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Sofya Simakova, VAC foundation

Courtesy of Eugene Shishkin, WoL magazine

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Sofya Simakova, VAC foundation

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Sofya Simakova e l’arte di creare connessioni: «Il mio sogno è costruire una grande comunità di artisti»

Dalla Siberia alla scena internazionale dell’arte contemporanea: la curatrice racconta la sua formazione tra Londra e San Pietroburgo, la nascita di Sample Gallery e il nuovo capitolo di Giardini Studios

Davide Landoni

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Sofya Simakova si pone come un ponte tra generazioni di artisti e scene culturali diverse. Nata a Omsk, in Siberia, e formatasi tra Londra e San Pietroburgo, ha costruito un percorso curatoriale che unisce rigore accademico, sperimentazione e apertura verso forme artistiche sperimentali. Dallo stage alla Triumph Gallery di Mosca alla fondazione di Sample Gallery, passando per il progetto innovativo di Giardini Studios a Pietrasanta, Simakova ha sempre cercato di coniugare visione, collaborazione e supporto concreto agli artisti. Il suo lavoro riflette un interesse profondo per la produzione artistica, dalla pittura alla scultura, e per la costruzione di comunità creative capaci di dialogare con musei, collezionisti e istituzioni internazionali. Questa intervista racconta il percorso di una curatrice e creative director che ha saputo trasformare la passione in progetti concreti, sempre all’insegna di curiosità, sperimentazione e ricerca di nuove connessioni.

Sei nata a Omsk, in Siberia, e molto giovane ti sei trasferita in Inghilterra per studiare. Che ricordi hai di quel passaggio così importante e come ha influenzato il tuo percorso?
Nonostante i miei genitori abbiano sempre investito molto nella mia educazione e nella mia formazione culturale, durante l’adolescenza la vita in una piccola città aveva iniziato a starmi stretta. Sono sempre stata attratta dall’arte e pensavo che un’educazione inglese potesse offrirmi gli strumenti per costruire il mio futuro professionale.

L’inizio, però, non è stato facile. La scuola che frequentavo, la Charterhouse school, era estremamente accademica e severa, con la frequenza obbligatoria alla chiesa quattro volte a settimana. Faticavo ad adattarmi alla nuova cultura, soffrivo molto la nostalgia di casa e non potevo permettermi di tornare spesso a Omsk. Il mio rifugio era il dipartimento di arte: lì gli insegnanti erano più aperti e disponibili e l’atmosfera era molto più libera. È stato proprio in quelle stanze che ho capito di voler dedicare la mia vita alle arti visive, e in particolare all’arte contemporanea.

In seguito sono entrata alla Goldsmiths per studiare storia dell’arte. L’esperienza universitaria era completamente diversa da quella scolastica. La Goldsmiths è un ambiente di grande libertà intellettuale, dove la profondità dello studio dipende in larga parte dall’iniziativa personale degli studenti. L’offerta era amplissima e l’università funzionava come un laboratorio in cui le teorie più recenti della filosofia e dell’arte prendevano forma o venivano immediatamente assorbite. È lì che ho acquisito le basi fondamentali per la curatela dell’arte contemporanea.

A soli 18 anni hai fatto un tirocinio alla Triumph Gallery di Mosca. Come è nata questa opportunità? Come si è evoluta? C’è un progetto o una mostra che ricordi come particolarmente significativa?
La Triumph Gallery è una delle gallerie più storiche e importanti della Russia, è stata tra le prime a portare a Mosca artisti come i Chapman Brothers, Damien Hirst e altri protagonisti dei primi anni Duemila.

Ho fatto domanda per uno stage estivo subito dopo aver terminato la scuola e sono stata presa. In tre mesi abbiamo realizzato diverse mostre. Ero la più giovane del team, ma già l’anno successivo ho avuto l’opportunità di curare il mio primo progetto, la prima mostra personale di Issy Wood, oggi un’artista molto affermata, che avevo conosciuto alla Goldsmiths.

