Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Simona Fabrici
Leggi i suoi articoliLa galleria Mazzoleni, fondata nel 1986 da Giovanni e Anna Pia Mazzoleni come naturale evoluzione della loro collezione privata, chiude idealmente il programma delle celebrazioni per i quarant’anni di attività con una mostra che guarda al passato per interrogare il presente. Dal 28 ottobre al 16 gennaio 2027, la sede di Torino ospita «Giorgio de Chirico. Enigma Contemporaneo», un progetto costruito attorno all’opera del maestro della Metafisica e alla sua capacità, ancora oggi, di generare riletture e cortocircuiti con artisti di epoche e linguaggi differenti. La scelta di de Chirico non è casuale. La sua pittura appartiene alla storia collezionistica della famiglia Mazzoleni e, fin dagli esordi, costituisce una delle direttrici attraverso cui si è sviluppata l’identità della galleria. Fin dalla prima metà degli anni Cinquanta Giovanni Mazzoleni, infatti, si era confrontato con i grandi protagonisti delle avanguardie storiche italiane, dal Futurismo alla Metafisica, appunto, fino ad artisti allora contemporanei come Alberto Burri e Lucio Fontana.
L’ingresso dei figli Davide e Luigi Mazzoleni negli anni Novanta con una crescente attenzione all’arte italiana del secondo dopoguerra e alle relazioni tra le diverse generazioni della ricerca artistica (oltre alle aperture delle sedi londinese nel 2014 e milanese nel 2025) rafforzano un’idea di continuità sulla quale è costruita l’attuale mostra. «Enigma Contemporaneo» non presenta infatti de Chirico come una figura isolata, consegnata alla storia dell’arte del ’900, ma come un artista ancora capace di mettere in moto domande. Le sue piazze sospese, le architetture, le statue, i manichini e gli oggetti sottratti alla loro funzione abituale diventano punti di partenza per un confronto che attraversa quasi un secolo, secondo l’idea di una «metafisica continua»: non una scuola o uno stile rimasto intatto nel tempo, ma un modo di guardare che riemerge, si trasforma e assume forme diverse.
Il primo nucleo della mostra mette in relazione de Chirico con artisti accomunati dal rapporto con temi del vocabolario dechirichiano (il mito, la classicità, la metamorfosi, il doppio): il suo «Gli archeologi. Amore e Musica» (1930 ca) dialoga con il coevo «Jeux d’Anges» di Alberto Savinio, ma il confronto prosegue nei dipinti di Felice Casorati, nei monumentali disegni di Luciano Fabro («Ogni ordine è contemporaneo d’ogni altro ordine. Quattro modi d’esaminare la facciata del SS. Redentore a Venezia. Palladio», 1972-73), con l’ambiguità del tema del doppio in Giulio Paolini («L’altra figura», 1983), con la «ricerca continua» sui modelli della classicità di Salvo («Untitled», 1984) e con i personaggi visionari e appartenenti a una mitologia onirica di Wifredo Lam (il legame con il pittore cubano risale agli inizi degli anni Sessanta, quando Giovanni e Anna Pia strinsero amicizia con lui ad Albissola).
La seconda parte del percorso porta l’attenzione sulla materia, sul corpo e sullo spazio. Le opere di Nunzio, Salvatore Astore («Sconfinamenti», 2023) e Iran do Espírito Santo («Wine Glass», 2022) affrontano da prospettive diverse questioni che nella pittura di de Chirico sono già centrali: come costruire uno spazio, come trasformare un oggetto, come attribuire alla materia una forza capace di modificare la percezione. Il paesaggio è invece il terreno di confronto tra de Chirico, Marinella Senatore e Andrea Francolino. Accanto a «Pittore Paesista» (1958 ca) sono presentati nuovi arazzi («The Theatre of Commons», 2026) realizzati da Senatore per la mostra e che sottolineano il carattere narrativo e partecipativo del paesaggio, mentre Francolino interviene con un allestimento site specific dedicato alla serie «Piazze», realizzata tra il 2023 e il 2025 e in cui le crepe d’acqua introducono l’idea di un processo continuo, nel quale permanenza e mutamento coincidono. Il percorso torna infine alla figura umana con «Le Muse Inquietanti» (1958), accostata ai lavori di Michelangelo Pistoletto («Smartphone - donna in piedi e donna seduta», 2018) e Massimo Vitali («Plage de l’Estaque», 2017). Nei «Quadri specchianti» di Pistoletto l’identità entra in un dispositivo che mette in relazione immagine, spettatore e ambiente, mentre nelle fotografie di Vitali la figura umana si disperde nella moltitudine.
Il senso più attuale della mostra sta quindi nel non presentare Giorgio de Chirico come un modello da imitare, ma come un problema ancora aperto. La sua Metafisica sopravvive perché continua a porre interrogativi sul modo in cui guardiamo ciò che ci circonda: uno spazio familiare può diventare improvvisamente estraneo; un oggetto può perdere la propria funzione e acquistarne un’altra; una figura può apparire presente e insieme assente.