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Robert Rauschenberg, «Overdrive», 1963, Collezione privata

© Robert Rauschenberg Foundation/ VAGA at ARS, NY and DACS 2024

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Robert Rauschenberg, «Overdrive», 1963, Collezione privata

© Robert Rauschenberg Foundation/ VAGA at ARS, NY and DACS 2024

La Pop Art e l’impatto della cultura visiva di massa sulle successive generazioni di artisti

La casa editrice Johan & Levi pubblica la traduzione di un saggio di Lucy Lippard sui cinque protanonisti indiscussi dell’arte americana negli anni Sessanta: Warhol, Rosenquist, Lichtenstein, Wesselmann e Oldenburg

Stefano Causa

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Trovarsi nel posto giusto al momento giusto, con l’età giusta e il tema giusto? Si può scrivere una storia della critica d’arte mettendosi dalla parte di chi ci è riuscito. Per esempio, Lucy R. Lippard (classe 1937) che, nel ’66, licenziò un saggio sulla Pop Art. Marilyn Monroe, le lattine, gli hamburger di gommapiuma, i frame dei fumetti in acrilico. Lucy non aveva trent’anni e i simboli e le merci del dopoguerra entravano stabilmente in agenda. Il fenomeno si era diffuso oltreoceano dall’Inghilterra un poco come succederà una decina d’anni dopo con il punk. Oggi, mentre a Palazzo Strozzi a Firenze si celebra quel naturale opposto della pop che è la pittura di Rothko, esce la traduzione di un saggio su ciò che tutti continuiamo a ritenere, col jazz e il western, prodotto genuinamente americano (anche se d’importazione). 

Da newyorkese, Lucy tira fuori dal mazzo della Pop Art cinque carte alte. Warhol, Rosenquist, Lichtenstein, Wesselmann e Oldenburg. Tutti nati tra le due guerre e con esperienze lontane dal tirocinio accademico (chi ha disegnato scarpe, chi vetrine, chi copertine). I riconoscimenti, insieme ai soldi, arriveranno presto (e una popolarità insospettabile se la nozione degli interni di Wesselmann rimbalzerà fino a Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo). Ma si capisce: nell’attimo in cui cambia il repertorio, si sana la secolare discrasia tra artisti e pubblico, non foss’altro perché la gente è più a suo agio con il volto di Marilyn o di Elvis che con la donne feroci e mutanti di Willem de Kooning. 

Per ragioni cronologiche dal saggio della Lippard restano fuori le punte della cultura pop che sono le copertine dei dischi: da quella tutta bianca del doppio album dei Beatles (1968) fino alla banana sul primo dei Velvet Underground. Ultima Thule della Pop, manca anche la copertina del capolavoro dei Cars, «Heartbeat City» (1984). Centocinquanta pagine, meno di una quarantina di foto a colori, il libro, vivace e spesso brillante, si fregia nel finale di una disamina non scontata della scena italiana: culminante nel lavoro di Mimmo Rotella, che immette nel circuito museale frammenti di manifesti (procedimento pop se mai ce ne sia stato uno; e basterebbe analizzare gli spostamenti del volto di Marilyn da Warhol all’artista calabrese per capire in che senso e termini la Pop americana diverga dalla nostra). 

Pop Art
di Lucy R. Lippard, traduzione di Mariella Milan, 140 pp., ill., Johan & Levi, Milano 2026, € 15

La copertina del volume

Stefano Causa, 29 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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