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Giulio Aristide Sartorio (1860 - 1932), La Sirena, 1893 circa

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Giulio Aristide Sartorio (1860 - 1932), La Sirena, 1893 circa

Regine sanguinarie, sirene, ninfe e meduse. La femme fatale in mostra

Nella mostra Il Simbolismo in Italia alla Fondazione Magnani-Rocca, la figura della femme fatale occupa una delle sezioni più magnetiche del percorso. È un nucleo su cui vale la pena sostare.

Redazione GdA

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C’è una figura che ossessiona l’Europa tra Otto e Novecento. Non è una musa. Non è un angelo domestico. Non è nemmeno, propriamente, una donna. È una costruzione simbolica. La critica dell’epoca la definisce “idolo di perversità”. Oggi la chiamiamo femme fatale. Nella mostra Il Simbolismo in Italia alla Fondazione Magnani-Rocca, questa figura occupa una delle sezioni più magnetiche del percorso. È un nucleo su cui vale la pena sostare.

Dalle acque di Capri agli abissi della psiche

Quando Giulio Aristide Sartorio visita la Grotta Verde di Capri, ne esce con un’immagine persistente. Nel 1893 dipinge La sirena (Abisso verde). Non è la creatura della tradizione classica: è anfibia, metà donna e metà pesce. Il suo candore attira un giovane pescatore con una forza inevitabile.

Ma l’immagine contiene già la sua negazione. Nelle acque torbide affiorano teschi e scheletri. L’attrazione è dichiaratamente mortale. Visibile. E tuttavia irresistibile. Accanto, La piovra di Cesare Saccaggi (1914) radicalizza il dispositivo. Il corpo femminile si prolunga nei tentacoli. L’erotismo diventa presa, avvolgimento, sopraffazione.

Un volto preso in prestito

In A Babilonia (Semiramide), sempre di Saccaggi, la sovrana assira è costruita come figura di dominio. Il seno scoperto, il leopardo al guinzaglio, il copricapo “a ruota” derivato dalla Dama de Elche — allora appena emersa e già oggetto di fascinazione mediatica.

Il volto è quello di Sarah Bernhardt. Un prestito non dichiarato. Un trasferimento di aura. Nella Salomè di Edgardo Sambo -legata all’immaginario dell’opera di Strauss- il dispositivo si semplifica ulteriormente. Scompaiono la testa del Battista e lo schiavo. Resta solo la figura. Isolata, frontale, autosufficiente. Il potere non ha bisogno di prova narrativa.

Medusa, o il terrore nello sguardo

Lo Scudo con la testa di Medusa di Arnold Böcklin (circa 1887) agisce come oggetto perturbante. Gli occhi spalancati, la bocca sospesa nell’ultimo respiro, i serpenti come cornice viva. È un’immagine che trattiene lo sguardo proprio nel momento in cui lo respinge.

Galileo Chini costruisce un contrappunto: Medusa e la testa di San Giovanni Battista. Due iconografie distinte che convergono su uno stesso nodo. Morire per uno sguardo. Uccidere con lo sguardo.

Uno specchio dell’inconscio

Nel Simbolismo italiano la figura femminile perde funzione descrittiva. Diventa struttura. Linguaggio. Campo di proiezione. È attraverso di essa che la cultura fin de siècle articola desiderio, paura, attrazione e rifiuto. In questa sezione della mostra, lo spettatore non incontra dei personaggi. Entra in un sistema di immagini che continua a restituire, senza mediazione, le tensioni profonde di un’epoca

Redazione GdA, 21 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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