dopo un anno di lavoro, raccolsi tutti i suoi disegni e andai dal mio gallerista dell’epoca. Avevamo in programma la mia prima personale, gli dissi che invece volevo fare una mostra di mia nonna «a cura di Chiara Camoni», a partire dal significato profondo della parola «cura». Questa collaborazione straordinaria andò avanti finché, quando lei aveva 93 anni, ci salutammo. L’ultimo lavoro fatto insieme fu un’installazione di quasi 300 disegni, pieni di stelle. Lì ho iniziato a pensare che l’autorialità poteva anche comprendere altre persone. Quando è nato il mio primo figlio, Davide, è successo che per adeguarsi alla nuova condizione il lavoro si rimpicciolisse, si semplificasse in alcuni aspetti tecnici: ho iniziato a lavorare in cucina, in giardino, al parco giochi mentre lui dormiva, riducendo le forme alla dimensione del gesto. Da qui sono nate le «Sisters», queste figure fatte di migliaia di piccoli pezzettini aggrovigliati e infilati a mano, che danno vita a una monumentalità data dalla moltitudine. Sono opere piene «di loro stesse». In quel periodo alcune persone a me vicine hanno iniziato a chiedermi se potevano fare anche loro qualche pallina o qualche fiorellino: dopo 17 anni siamo ancora al tavolo a modellare piccoli pezzettini di creta, che ora costituiscono una sorta di basso continuo nelle nostre giornate di lavoro. A un certo punto si uniscono e danno forma a una nuova «Sister»!

Una veduta della mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni e Cecilia Canziani al Padiglione Italia della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Foto Camilla Maria Santini

Come ha gestito il passaggio da questa dimensione intima alla vastità delle Tese?
Esiste un tipo di approccio che si formalizza in grande gesto eroico, ma ne esiste anche un altro che è dato dalla somma di più forze. Io sento di muovermi in questa seconda zona. Un grande spazio non si occupa unicamente con grandi dimensioni, ma lo si può anche occupare reiterando, moltiplicando e pervadendo, dando peso specifico e intensità.

Nelle sue mostre l’orizzontalità del tavolo domestico è spesso traslata sull’orizzonte del pavimento, una dimensione che caratterizzerà l’allestimento della seconda Tesa dell’Arsenale, in cui i suoi lavori saranno in dialogo con quelli di tanti altri.
Mi è capitato spesso di sentirmi, e di costruire mostre, in dialogo con altri artisti. Recentemente mi sono domandata che cosa sarebbe successo se avessi spostato il piano del dialogo fuori da me, portandolo direttamente tra le opere. Che cosa succede quando due opere «si guardano»? In alcuni casi, quando l’opera è figurativa e ha degli occhi, la cosa è più esplicita, perlomeno nella forma. In altri casi è meno evidente, ma si può spingere in vari modi, mettendole a contatto, in posizioni non consone. In mostra ci saranno due ciotole di Fausto Melotti, che non saranno esposte in una teca o su una mensola, ma che verranno letteralmente tenute in mano da una mia scultura. La ciotola per me è una forma legata agli inizi, è un pieno di vuoto. Tante volte mi è capitato di dire che probabilmente la prima scultura dell’umanità è stata un contenitore. Avrò fatto migliaia di ciotole, e ogni volta ho la sensazione di ripercorrere, attraverso gesti semplici, una storia che parte da molto lontano.

Alcuni hanno sottolineato una dimensione ancestrale nel suo lavoro. È d’accordo?
Ho affermato spesso che una pietra non è meno contemporanea di un computer. Un video può essere obsoleto e una scultura in terracotta no. Non è né il soggetto né la tecnica che fanno la qualità dell’opera, ma il modo in cui usiamo questa tecnica in relazione al soggetto. L’ancestralità per me non è nostalgia verso un mondo che non c’è più. La sento come qualcosa di frequentabile nell’oggi, che ha anche una prospettiva in avanti. Siamo soggiogati dalle superfici luminose dei dispositivi che ci accompagnano in ogni momento, ma c’è una zona di ombra, di densità e di mistero, che ci appartiene e che forse dovremmo semplicemente frequentare.

Una veduta della mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni e Cecilia Canziani al Padiglione Italia della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Foto Camilla Maria Santini

Il Padiglione sarà strutturato su due zone, una in luce e l’altra in ombra.
Il primo spazio, un bosco di figure, sarà in penombra e sarà uno spazio di riflessione sulla scultura, con figure che bastano a loro stesse. Noi le guardiamo e loro si guardano. C’è un sentimento di grande sospensione, come se si trovassero in un loro tempo e in un loro spazio. La seconda Tesa avrà invece una struttura più architettonica, con zone in cui le persone potranno sedersi. Avremo scultura, architettura, ma anche i corpi del pubblico. Abbiamo deciso di lasciare aperto il portone del giardino affinché ci fosse uno sguardo sull’esterno, sul tempo ciclico del giorno e della notte, sulle stagioni. Il tempo del quotidiano e il tempo dell’arte si passano continuamente il testimone, come succede nelle mie giornate, quando sul mio tavolo una tazza non è più quella che uso per fare colazione ma diventa la ciotola di Melotti. Le ceramiche della cucina sono probabilmente gli oggetti che tocchiamo più spesso durante la nostra vita, e sono fatte della stessa materia della scultura.

Tra lei e Cecilia Canziani c’è un forte rapporto di lunga data, sia professionale sia di amicizia.
Si può mettere insieme un curriculum lavorando ogni volta con persone diverse, ma io trovo un senso più profondo nella continuità delle relazioni. Quando un rapporto prosegue, si crea una piccola storia. Appartengo a una generazione che non ha avuto una sua narrazione: credo che la scena italiana sia ricchissima, con artisti straordinari, e forse non è emersa come avrebbe meritato perché non è stata descritta con continuità. Il rapporto di amicizia con Cecilia testimonia una storia personale e artistica, che dura da oltre 15 anni.

Come sta vivendo la responsabilità di essere l’unica artista italiana alla Biennale?
L’ho sentita fin dal primo momento. Non è scontato ricevere così tanti messaggi di gioia da parte dei colleghi: dal giorno successivo alla nomina ho capito che lì non c’ero soltanto io, ma una moltitudine di artiste e artisti che si sono sentiti rappresentati dalla nostra selezione. E questo si collega anche alla dimensione onirica di cui parlavamo prima. Noi artisti italiani purtroppo siamo fragili all’estero. Negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate perché grazie all’Italian Council abbiamo visto finalmente artisti italiani in istituzioni straniere, ma probabilmente non è sufficiente. Credo che questo dipenda dal fatto che si è puntato su singole figure, emerse come star, invece che su una narrazione complessiva.

Una veduta della mostra «Con te con tutto» di Chiara Camoni e Cecilia Canziani al Padiglione Italia della 61ma Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Foto Camilla Maria Santini

Matteo Mottin, 05 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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