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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliViste le ultime, cicliche polemiche riemerse dopo la conferenza di presentazione della Biennale di Venezia, torna una domanda che accompagna da decenni il dibattito pubblico: quale valore ha davvero l’arte contemporanea? Perché investire risorse, energie, attenzione in un linguaggio che molti percepiscono distante, opaco, autoreferenziale?
Il punto, forse, non è difenderla in modo ideologico, ma comprenderne la funzione. L’arte contemporanea non è un blocco uniforme né un esercizio di provocazione fine a se stesso. È un sistema articolato di pratiche, istituzioni, economie, archivi, saperi tecnici e riflessioni teoriche che operano dentro le tensioni del presente. La sua complessità la rende difficile da sintetizzare e, proprio per questo, facile da ridurre a caricatura. Ogni volta che la polemica si riaccende, si tende a isolare l’opera dal contesto, il gesto dall’ecosistema che lo sostiene. Si dimentica che il contemporaneo è uno spazio in cui si formano immaginari, si misurano conflitti simbolici, si costruiscono nuove chiavi di lettura del reale. È un laboratorio che intercetta trasformazioni culturali, tecnologiche, politiche prima che diventino narrazione consolidata.
Condensare “gli infiniti spessori” dell’arte contemporanea significa allora restituirne la stratificazione: dimensione estetica e dimensione critica, produzione artistica e infrastruttura culturale, ricerca individuale e impatto collettivo. Significa ricordare che il suo valore non si esaurisce nell’immediatezza di un’immagine, ma nella capacità di generare senso nel tempo.
Ripartire da qui consente di spostare la discussione dalla domanda se l’arte contemporanea “piaccia” o “non piaccia” a una questione più sostanziale: quale ruolo vogliamo che la cultura giochi nel nostro modo di abitare il presente. L’arte contemporanea ti costringe a rinegoziare ciò che pensavi di sapere, a guardare meglio, a fare spazio a una complessità che nella vita quotidiana spesso viene schiacciata dalla velocità, dalle opinioni preconfezionate, dai feed, dal lavoro, dall’urgenza continua.
Immaginiamo una scena comune: entri in una mostra senza aspettative, magari con un po’ di diffidenza. Ti trovi davanti a un’opera che non “capisci” subito. Non ti dà una storia lineare. Non è decorativa. Non ti offre un messaggio pulito. Eppure ti trattiene. È già un primo effetto pratico: l’opera interrompe l’automatismo. L’arte contemporanea, quando funziona, è una macchina che produce attenzione. E riflessione, sospensione, silenzio. Ti chiede tempo, ti costringe a scegliere un punto di vista, ti mette davanti alla possibilità che le cose non siano riducibili a un’unica lettura. È utile perché rieduca lo sguardo.
Questa rieducazione non riguarda solo il museo. Riguarda tutto ciò che vedi fuori: pubblicità, propaganda, social, news, immagini di guerra, di corpi, di consumo. Viviamo in una civiltà visiva, ma guardiamo in modo sempre più standardizzato. Scorriamo. Selezioniamo in base a impulsi. L’arte contemporanea ti propone l’opposto: uno sguardo non immediato, non algoritmico. È una palestra. E uno sguardo allenato è una forma di libertà, perché ti rende meno manipolabile.
C’è poi un punto che vale per chiunque, anche per chi pensa di non avere interesse per l’arte: l’arte contemporanea serve a dare forma a cose che non sappiamo ancora dire. Molte trasformazioni sociali, tecnologiche, emotive, diventano “visibili” prima nelle immagini che nei concetti. Prima che un fenomeno si stabilizzi nei discorsi pubblici, spesso lo intercetti in un’opera: come inquietudine, frizione, domanda. Gli artisti lavorano su segnali deboli. Non sono profeti, ma hanno un vantaggio: possono permettersi di restare nel dubbio, di costruire forme senza dover chiudere subito il senso. Una società ha bisogno anche di questo: spazi in cui il presente venga elaborato mentre accade, non solo dopo che è diventato slogan o statistica.
È qui che entra la funzione dell’immaginario. “Immaginario” non significa fantasia. Significa l’insieme di immagini, simboli, metafore che una comunità usa per comprendere se stessa. Ogni epoca ha un suo immaginario dominante: su cosa sia successo, su cosa significhi essere felici, su quali corpi contino, su quali vite abbiano diritto di parola, su cosa sia progresso. L’arte contemporanea lavora su questo immaginario. Lo scardina, lo amplia, lo contesta, lo riscrive. Produce nuove figure e nuovi racconti. E questo è un gesto reale, perché le società si muovono su ciò che riescono a immaginare. Quando l’immaginario si impoverisce, anche la politica e l’etica si impoveriscono. Restano solo stereotipi.
C’è una differenza netta tra l’arte contemporanea e molti altri linguaggi che consumiamo ogni giorno. La comunicazione pubblicitaria e quella politica tendono a semplificare, a polarizzare, a guidarti verso una conclusione. L’arte, invece, spesso fa l’opposto, perché ti costringe a fare i conti con una zona di ambiguità. Questo è uno dei suoi servizi principali: la densità critica. In un’epoca in cui tutto spinge verso risposte rapide, l’arte protegge la complessità. Ti costringe a tenere insieme livelli diversi: estetico, emotivo, storico, sociale. Non è un esercizio astratto. È una ginnastica mentale. E la ginnastica mentale serve quando il mondo è complesso e le scorciatoie non bastano.
