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Sara Benaglia
Leggi i suoi articoliUna sala cinematografica costruita ad Asmara nel 1937 porta ancora oggi il nome di Cinema Impero. È da questo residuo architettonico del colonialismo italiano che Muna Mussie prende il titolo di un lavoro nel quale il cinema diventa insieme oggetto dell’indagine e dispositivo di costruzione della memoria. Artista eritrea cresciuta in Italia, Mussie lavora da tempo tra macrostoria e microstoria, appartenenza, lingua e trasmissione. In Cinema Impero, questa ricerca incontra l’immagine in movimento e la storia coloniale italiana attraverso i filmati dell’Istituto Luce e le immagini provenienti dall’archivio privato dell’artista. A raccontarli sono “due voci e due intelligenze”, una artificiale e una emotiva. Mussie mette così in risonanza due tecnologie distanti quasi un secolo, il cinema e l’intelligenza artificiale, interrogandone la capacità di costruire memoria, immaginario e percezione della realtà.
I due archivi producono due differenti posizioni dello sguardo. Le immagini istituzionali appartengono a un apparato che attraverso il cinema ha contribuito a costruire e diffondere una rappresentazione delle colonie. Quelle di Mussie provengono da un attraversamento contemporaneo degli stessi luoghi, inscritto in una storia personale e familiare. Accostati, i due archivi espongono le condizioni della propria costruzione, ciò che è stato prodotto, selezionato, montato e conservato, insieme a ciò che è rimasto fuori campo. Cinema Impero riattraversa l’archivio coloniale a partire dall’«intimità e dall’affettività», facendo interferire la narrazione istituzionale con una memoria privata e situata.
Muna Mussie, Cinema Impero (2025), Ph. Pietro Bertora
Guardando Cinema Impero mi accorgo però che la domanda su chi abbia il potere di produrre un racconto riguarda anche la posizione dalla quale io stessa guardo queste immagini. Sono una spettatrice bianca italiana davanti all’archivio visivo del colonialismo italiano. Una posizione che raramente è costretta a nominarsi. In White Fragility, Robin DiAngelo descrive, nel contesto statunitense, l’isolamento razziale che permette alle persone bianche di aspettarsi una condizione di «racial comfort», senza dover pensare la propria bianchezza come una posizione. La storia italiana pone la questione altrove. La rimozione coloniale le dà una forma specifica. Perché è ancora così inconsueto parlare delle ex colonie come di una storia che ci appartiene? Davanti alle immagini dell’Istituto Luce, l’Eritrea è il territorio rappresentato. Eppure, sto guardando anche un’immagine che l’Italia ha prodotto e negato di se stessa.
Conosco Muna, la stimo. Negli ultimi mesi abbiamo iniziato a scambiarci immagini e pensieri. Scrivo di Cinema Impero anche da questa prossimità. L’affetto non annulla la differenza delle posizioni dalle quali guardiamo le stesse immagini. Semmai la rende più difficile da ignorare. Cinema Impero porta questa tensione dentro la propria forma. È una black box multipercettiva, pensata originariamente per un solo spettatore alla volta, nella quale cinema, teatro e linguaggio algoritmico convergono verso ciò che Mussie chiama una “prossimità calda”, uno spazio intimo tra chi racconta e chi ascolta. La Storia viene riportata alla scala di una relazione. Qualcuno racconta, qualcuno ascolta. Le posizioni restano differenti.
Muna Mussie, Cinema Impero (2025), Ph. Pietro Bertora.
Muna Mussie, Cinema Impero (2025), Ph. Lorenza Daverio. Cinema Orizzonte Triennale Milano
Dentro questa relazione compare una terza presenza: la macchina. Alla voce emotiva di Mussie risponde quella sintetica dell’intelligenza artificiale. Il passaggio dall’archivio coloniale all’IA sposta nel presente una domanda che attraversa Cinema Impero: chi possiede l’autorità di descrivere il mondo? Archivi e dataset selezionano, classificano, stabiliscono gerarchie di visibilità. Le ricerche di Timnit Gebru, insieme a Joy Buolamwini, hanno mostrato come anche le disuguaglianze razziali e di genere possano inscriversi nei dataset e riemergere nei sistemi che apprendono da essi. La macchina impara da ciò che è stato raccolto. Anche da ciò che è stato escluso. La voce artificiale di Cinema Impero entra così in una storia più lunga dei dispositivi che ordinano e restituiscono rappresentazioni del mondo.
Forse è questa la prossimità più difficile che Cinema Impero produce. Davanti a quelle immagini non posso collocare il colonialismo italiano interamente nel passato, né l’Eritrea interamente altrove. E non posso separare la macchina che oggi prende la parola dalle immagini e dai dati attraverso cui ha imparato a parlare. Rimaniamo, Muna e io, davanti alle stesse immagini da posizioni differenti. L’affetto non colma quella distanza. Mi permette di sentirla.
Sara Benaglia
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