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Erica Roccella
Leggi i suoi articoli«Auction is theatre». L’asta è teatro. Una formula che circola da decenni nei corridoi delle grandi major internazionali, attribuita di volta in volta a questo o a quello storico dirigente, e che nel tempo ha assunto quasi la forma dell’assioma. Vuoi per l’allestimento da pièce – il rostro come palcoscenico, la sala come platea; vuoi per la vendita come momento di suspense – il battitore a dosare le pause, intercettare gli sguardi, accendere, spegnere, accendere, spegnere, accendere i bid. Una sorta di liturgia concordata che trasforma un gesto economico in una performance sociale. Qualcuno parla di FOMO, di fear of missing out, con le aste che si riversano in quel carnevale cangiante fatto di fiere, preview, cocktail, art week come lunapark della cultura, fisiologicamente alimentate da tempo limitato, competizione, status, scarsità. Nessuna novità sconvolgente nei ritualismi del mercato: c’è sempre, da sempre, il bisogno di creare racconto, struttura, hype. Ma ora la faccenda si fa quasi imprescindibile, non basta avere il quadro giusto, lo storytelling giusto, l’osannato trophy lot; bisogna costruirgli intorno un mondo, e possibilmente un mondo in cui abitarlo, esibirlo, essere visti. Il giorno prima è parte del set up, il giorno dopo si porta a casa. Et voilà.
Così, a Parigi, è Chez Sotheby’s l’appuntamento dell’autunno. Spoiler: ancora una buona dose di FOMO, ma condita da uno zic di allure. E quindi: una private sale creata in collaborazione con _POLIMENO, in concomitanza strategica con Art Basel (19-24 ottobre) – ma guai a chiamarla soltanto «trattativa», «vendita privata», formule fossili che evocano discrezione, accesso selettivo, relazione one-to-one. Molto meglio trovarsi in un appartamento affacciato sui Jardin des Tuileries (l’indirizzo, al momento, è ancora riservato) per vedere le opere (da Picasso a Matisse a Condo, $ 150 milioni di capolavori appesi alle pareti, come convitati di pietra); e intanto incontrare gente (collezionisti, galleristi, tutti addetti ai lavori), mangiare nel ristorante progettato da Tarek Shamma, in cucina Erika Blu (chef di Atelier Renata), i drink di Colin Field (già alla guida dell’Hemingway Bar del Ritz Paris). «La grande arte si apprezza meglio in compagnia», dice David Rothschild, Head of Contemporary Art, Private Sales, UK & Global Lead Private Sales Exhibitions di Sotheby’s. L’evento della stagione è servito, con tanti saluti alla vecchia idea sussurrata di private sale. A theatre.
Così Parigi, così Milano. Questa settimana, in via Lanzone, Phillips anticipa alcuni dei lotti pronti a volare a Londra, con un evento in concomitanza strategica con la Milan Fashion Week. Si chiama The Art of Wonder (22-24 settembre) e mette in dialogo ventuno gioielli Dior Haute Joaillerie disegnati da Victoire de Castellane con le opere destinate alle aste londinesi di Modern & Contemporary Art. Rigorosamente cross-category, da fruire con un cocktail alla mano, il tutto durante la febbrile patinata scintillante liturgia della MFW26. «Penso che, nel mondo di oggi, quello che abbiamo di più prezioso sia il tempo», racconta a «Il Giornale dell’Arte» Margherita Solaini, Regional Director, Italy e Senior Specialist, Modern & Contemporary Art, Phillips. «Il possesso degli oggetti è sempre più effimero, mentre ciò che resta davvero è l’esperienza che ci fanno vivere e la reazione che provocano in noi. Come ci fanno sentire. Per questo ritengo sia prezioso – per usare un termine particolarmente affine alla nostra mostra, The Art of Wonder – contestualizzare le vendite intorno a eventi che ci permettono di incontrare i collezionisti e di creare con loro connessioni inaspettate». Quindi il punto, la strategia: «Abbiamo esposto ventuno gioielli in dialogo con opere di artisti come Lucio Fontana, Maurizio Cattelan e Andy Warhol. D’altronde chi avrebbe pensato che un collezionista interessato a un’opera radicale come “I Turisti” di Cattelan – ventitré piccioni tassidermizzati, presentati alla Biennale del 1997 e oggi riproposti in una nuova installazione alla Neue Nationalgalerie di Berlino – potesse ritrovarsi ad apprezzare una collana onirica e fiabesca con una rosa tempestata di diamanti e rubini? Forse è proprio in queste associazioni impreviste che risiede il vero valore di un incontro».
Detto, fatto. Phillips non sta semplicemente appendendo qualche gioiello accanto a qualche quadro, creando dialoghi e atmosfera. Sta lavorando sulla contiguità, quasi alchemica, dei desideri: chi entra per Dior può scoprire Phillips, chi arriva per un'opera può fermarsi davanti a un gioiello, chi viene dal carrozzone paillettato della moda può inciampare in un mercato che non aveva ancora approfondito. L'asta non aspetta il collezionista, lo anticipa, lo attrae, gli costruisce un nuovo inedito sentiero d’accesso; e intanto la lingua dell’arte e quella dell’hospitality – fruire, contestualizzare, vivere, connettere – vanno sempre più a coincidere. Così i cataloghi scompaiono (per onore del vero, più per ragioni green che per scelta curatoriale), le opere si zoommano da remoto (vedi Google Arts & Culture), idem le aste (biddando comodamente dal portale), mentre si moltiplicano preview, signature cocktail, cene esclusive, appartamenti segreti, occasioni irripetibili, la possibilità quasi iniziatica di dire «io c’ero». Quindi, chi ha paura di perdere cosa? Il dipinto? L'occasione d'acquisto? Il contatto? La foto? L'accesso? Il riconoscimento sociale? La scarsità non riguarda più soltanto l’opera, riguarda l’esperienza, che produce desiderio. E alimenta inesorabile la FOMO FOMO FOMO.
Per chiudere la triade delle meraviglie, il caso-evento di Christie’s di questo mese. Nel pieno della New York Fashion Week, la major ha trasformato il sequel de Il Diavolo veste Prada in una vera e propria materia da collezione: costumi, gioielli e accessori utilizzati nel film sono finiti in The Auction: Inside The Devil Wears Prada 2, una vendita online (dal 1 al 15 settembre, per un totale di 308.352 dollari) accompagnata da una mostra fisica negli spazi newyorkesi della casa. Niente di strano: realtà come Heritage Auctions hanno fatto di cimeli e abiti di scena un vero marchio di fabbrica, vedi le scarpette rosse del Mago di Oz (28 milioni di dollari), vedi lo slittino Rosebud di Citizen Kane (14,75 milioni di dollari). L’extra, però, sta tutto nel contorno: un cocktail party su invito, organizzato con CFDA e Committee to Protect Journalists, che ha portato il progetto dentro il calendario ipertrofico della Fashion Week; e una live charity auction, con esperienze ispirate al film sparse fra i lotti. La moda porta il pubblico, il cinema la narrazione, la celebrity la riconoscibilità; mentre Christie’s mette a disposizione il proprio apparato, il rituale dell’asta, la possibilità di trasformare tutto questo in qualcosa che si può prima vivere, poi possedere. Non è più tempo per un mercato dell’arte noioso, lì fuori.
The Art of Wonder, Installation View. Courtesy of Phillips
Erica Roccella
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