Passavo tutte le vacanze lavorando a Mosca, mentre durante l’anno accademico vivevo a Londra, dove svolgevo anche altri stage, uno, ad esempio, alla casa d’aste Phillips. Cercavo di combinare studio e lavoro con un obiettivo preciso: costruire un ponte tra la giovane scena artistica europea e Mosca. Alla fine di ogni anno accademico organizzavo grandi mostre alla Triumph Gallery, molte delle quali poi viaggiavano in tournée in altre città russe.

Era un processo entusiasmante. Gli artisti arrivavano, incontravano la scena locale e si creava un vero scambio di idee e di teorie. Per il catalogo di una delle mie mostre abbiamo anche tradotto per la prima volta in russo il celebre saggio di Mark Fisher sulla “hauntology”.

Inaugurazione della mostra personale di Issy Wood Rosetta Stone alla Triumph Gallery di Mosca. 2015

Da qui a Sample Gallery, nata dal desiderio di creare uno spazio per artisti giovani e accessibile a nuovi collezionisti. Ci racconti come è nato questo progetto?
Avevo vent’anni ed ero circondata da giovani artisti, studiavamo insieme, uscivamo insieme, condividevamo idee e progetti. Curavo una o due mostre all’anno alla Triumph, ma non era sufficiente per dare spazio a tutti gli artisti che mi interessavano.

Allo stesso tempo vedevo emergere anche un nuovo tipo di pubblico. Persone curiose e appassionate che non potevano spendere migliaia di euro per acquistare arte, ma che sarebbero state felici di comprare l’opera di un giovane artista a prezzi accessibili.

Una mia amica, Anna Naumova, aveva la stessa sensazione. Così abbiamo deciso di creare insieme una galleria online dedicata ai giovani artisti, mentre io continuavo a lavorare alla Triumph.

Com’è stato fondare e far crescere una galleria online quando questo modello era ancora poco diffuso? Puoi raccontarci una collaborazione o un progetto che rappresenta bene lo spirito di Sample?
All’epoca era un’idea piuttosto nuova, la nostra è stata la prima piattaforma online di questo tipo in Russia. Per promuoverla organizzavamo aste ogni tre mesi, che sono diventate rapidamente molto popolari, anche se all’inizio guadagnavamo pochissimo.

Dopo due anni un investitore si è unito a noi come terzo socio, Alexandra Lekomtseva e, nel giro di sei mesi, l’attività è diventata finalmente sostenibile. Il progetto ha iniziato a essere preso più seriamente anche da collezionisti e gallerie quando alcuni artisti della prima generazione hanno raggiunto importanti risultati. Questo ha dato maggiore credibilità alla piattaforma e ha segnato un momento di crescita decisivo.

Nel tempo siamo diventate più strutturate e abbiamo iniziato a collaborare anche con i musei, ma per noi è sempre stato fondamentale preservare lo spirito giovane del progetto.

Le mostre a cui sono più affezionata sono probabilmente due: una collettiva al Museo d’Arte Contemporanea di Mosca dedicata alle superstizioni - allo stesso tempo di ricerca e ironica - e una mostra-performance-rave organizzata dentro un autolavaggio. Immaginate cosa ha significato convincere i proprietari russi di autolavaggi, dieci anni fa, a concederci i loro spazi.

Dopo la Goldsmiths, a Londra, hai proseguito gli studi a San Pietroburgo. In che modo il contrasto tra l’approccio concettuale di Londra e quello più classico di San Pietroburgo ha arricchito la tua prospettiva curatoriale?
Mosca è una città che, se non prendi periodicamente le distanze, finisce per risucchiarti. Studiare a San Pietroburgo è stato per me una sorta di fuga da una Mosca troppo veloce, glamour e frenetica, verso un ambiente più accademico e museale. Per me il vuoto e il silenzio sono necessari per mantenere l’equilibrio. Considero sinceramente l’Università Europea, dove ho studiato, una delle migliori al mondo. Anche se inizialmente mi ero trasferita per altri motivi, quell’esperienza è diventata fondamentale, è stato come imparare di nuovo a pensare. A Goldsmiths i nostri “dei” erano Derrida, Chantal Mouffe e Mark Fisher; a San Pietroburgo invece dominavano Warburg, Gombrich e Longhi.

