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Paesaggio intorno a Urbino nel 2024

Foto Stefano Miliani

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Paesaggio intorno a Urbino nel 2024

Foto Stefano Miliani

Contro le città sempre più calde non basta piantare alberi, bisogna salvare i prati

In attesa del Festival del giornalismo culturale di Urbino, che si terrà dall’8 all’11 ottobre, una riflessione con gli esperti sul futuro dello spazio urbano: meno superfici impermeabili, più suolo libero e una progettazione capace di restituire equilibrio ecologico ai nostri centri urbani

Stefano Miliani

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Con le nostre città che, in questa estate, in più zone si sono dimostrate una sorta di forno a cielo aperto, ripensare il paesaggio urbano ha un carattere d’urgenza che arriva al grande pubblico. Il 14mo Festival del giornalismo culturale di Urbino (Pu) diretto da Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini ha i giorni cruciali dall’8 all’11 ottobre. La rassegna organizzata dall’Istituto per la formazione al giornalismo e l’Università di Urbino Carlo Bo quest’anno si intitola «Le frontiere del giornalismo culturale. Confini» e inizia giovedì 8 alle 17 nel Giardino pensile di Palazzo ducale con il confronto «Sconfinamenti. Sul paesaggio come progetto»: dalla Slovenia partecipa la professoressa di architettura all’università di Nova Gorica Saša Dobričić; viene da Pesaro Antonella Melone, architetto del paesaggio e designer titolare di un suo studio che a «Il Giornale dell’Arte» spiega come sia necessario applicare, invece di disattendere, l’articolo 9 della Costituzione e smantellare le superfici in cemento e asfalto; infine Anna Lambertini è professoressa di Architettura del paesaggio nell’ateneo di Firenze e rivendica come nei centri urbani sia indispensabile conservare i prati, perché piantare alberi non basta.

«A Urbino affrontiamo il tema del confine, della cesura, del bordo, del margine, del limite. Per noi paesaggisti il limite è un concetto chiave, un cardine su cui lavorare. Quella che viene letta come separazione, al contrario, non lo è. È nei margini, nei bordi, nei giunti che è contenuto il gradiente ecologico», premette Melone. E spiega: «In campo ecologico l’ecotono è costituito da fasce di transizione tra un sistema ecologico e un altro. È proprio dentro il confine che si esprime il gradiente ecologico, con le sue variazioni ambientali e risposte biologiche di adattamento. Una strada è una separazione, una cesura, ma ai margini di quella separazione avvengono funzioni ecologiche preziose che vanno preservate e ri-connesse. In natura i processi avvengono per contaminazione: un fiume separa e unisce al di là della cesura fisica. Ancora: le api sconfinano in un paesaggio continuo senza soluzioni di continuità, il loro lavoro operoso va al di là dei limiti amministrativi, perché percorrono infrastrutture ecologiche. Quello che l’uomo non riesce più a fare. Il paesaggio è inclusivo, centrale ed è profondamente democratico».

«Al festival parlerò dell’idea di paesaggio e di progetto come opere aperte. È un riferimento molto diretto al saggio di Umberto Eco del 1962, dice Lambertini. In quel volume davvero fondativo Eco richiama il tema di una identità estetica dell’opera d’arte come qualcosa che soggiace a fattori di variabilità continua: un’opera che cambia continuamente nel tempo, sia dal punto di vista del modo con cui può essere interpretata dai fruitori, sia nella sua essenza, e quindi trasforma l’idea dell’opera da oggetto a processo. Lo stesso può dirsi del paesaggio». In che modo applicarlo? «Il paesaggio è in continua trasformazione e quando parliamo di progettazione ci possiamo inserire nei processi trasformativi di ogni paesaggio, dalla piccola scala come alla scala territoriale, interpretando le complesse dinamiche in atto piuttosto che procedere sulla base di soluzioni standard, precostituite o preconfezionate».