A questo punto qualcuno obietta: va bene, ma nella vita concreta? Nella vita concreta l’arte contemporanea serve anche come strumento personale. Non è terapia, non è auto-aiuto. È qualcosa di più sottile: un dispositivo di riconoscimento. A volte un’opera ti permette di riconoscere un’emozione che non avevi ancora saputo nominare, o di vedere una contraddizione che avevi lasciato nel fondo. Non perché l’opera “spiega”, ma perché mette in forma, dà contorni a ciò che era confuso. Viviamo immersi nelle immagini. L’arte insegna a guardare con attenzione, a distinguere, a riconoscere manipolazioni e stereotipi. È una competenza che serve ogni giorno, davanti ai media, alla pubblicità, ai social, alla comunicazione politica. Poi, un’opera complessa non offre risposte semplici. Costringe a porsi domande, a considerare più punti di vista. Questa abitudine alla complessità è utile nel lavoro, nelle relazioni, nelle scelte civiche. Rende meno vulnerabili alle semplificazioni. Così l’immaginazione. L’immaginazione non è evasione. È la capacità di pensare alternative. Le persone che sanno immaginare scenari diversi sono più adattabili ai cambiamenti, più creative nelle soluzioni, più aperte alle trasformazioni. Le opere d’arte sono esperienze che interrompono la ripetitività quotidiana e producono consapevolezza. Nessuna evasione, solo una preziosa intensificazione dell’esperienza.
C’è anche un’altra utilità, più sociale: l’arte crea spazio pubblico. Non nel senso fisico, ma come luogo di confronto. Una mostra, un progetto, una performance, generano conversazioni tra persone che altrimenti non avrebbero linguaggio comune: generazioni diverse, esperienze diverse, sensibilità diverse. Quando funziona, l’arte costruisce una comunità temporanea fatta di sguardi che discutono. È una funzione civica, perché allena la convivenza con il dissenso e la differenza. E oggi, in molte società, la differenza viene gestita male: o viene rimossa o diventa guerra identitaria. L’arte può essere un laboratorio di complessità condivisa, dove non serve vincere una disputa ma sostenere una pluralità di significati.
In parallelo, l’arte contemporanea serve a fare memoria del presente. Siamo abituati a pensare la memoria come passato remoto, musealizzato. In realtà la memoria si costruisce mentre viviamo. Le opere registrano il modo in cui un tempo si sente: ansia, accelerazione, violenza, desiderio, precarietà, entusiasmo tecnologico, paura ecologica, crisi della verità, nuove forme di appartenenza. Sono archivi sensibili. Tra vent’anni, molte opere saranno documenti più rivelatori di tanti resoconti, perché non registrano solo “cosa è successo”, ma “che clima emotivo aveva la società”. E questo vale per chiunque: vivere senza memoria significa vivere senza profondità.
L’arte contemporanea è uno dei pochi spazi in cui è ancora possibile formulare ipotesi senza doverle subito rendere utili, vendibili, schierate. Questo spazio di libertà è essenziale per l’innovazione culturale. Le società che trasformano ogni produzione simbolica in propaganda o intrattenimento diventano fragili: perdono la capacità di immaginare alternative. L’arte mantiene aperta una zona in cui puoi provare, sbagliare, proporre, senza che ogni gesto debba essere immediatamente convertito in performance o in profitto.
Il discorso sul genio si inserisce qui, ma va inteso bene. Non è il mito romantico dell’artista isolato. È la capacità di produrre una visione autonoma, non prevista. In un sistema che premia l’adattamento, l’arte conserva valore per chi non si adatta subito. Per chi inventa una forma nuova, un modo nuovo di vedere. Questa invenzione può sembrare incomprensibile all’inizio, poi diventa grammatica comune. Molte immagini, molti linguaggi che oggi consideriamo normali, sono nati come deviazioni.
L’arte contemporanea è un luogo dove si vede nascere il valore. Non solo il valore economico, anche quello simbolico. Come si decide che cosa conta? Chi lo decide? Attraverso quali istituzioni, quali curatori, quali musei, quali collezioni, quali premi, quali narrazioni? Capire l’arte contemporanea significa capire come funziona la reputazione, come si costruisce autorevolezza, come si definiscono canoni e marginalità. È una lezione utile ben oltre l’arte, perché viviamo in un mondo in cui la reputazione è potere.
E poi c’è un ultimo punto, forse il più semplice e il più difficile: l’arte contemporanea serve perché non serve “subito”. In un ambiente che chiede rendimento immediato, l’arte difende il tempo lungo. Il tempo in cui un’immagine resta. Il tempo in cui una domanda continua a lavorare dentro di te anche dopo che sei uscito dalla mostra. La sua utilità non si misura sempre nell’istante. Si misura nel modo in cui modifica la tua capacità di pensare, di vedere, di ricordare.
Alla fine, chiedersi “a cosa serve” equivale a chiedersi che tipo di vita vogliamo vivere. Una vita composta solo di cose funzionali, immediate, misurabili, o una vita che includa anche strumenti per capire, per immaginare, per mantenere aperta la complessità. L’arte contemporanea non sostituisce la politica, non sostituisce l’educazione, non sostituisce il lavoro. Ma contribuisce a qualcosa di fondamentale: costruire una società che non viva solo di reazioni, ma anche di senso.
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