Natalia Goncharova si scatena all'inaugurazione della mostra in un autolavaggio, 2020

Ti definisci più “curatrice” o “creative director”? Cosa significa per te questa distinzione?
Dipende dal progetto. Continuo a curare mostre, ma nella fondazione in cui lavoro oggi il mio ruolo comprende davvero di tutto, quindi “creative director” è un termine più ampio e per certi versi più adatto. Negli ultimi dieci anni le collaborazioni tra artisti e altri ambiti sono diventate sempre più diffuse e ho realizzato moltissimi progetti proprio in questa veste. Abbiamo lavorato con Uber, con diversi brand di moda e organizzato numerosi eventi. Mi piace molto questa dimensione del lavoro, più applicata, per così dire. Ad esempio, una delle artiste con cui collaboriamo, Apollinaria Broche, sta preparando un grande progetto con Acne Studios e io la sto supportando proprio in questo ruolo.

Hai lavorato come curatrice al Museo dei Trasporti di Mosca, un contesto piuttosto insolito per l’arte contemporanea. Com’è nata questa esperienza e quali sfide ti ha posto?
È stata un’esperienza molto interessante. Mi affascinava l’idea di collocare grandi sculture nelle stazioni ferroviarie o organizzare mostre di poster nella metropolitana. Per realizzare questi progetti, però, era necessario soddisfare un’infinità di requisiti tecnici e superare molti ostacoli burocratici - qualcosa che all’inizio non sapevo fare affatto e che ho dovuto imparare.

Il progetto di cui sono più orgogliosa è un’installazione dell’architetto e artista Alexander Brodsky. olti lo ricordano per la casa inclinata presentata alla Biennale di Venezia. Abbiamo creato un’installazione totale dedicata alla costruzione della stazione fluviale di Mosca, una storia poco conosciuta: era infatti l’unico gulag situato entro i confini della città, simile al canale del Belomor. Purtroppo l’installazione è stata smantellata per motivi politici circa due anni fa.

La guerra in Russia ha rappresentato un momento di svolta per te. Come hai vissuto la decisione di lasciare Mosca e trasferirti progressivamente in Italia?
Non voglio collocarmi tra le persone, tra cui molti miei amici, che sono state costrette a partire e non avevano scelta. La mia storia è diversa. Due giorni dopo l’inizio della guerra sono andata in Georgia, è stata una reazione quasi istintiva, dettata dalla memoria storica, un momento di panico. All’epoca molti pensavano che fosse semplicemente impossibile e che tutto sarebbe finito presto. Dopo tre mesi sono tornata. In una situazione del genere non sai cosa fare. La galleria lavorava con moltissimi artisti e sentivo una grande responsabilità nei loro confronti. L’emigrazione è un privilegio, non tutti gli artisti possono permettersela. Chiudere la galleria a chi sarebbe servito? E restare significava forse essere d’accordo con ciò che stava accadendo?

Mi trovavo in una sorta di limbo, viaggiavo spesso in Europa per lavorare ai progetti di Giardini Studios. In quel periodo abbiamo organizzato la mostra di Victoria Kosheleva da Forma a Parigi, aiutato Apollinaria Broche con la sua prima personale a New York alla Marianne Boesky Gallery, Vladimir Kartashov ha dipinto un soffitto al ristorante del Foyer La Scala, e molti altri progetti. Ma continuavo a rimandare la decisione di trasferirmi. A un certo punto partire è diventato vitale, soprattutto dal punto di vista mentale. Inoltre i progetti erano ormai così numerosi che lavorare a distanza non era più possibile. Nell’agosto del 2024 la mia socia ha acquistato la mia quota della galleria e mi sono trasferita in Italia.

