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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliMentre molti padiglioni nazionali scelgono la strada dell'urto frontale o della denuncia politica esplicita, il Padiglione Francia opta per un’immersione totale in una bellezza inquieta e profonda. Negli spazi storici appena restaurati dei Giardini, l’artista franco-marocchina Yto Barrada (1971), insieme alla curatrice Myriam Ben Salah, ha dato vita a «Comme Saturne», un progetto che trasforma la materia tessile in un dispositivo poetico capace di raccontare la fragilità dei nostri tempi.
Il titolo è una dichiarazione di intenti. Richiama Saturno, il pianeta che fin dal Rinascimento governa il temperamento malinconico, il pensiero lento e la creazione nutrita di pazienza. Ma evoca anche l'ombra terribile della rivoluzione che, come il dio mitologico, finisce per divorare i propri figli. Barrada traduce questa ambiguità attraverso il «dévoré», una tecnica tessile che prevede l’uso di acidi per corrodere il tessuto. Qui la forma nasce dunque per sottrazione, la bellezza emerge dall'attacco chimico alla materia. Distruzione e generazione come due facce della stessa medaglia.
L’ingresso è un invito alla sospensione, segnato da un aquilone in pelle di capra che fluttua tra terra e cielo. Superata questa soglia, il visitatore entra nella «Stanza delle Pieghe», un ambiente dove grandi drappeggi di lana reagiscono alla luce del giorno. Qui il tempo non è un concetto astratto, con la luce del sole che agisce come un materiale vivo, sbiadendo lentamente le tende e iscrivendo il passare dei mesi direttamente sulle superfici. È una coreografia silenziosa che mette in relazione il tempo cosmico con il mito di Crono.
Il cuore del padiglione è però un omaggio al sapere manuale e alla botanica. Barrada propone una nuova teoria del colore che non nasce dai trattati di ottica o di pittura, ma dall'esperienza empirica sviluppata nel suo giardino tintorio di Tangeri, «The Mothership». Tra bagni di colore, piante e mordenti, l'artista sfida il sapere accademico occidentale per valorizzare una conoscenza tramandata oralmente tra artigiani e giardinieri. In questo spazio, il colore non è mai fisso, dipende invece dal suolo, dal clima, dall'errore umano e dal caso.
Il percorso si snoda poi tra continui richiami alla letteratura, in particolare alle pratiche oulipiane (sviluppate nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais, si basano sull'uso di vincoli strutturali e regole formali autoimposte per stimolare la creatività letteraria) dove il gioco e il limite diventano motori di libertà. Una grande ruota di regole e costrizioni omaggia la capacità di sopravvivere ai vicoli ciechi del presente attraverso l'ingegno. È una riflessione che culmina nella «Stanza dei Divorati», il punto di massima tensione del progetto. Qui la stoffa aggredita dagli acidi si frammenta, generando un’estetica dell’usura che non è mai compiacimento, ma riflessione politica sulla vulnerabilità come condizione umana.
In un’edizione della Biennale spesso dominata dal rumore, «Comme Saturne» è, in ultima analisi, un'ancora di sopravvivenza poetica. Yto Barrada non ci offre una fuga dalla realtà, ma un modo lucido per abitare l'instabilità del mondo senza cedere alla paralisi della malinconia.
Riccardo Deni
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