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Stefano Causa
Leggi i suoi articoliQuando si è intuito che Michelangelo da Caravaggio stesse per diventare una moda culturale? Un momento preciso non è dato stabilire, ovvio; ma non avevo ancora vent’anni e non permetterò a nessuno di dire che casa Gregori in via Capponi a Firenze non fosse il posto acconcio a far brillare nuove mine caravaggesche. Si discuteva della tesi e di altre cose volatili quando bussarono alla porta Derek Jarman e la ventiseienne Tilda Swinton. Fatti i convenevoli di rito, montammo tutti sul taxi, direzione cinema Aldebaran, per la prima fiorentina di «Caravaggio». Era il 1986 e il regista inglese aveva capito prima di tutti che il nostro uomo andasse sfrattato dai magazzini del biografismo più becero: «Abbiamo più informazioni su di lui che su qualsiasi altro pittore. Ma l’aneddotica… non ci dice nulla sul suo carattere. Guardando i quadri invece ci si fa un’idea piuttosto precisa del personaggio». Jarman ci avrebbe lasciato di lì a qualche anno, poco più che cinquantenne.
A rifare il percorso da capo, sappiamo che Caravaggio è il punto di osservazione per ripensare a quella stagione del Neorealismo che ha offerto il meglio nel cinema e nella fotografia e che, se le cose stanno così, sarebbe più corretto ribattezzare Neocaravaggismo. Mancava il libro che facesse il punto su questo cambio cruciale, provando anche a salire sul treno dei film pensati e abortiti. Versatile e curioso, Tommaso Mozzati era l’uomo giusto. Non solo perché cinefilo o, come avrebbe detto Attilio Bertolucci, mangiatore o bevitore di film. Ma perché versato nei tre filoni preferenziali (il cinema stesso, Longhi e Pier Paolo Pasolini) utili a intercettare le defluenze moderne di quella funzione Caravaggio che la tracimazione degli studi caravaggeschi persiste a non interrogare in modo sistematico.
Ricco di piste, il libro culmina nella pubblicazione della sceneggiatura inedita di Suso Cecchi D’Amico ed Enrico Medioli risalente ai primi anni Cinquanta per un film sul Caravaggio che poi non si fece. La mostra milanese del 1951 in Palazzo Reale era stata come un trailer per tutti i film fatti e da fare sul pittore; ma lo script, che ha delle assonanze con il primo Caravaggio longhiano del ’52, non sarebbe male arricchisse, con il suo stile nominalistico e veloce, la letteratura degli anni ’50 che, per come la si racconta, continua a mancare di Longhi, Caravaggio e, lo si lasci dire, di sceneggiatori come la romana Giovanna Cecchi, in arte Suso, scomparsa 16 anni fa quasi centenaria. Infine c’è Napoli, col suo immarcescibile strascico di panni stesi. Ricordate Longhi quando, aggirandosi con lo sguardo nelle «Opere di Misericordia», parla di «sgocciolio delle lenzuola lavate alla peggio e sventolanti a festone sotto la finestra da cui ora si affaccia una nostra donna col bambino, belli entrambi come un Raffaello senza seggiola perché ripresi dalla verità nuda di Forcella o di Pizzofalcone»? Bene: guardate come questo, che rimane pur sempre uno dei grandi momenti della letteratura del dopoguerra, si asciughi (è il caso di dire) nel trattamento cinematografico: «Dalle finestre si vedono cortine di panni stesi ad asciugare, e un vocio assordante viene dalle strade. Nell’interno della sala Caravaggio è intento a dipingere il grande quadro delle Opere di Misericordia». Da Longhi a Suso, via Caravaggio, il biglietto è andata e ritorno. E non si rientra a mani vuote.
Vite immaginarie di Caravaggio. Un pittore tra le ombre del cinema. Con l’inedito «Caravaggio» di Suso Cecchi D’Amico ed Enrico Medioli
di Tommaso Mozzati, 160 pp., 64 ill. col. e b/n, Officina Libraria, Roma 2025, € 18,90
La copertina del volume
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