Apollinaria Broche al lavoro sulla sua scultura in bronzo alla Fonderia Versiliese, Pietrasanta

Com’è iniziata la collaborazione con Emilian Zakharov e come si è sviluppato il progetto di Pietrasanta?
Conosco Emelyan Zakharov, uno dei fondatori della Triumph Gallery e fondatore di Giardini Studios, fin dal mio primo stage, quando avevo diciotto anni. Anche dopo aver lasciato la Triumph siamo sempre rimasti in contatto e abbiamo continuato a collaborare. Vive a Pietrasanta da venticinque anni. Qui ha fondato Giardini Studios nel 2022 e mi ha invitato a partecipare al progetto. Pietrasanta ha una lunga storia come centro di produzione artistica. Le fonderie Mariani e Versiliese, per esempio, sono già di per sé una ragione sufficiente perché uno scultore scelga di trasferirsi qui. Emelyan ha costruito gli studi proprio all’interno di questo ecosistema produttivo, conoscendo molto bene i laboratori locali. 

Ci racconti com’è nato Giardini Studios e che tipo di realtà è?
Il nostro spazio principale si trova in un enorme ex negozio di fiori, i Giardini della Versilia da qui il nome Giardini Studios. Collaboriamo attivamente con fonderie, laboratori di ceramica, studi di lavorazione della pietra e altri produttori del territorio. Essenzialmente siamo una fondazione che invita gli artisti a collaborazioni a lungo termine: offriamo alloggio, studi, supporto alla produzione e organizziamo mostre. In cambio gli artisti ci cedono ogni anno un piccolo numero di opere. Possono utilizzare le nostre strutture in qualsiasi momento, anche quando lavorano a progetti con altre istituzioni o gallerie. Non abbiamo contratti esclusivi, al contrario, uno dei nostri obiettivi principali è favorire collaborazioni solide tra artisti, gallerie e istituzioni.

A tal proposito, il 13 marzo, Giardini Studios presenterà una mostra personale della scultrice francese Mathilde Albouy nello Spazio Sasetti di Firenze.

Foto dell'installazione di Mathilde Albouy a Villa Versiliana (organizzata dalla Fondazione Versiliana e Umberta Gnutti Beretta, a cura di Sofya Simakova ed Eduardo Monti), 2025

Foto dei Giardini Studios. Dipinto di Vladimir Kartashov

Quali sono i principi che guidano il vostro lavoro con gli artisti?
Il principio fondamentale è creare condizioni di lavoro davvero uniche: comfort, accesso alle risorse e supporto nell’organizzazione dei processi produttivi.

Guardando indietro al tuo percorso - da Londra a Mosca fino a Pietrasanta - quali temi senti che rimangono costanti nella tua ricerca curatoriale?
Il tema della “hauntology”, cioè una nostalgia per un futuro che non si è mai realizzato, è diventato con il tempo sempre più attuale per me. Così come il tema della casa e della ricerca di un punto di appoggio. Dal punto di vista formale sono sempre stata attratta da media piuttosto tradizionali. In passato mi concentravo soprattutto sulla pittura; oggi sono sempre più affascinata dalla scultura, alla quale dedico molta attenzione, in particolare al bronzo. Approfondire il processo produttivo mi ha reso una vera appassionata di questo materiale.

E guardando avanti, come immagini il futuro di Giardini Studios e del tuo lavoro?
Sogno che i nostri studi crescano fino a diventare una grande comunità, un punto di attrazione per artisti provenienti da tutto il mondo. Stiamo lavorando per diventare partner solidi per musei e istituzioni e per sostenere le mostre dei nostri artisti anche dal punto di vista produttivo e organizzativo. E naturalmente mi piacerebbe curare sempre più mostre: è la cosa che amo fare più di tutte.

Davide Landoni, 09 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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