Prato nel Parco delle Cascine a Firenze, 2026. Foto Stefano Miliani

Pensando alle città italiane e al clima oramai stravolto, nell’architettura di paesaggio c’è un pensiero che può aiutare a intervenire? Lambertini risponde così: «Credo che la questione del cambiamento climatico ci inviti prima di tutto a riconsiderare il ruolo degli spazi aperti all’interno e ai margini delle nostre città. Spazi aperti, dal piccolo frammento ai margini della strada fino al sistema di parchi, giardini, di grandi e piccole aree non costruite, pubbliche e private, come a uno straordinario tessuto connettivo da conservare attivamente. Lo spazio aperto andrebbe inteso non come un’entità da riempire per forza con cose, oggetti, manufatti, ma come pausa libera necessaria nel tessuto costruito, fondamentale nella definizione della qualità delle città, dal punto di vista ecologico, ambientale, figurativo ed estetico, e della vivibilità». Di conseguenza, afferma la professoressa, «nel nostro Paese c’è bisogno di formare uno sguardo paesaggista e una sensibilità ecologica per guidare la progettazione e la pianificazione urbana e territoriale attenta prima di tutto al ruolo essenziale degli spazi aperti, e della loro diversità, come straordinari beni comuni». Piantare alberi non basta? «No. La prima questione fondamentale è proteggere il suolo libero, il suolo organico non costruito, perché è la più straordinaria e importante fonte di biodiversità e sostiene tutta la rete della vita, umana e non. Dobbiamo smettere di erodere il suolo dentro e fuori dalle città: è il primo comandamento. Piantare alberi è fondamentale ma non è sufficiente e rivendico il diritto ai prati: ultimamente in questo fervore di forestazione urbana in molte città italiane si assiste alla copertura di prati di giardini, parchi, margini urbani, ora completamente alberati. Non dico che non vadano messi a dimora gli alberi, ma sostengo che anche i prati vanno conservati, in quanto preziosi habitat e luoghi necessari della vita collettiva all’aperto».

Melone come la vede? «Il paesaggista ha strumenti per lavorare sulla progettazione, sulla pianificazione e sulla gestione dei paesaggi e degli spazi aperti. In riferimento all’articolo 9 della Costituzione (quello che tra l’altro tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico, Ndr) il Consiglio di Stato riassume, con effetto pratico e giuridico, che il paesaggio è l’interesse prevalente rispetto a qualsiasi altro interesse pubblico o privato e deve essere anteposto agli interessi urbanistici ed edilizi». Spesso da noi è accaduto il contrario. «A fronte della chiara indicazione della Corte Costituzionale che definisce la tutela del paesaggio come un “valore primario e assoluto” l’applicazione viene purtroppo e regolarmente disattesa». Invece, ribadisce, «il paesaggio travalica, è la forza unificante che va al di là dei confini».

La paesaggista e urbanista pesarese, socia nel consiglio direttivo nazionale dell’Aiap-Associazione nazionale architetti del paesaggio, chiama in causa l’albero: «È un dispositivo minimo di rigenerazione, fondamentale per l’abbattimento delle polveri sottili e la mitigazione delle isole di calore. Banale da dire, però la forestazione di cui si parla è stata male interpretata, disattesa, utilizzata non in maniera strutturale e sistemica. Tutto ciò che viene fatto all’interno di una città, a livello urbanistico ed edilizio, andrebbe affrontato in una visione olistica, applicando buone pratiche ampiamente consolidate e veicolate». Quali? «Lo smantellamento delle superfici in cemento e asfalto, lavorando con superfici drenanti che permettono all’acqua di penetrare nel terreno, mitigando il ruscellamento superficiale, sono legate a fenomeni di “flash flood” (inondazioni improvvise) che versano sulle superfici una quantità d’acqua tale da causare ingenti danni. Eppure vediamo amministrazioni che utilizzano risorse su asfalti impermeabili. Non ce lo possiamo più permettere. Consideriamo anche che le acque meteoriche intercettate, e immagazzinate, diventano una risorsa utilizzabile nei momenti di scarsità sempre maggiore. Quindi non solo “città spugna”, ma anche la possibilità per una città di diventare fonte di acque rigenerate utili alla comunità». Antonella Melone chiude richiamando una frase dallo spazio del cosmonauta sovietico Jurii Gagarin: «“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”. È una visione altra che ci suggerisce la necessità di considerare il pianeta nella sua interezza. Occorre, a questo punto è l’anello mancante, un rinnovato sguardo e volontà politica che consideri la Terra un bene comune».

Veduta di Roma nel 2025. Foto Stefano Miliani

Stefano Miliani, 08 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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