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Francis Picabia, Deux amies

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Francis Picabia, Deux amies

Quanto costa un Picabia? Dipende da quale Picabia

Alla vigilia della grande mostra di Palazzo Reale a Milano, il mercato racconta un artista difficile da mettere a fuoco. Dai 10 milioni di “Pavonia” ai 3,3 milioni di “Deux Amies”, l’anatomia di una fortuna che continua a cambiare pelle

Erica Roccella

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Nel 2022, Francis Picabia faceva l’en plein. C’era «Pavonia» da Sotheby’s, a Parigi, trasparenze sovrapposte, menadi danzanti, corpi nudi intrecciati che il mercante d’arte Léonce Rosenberg commissionava nel 1929 per il suo palazzo parigino di 75 Rue de Longchamp. Uccelli (pavoni), fiori (Pavonia), divinità (Pan), una visione che si libra nel cielo e cambia forma mentre la insegui, la metti a fuoco tra le fessure minute delle ciglia. Sotto il martello, il record: 10 milioni di euro. «Una delle opere più ambiziose della serie delle Transparences», la definiva la major. Quella stessa sera, sempre da Sotheby’s, un altro dipinto capolavoro, eppure non lo riconosceresti come lo stesso artista: «Nu de dos», una schiena nuda, erotica, palpabile, un cielo di efelidi sparse che dipingeva durante la guerra, pittura (alla maniera di Ingres) e fotografia (alla maniera delle riviste erotiche che Picabia guardava con attenzione quasi scientifica). Passava di mano per € 3,3 milioni. Tutto in mezzo, il mondo immenso contraddittorio irriducibile di Picabia.

Era le plus-que-peintre, il più che pittore, per Marcel Duchamp. Fu dadaista (si accostò ai dadaisti), fu surrealista (si accostò ai surrealisti), ruppe i rapporti con quasi tutti loro. Fu astratto prima che l’astrazione avesse trovato il proprio nome, cubista quando il Cubismo era ancora una lingua nuova, meccanomorfo quando la macchina sembrava promettere una nuova anatomia dell’uomo. Durante la guerra approfondì la fotografia, ma senza smettere di guardare la pittura come si guarda un territorio da attraversare (e poi lasciare alle spalle). Con tanti saluti al mercato che ama le identità riconoscibili: Picabia costringe il collezionista a scegliere quale Picabia vuole comprare. Ad «aprire le porte della notte», come da titolo della retrospettiva che inaugura il 9 ottobre a Milano, a Palazzo Reale. Nessun 1932 picassiano, nessun biennio ‘81-‘82 che fa schizzare gli skulls di Basquiat. Nessuna stagione-feticcio che possa diventare, da sola, un marchio, l’oggetto condiviso del desiderio. Il mercato di Picabia gli somiglia: enfant terrible, instabile, eclettico. Mai addomesticato, senza risoluzione.

E quindi: il caos. Nella sua produzione come tra le gerarchie delle sue quotazioni. Al secondo posto dopo «Pavonia» c’è «Volucelle II», del 1922, che William A. Camfield collocava nella stagione tardo-dadaista e macchinista. Quando Picabia sembrava smontare la macchina, e guardarci dentro, in fondo, per vedere che cosa resta dopo la funzione: solo campi magnetici, lampi, saette, forze in circolo che sembrano arrivare da un laboratorio cosmico – o da una pista da ballo, o da un futuro indeciso tra macchina e corpo. «È un vero piacere contemplare questo grande quadro luminoso, così leggero e mobile», scriverà il poeta Paul Éluard. «Sulla panchina antistante si può sedere con la stessa gioia di un parco». Il verdetto, da Sotheby’s New York, nel 2013: 8,8 milioni di dollari, buyer’s premium incluso. 

«Petite Udnie», del 1913-14, passava all’asta nel 1990, a Parigi, hammer price di 3,7 milioni di euro. Poi «Atrata» del 1929, un’altra trasparenza, un’altra stratificazione da Sotheby’s Londra – mani, palpebre, profili dischiusi – 3,7 milioni di sterline spese incluse nel 2019. Altri sprazzi caotici, milionari. Ma è «Lampe» del 1923, nel 2016, a polverizzare le stime da Christie’s – nessun olio su tela mastodontico, solo un acquerello su carta, eppure: martello a 3,1 milioni di sterline, 3,6 milioni con buyer’s premium, pronostico parco di £ 800.000-1,5 milioni. Così «Deux Amies» del 1940-41. Un’altra carica erotica, un’altra maniera di intrecciare i corpi, una provenance importante dalla collezione di Pauline Karpidas, et voilà: da Sotheby’s Londra, nel 2025, arrivava a 3,3 milioni di sterline. Erano appena 34.100 dollari, nel 1988. Trentasette anni, e cento volte tanto. È il tempo che impiega un artista, sul mercato, a tornare contemporaneo.

 

 

 

 

Francis Picabia, Nu de Dos, ca 1940-42

Francis Picabia, Pavonia, 1929

Erica Roccella, 09 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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