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La facciata di San Miniato a Firenze a restauri conclusi

Courtesy della Sabap Firenze, Prato e Pistoia

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La facciata di San Miniato a Firenze a restauri conclusi

Courtesy della Sabap Firenze, Prato e Pistoia

Risplendono l’oro e i marmi policromi della Basilica di San Miniato al Monte

3,6 milioni di euro del Pnrr hanno reso possibile un intervento complessivo di messa in sicurezza dell’edificio fiorentino che ha compreso anche il restauro del mosaico d’impianto romanico della facciata

Elena Franzoia

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È tornata a risplendere, con il suo mosaico d’oro visibile a grandissima distanza e l’armoniosa facciata in marmi policromi, la Basilica di San Miniato al Monte, capolavoro romanico che svetta sull’omonimo colle fiorentino offrendo straordinarie viste sulla città e i dintorni. Precedute nel 2023 da indagini diagnostiche e un cantiere pilota focalizzato sulla facciata, le operazioni di restauro, che hanno incluso il cinquecentesco campanile progettato da Baccio d’Agnolo, sono iniziate nell’ottobre 2024 e hanno richiesto 18 mesi. Storicamente abitato e custodito dai monaci benedettini olivetani, che qui hanno il loro convento, il complesso basilicale pertiene all’Agenzia del Demanio, promotrice del restauro finanziato dal Ministero della Cultura con oltre 3,6 milioni di euro di fondi Pnrr nell’ambito della Sicurezza sismica nei luoghi di culto, torri e campanili. Indagini, progettazione e direzione lavori si devono alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato in collaborazione con lo studio associato di architettura Comes (diretto da Carlo e Francesca Blasi e Susanna Carfagni), coinvolto anche nella ricostruzione della Cattedrale parigina di Notre-Dame. La ditta esecutrice è la veneziana Lithos, che nell’ottica di un cantiere aperto e trasparente ha offerto alla cittadinanza un interessante programma di visite guidate gratuite. È così stato possibile assistere anche al restauro in diretta del mosaico d’oro d’impianto romanico della facciata, più volte rifatto nel corso dei secoli a causa della totale assenza di elementi di aggetto e protezione. L’ultimo rifacimento risale plausibilmente al secondo Ottocento, come testimonia l’uso della tecnica indiretta e quindi l’effetto superficiale piatto e omogeneo, dalle tessere più distanziate rispetto alla antica tecnica diretta. Come per i mosaici del Battistero, anche qui le tessere mancanti sono state reintegrate con quelle prodotte, tuttora artigianalmente, dalla ditta Orsoni 1888 di Venezia. 

Gli interventi hanno incluso il recupero delle superfici lapidee della facciata mediante operazioni di pulitura, trattamenti biocidi e consolidamenti mirati, oltre alla ricomposizione di elementi e al restauro degli apparati decorativi. Sul sistema delle coperture e delle capriate lignee sono state affrontate criticità strutturali attraverso l’inserimento di dispositivi di rinforzo in acciaio e sistemi di controventatura, garantendo stabilità e sicurezza all’intero organismo edilizio. Particolare attenzione è stata dedicata alle murature perimetrali, interessate da fenomeni di dissesto storico: l’inserimento di tiranti strutturali e gli interventi di cucitura hanno migliorato il comportamento statico e la risposta sismica della Basilica. Analogamente, il campanile è stato oggetto di opere di messa in sicurezza, con interventi puntuali sulle lesioni e sul paramento lapideo. Un accurato lavoro di conservazione delle dorature e protezione dei materiali, svolto in un laboratorio temporaneo allestito nella cripta, ha infine interessato l’aquila bronzea che conclude il frontone, simbolo di quella ricchissima e potente Arte di Calimala che dal Duecento esercitò la propria supervisione sia sul complesso di San Miniato sia sul Battistero fiorentino. 

Due edifici non a caso accomunati da evidenti analogie come, oltre alle decorazioni musive, il rivestimento parietale in marmi policromi e le simbologie pavimentali. «Trattandosi essenzialmente di un intervento di messa in sicurezza dal rischio sismico, i lavori hanno interessato gli elementi strutturali che presentavano particolari vulnerabilità e si sono basati su interventi mirati quasi invisibili, allo scopo di preservare un’autenticità che riguarda non solo le stratificazioni storiche ma anche gli aspetti materici di San Miniato, afferma la soprintendente Antonella Ranaldi. Allo scopo di impedire il fenomeno del ribaltamento abbiamo ancorato il timpano di facciata, oltre a intervenire su coperture e capriate con operazioni minimali ma necessarie, che hanno riguardato i nodi strutturali e in particolare l’incastro delle travi nelle buche di appoggio, dove si sono evidenziate situazioni critiche che non era possibile vedere e hanno quindi reso il restauro davvero provvidenziale. Abbiamo utilizzato metodologie consolidate, quasi storiche, con catene e staffature di collegamento. Analogamente, siamo intervenuti sulla torre campanaria con catene interne e opportune risarciture». Tra le operazioni di consolidamento più significative appare il rafforzamento tramite cerchiature metalliche delle possenti colonne in blocchi lapidei, ora intonacate, che «sovraimprimono» lo schema strutturale dell’attuale Basilica su quello della precedente, antichissima cripta, sostenuta da colonne di spoglio e probabilmente risalente alla Charta Ordinationis con cui nel 1018 il vescovo Ildebrando sancì la nascita del nuovo complesso basilicale. Analogamente, di grande fascino appare il tema della facciata policroma, prototipo di tutte le facciate marmoree fiorentine, e delle sue decorazioni. «Per quanto riguarda l’aquila bronzea di Calimala, di cui non conosciamo l’autore, ci eravamo posti il problema di musealizzarla e sostituirla con una copia, ma dato che le condizioni conservative ce lo consentivano abbiamo poi scelto di ricollocarla nella posizione originale, continua Ranaldi. Riferendoci alla composizione della partitura marmorea, tendiamo a semplificare parlando sempre di Bianco di Carrara e Serpentinite di Prato, ma in realtà sono presenti anche brecce, utilizzate per esempio per le finte porte della Basilica, e marmi di recupero provenienti dal reimpiego di materiali antichi. Diverso è il discorso per le colonne interne, non interessate dai nuovi interventi e il cui rivestimento in scagliola, che imita il marmo, risale a quei restauri di primo Ottocento cui si deve anche la decorazione pittorica delle capriate e delle pareti della navata centrale, come testimonia anche una veduta di Viollet-le-Duc».

San Miniato dopo e durante il cantiere di restauro. Immagini courtesy Lithos srl, Venezia

Elena Franzoia, 07 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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