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Foto d’allestimento per «EGS», 2026

Foto Alessandro Bonori

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Foto d’allestimento per «EGS», 2026

Foto Alessandro Bonori

SpazioC21 ha una missione: accogliere gli esperimenti dell’underground internazionale

A Reggio Emilia esiste uno spazio per conservare le opere di arte pubblica non autorizzata: il dissenso i margini del sistema che usa il linguaggio della performance e delle iconografie alternative, articolato in un fitto programma di mostre, installazioni site specific e residenze

Antonello Ferrarini

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È forse sorprendente, anche se significativo, che una piccola città di provincia immersa nella pianura padana, Reggio Emilia, sappia esprimere iniziative culturali che sono diventate un punto di riferimento ben oltre il territorio e un passaggio quasi obbligato nel panorama dell’arte contemporanea. Sta accadendo grazie all’ormai ventennale festival di Fotografia Europea, probabilmente la manifestazione dedicata al medium fotografico più importante in Italia; succede grazie alla Collezione Maramotti, una delle più significative raccolte private d’arte contemporanea in Europa; e sembra che possa accadere ancora, seppur in scala più ridotta, grazie all’effervescente attività di SpazioC21, un osservatorio sulla traiettoria transizionale di un nucleo di artisti internazionali accomunati in origine da una pratica d’arte pubblica non autorizzata, poi declinata in un’istituzionalizzazione formale. L’associazione tra le tre esperienze appare coerente perché, per quanto sia una piccola entità, SpazioC21 è probabilmente l’unico avamposto in Italia che faccia ricerca seria nel contesto culturale dell’underground metropolitano, sviluppandola in modo coerente e con una direzione identitaria ben definita. 

SpazioC21 nasce dalla passione di una coppia di collezionisti ed è un vero e proprio laboratorio di ricerca con tre anime: una piattaforma attraverso la quale vengono attivate residenze d’artista e commissioni, una galleria per esporre le collaborazioni che ne derivano e una vetrina «istituzionale» per presentare l’opera di chi, nell’arco di più di cinquant’anni, abbia contribuito all’affermazione di quella che Francesca Alinovi aveva già definito nel 1980 un’«arte di frontiera». Tratti peculiari di questa già autorevole realtà, ubicata dal 2018 in un cortile interno di via Emilia San Pietro, sono il network internazionale di relazioni con artisti, curatori, direttori di musei, critici ed editori, che sono regolarmente ospiti a Reggio Emilia, e un’inedita capacità di mappare e raccogliere tracce di underground e di quelle sottoculture metropolitane che hanno figliato sia il radicalismo di John Fekner sia le campiture nere di 108, le sculture realizzate nel Bronx a Fashion Moda da John Ahearn e la calligrafia di Niels Shoe Meulman, gli shadowman dipinti sui poster pubblicitari da Richard Hambleton e Furyo, il «pavimento memoria» di Stefano Serretta, passando attraverso le lettere armate fluorescenti di Rammellzee, la grafica di propaganda di Shepard Fairey e il più diversificato panorama artistico italiano ed europeo.

Foto d’allestimento per «Broken Promises», 2025. Foto Fabrizio Cicconi

Foto d’allestimento per «PALeontologia», 2024. Foto Fabrizio Cicconi

 L’underground newyorkese della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta non è semplicemente un capitolo della raccolta di opere alle spalle di SpazioC21, ma rappresenta l’archetipo formale, il codice genetico e il centro di gravità teorico della sua attività. È in quel preciso posizionamento storico che si definiscono i punti di riferimento culturali, le tecniche e la straordinaria varietà di linguaggi che i successivi artisti (molti dei quali sono già passati da Reggio Emilia) hanno ereditato, elaborato e storicizzato, permettendo a SpazioC21 di costruire un programma serrato di residenze e mostre in cui gli artisti vengono affiancati o supportati da competenze artigianali selezionate nel territorio per realizzare una produzione caratterizzata da un tempo lento, dettato dall’esigenza della ricerca. Un programma incentrato sulla possibile iconografia del dissenso, sulla cultura della guerriglia e dell’hackeraggio oltre che una riflessione sull’etica delle altre pratiche artistiche metropolitane. È questo il caso della mostra di Nuria Mora nel 2022, in cui le forme archetipice del totem e della colonna classica diventano un nuovo alfabeto di segni; o quello della mostra «Invisible identity» di EGS, dove il codice d’origine viene declinato in artefatti di vetro soffiato; o ancora quello della ricerca gassosa, surrealista e psichedelica di Horfee, che trasporta su tela le ispirazioni raccolte dalla cultura popolare, dai manga giapponesi, dai comics di Robert Crumb e dall’arte delle avanguardie di Fluxus e Gutai.

Gli esempi potrebbero continuare a lungo e ripercorrere quasi l’intera programmazione dello spazio, perché a Reggio Emilia hanno già esposto con progetti inediti e site specific artisti quali Borondo e Brad Downey, Moses & Taps e Giorgio Bartocci, Escif e MP5 oltre a Canemorto, 2501, Andreco e Valerio Polici. Il corpus delle opere realizzate in residenza attesta come il passaggio dallo spazio pubblico non autorizzato alla galleria non abbia esaurito in nessun caso la carica eversiva originale delle idee. L’intuizione curatoriale di SpazioC21 sta nell’aver compreso come quell’esperienza ai margini del sistema dell’arte e quell’eredità urbana abbiano nel tempo evoluto la propria fisionomia. Superando la dimensione del muro verso nuovi linguaggi e supporti, questa ricerca non ha infatti abbandonato il gesto anarcoide d’appropriazione dello spazio pubblico, ma gli ha affiancato una progettualità più ampia, che abbraccia nuove tecniche come la scultura, la performance, la tela e l’installazione. Nell’autenticità della ricerca si trova un passaggio decisivo, la testimonianza di una fedeltà a una cultura che ha ancora bisogno di elaborare il proprio statuto, e in alcuni casi di rinnegarlo, per mostrarsi permeabile al presente, rilevante nel suo tempo, connessa al domani ma autonoma e, soprattutto, ancora molto vitale.

Antonello Ferrarini, 04 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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