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Oriol Vilanova

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Oriol Vilanova

Lo vedi a Venezia, lo compri a Basilea. La «favola bella» del mercato dell’arte

Il passaggio da aura a valore si consuma nel giro di poche settimane, nello scarto simbolico tra Biennale e Art Basel. Da Chiara Camoni a Oriol Vilanova: gli stessi nomi, un’altra temperatura del desiderio

Erica Roccella

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Lo vedi a Venezia, lo compri a Basilea. Qualcuno, nel frattempo, ha fatto incetta pure a New York – con tanti saluti alla favola bella della Biennale non commerciale, santuario disinteressato, immune al contagio del mercato – ultimo altrove innocente del sistema, che ieri m’illuse, che oggi t’illude. Mentre quell’Ufficio Vendite, che dal 1895 al 1973 trasformava la Biennale (anche) in una discreta macchina commerciale, viene scrupolosamente dimenticato a memoria. Venezia non vende. Certifica, consacra, fa da garanzia. Se vuoi accaparrarti un artista, persuaso del suo valore proprio dal sigillo della Biennale, basta attendere appena qualche settimana, e poi ricercarlo – sublimato – tra i booth tirati a lucido di Frieze New York (a maggio), o sotto le luci chirurgiche di Art Basel Basilea (questa settimana). La favola bella dell’intero sistema. 

Vedi Oriol Vilanova, che a Venezia dispiegava nel Padiglione Spagna le sue cartoline divise per temi, colori, categorie, una tassonomia del desiderio argomentata per gatti, capitelli, oggetti sacri, tramonti, souvenirs. La saturazione delle immagini accumulate come beni da collezione. Quindi, il rimando in aria svizzera: ad Art Basel, nello stand della Galerìa Elba Benìtez, «North» del 2026, di Vilanova, trovava un acquirente per 15.000 euro già in fase di preview. La stessa cartolina, la stessa stella marina, ritrovata in posti diversi, in tempi diversi, moltiplicata per trentadue – trentadue viaggi, trentadue messaggi, trentadue seduzioni di luoghi e persone, correlativi oggettivi di esperienze replicabili solo nell'illusione nostalgica della memoria.

Così per Chiara Camoni nel Padiglione Italia, «Con te con tutto», con la curatela di Cecilia Canziani: la processione di ventiquattro sculture in argilla ieratiche arcaiche solenni in scala umana, i corpi, sempre diversi, lasciati in penombra, adornati di plastiche, conchiglie, edere, fiori. «Apparizione di forme che raccontano l’ibridazione tra mondo animale, mondo umano e sacro», l’ha definita Canziani, «e occupano lo spazio in maniera temporanea, in equilibrio con il mondo». A Basilea, Camoni è protagonista del solo show di SpazioA, nella sezione Premiere, e ancora della newyorkese Andrew Kreps, che porta anche una «Colonna (Demone)» del 2026 – quasi un frammento sfuggito al corteo veneziano, asking price 60.000 euro.

Lo vedi a Venezia, intoccabile, lo compri tra New York e Basilea, già traslato in bene di consumo. The Biennale Effect, per alchemica definizione: un tessuto da 100.000 euro del rappresentante del Padiglione Francia, Yto Barrada, ora esposto da Sfeir-Semler; un'opera da 30.000 euro di Sung Tieu – che ai Giardini ricopre l’architettura del padiglione tedesco con un mosaico, come una pellicola trompe-l'oeil, tra rovine e memoria – a pochi passi, nello stesso booth. Ancora, un dittico di Zoe Leonard – «Niagara Falls no 1+2», 1986-90 – in vendita per 95.000 dollari: lo espone la Gisela Capitain di Colonia, che rappresenta l’artista insieme a Graham a New York (era Hauser & Wirth fino a poco tempo fa) e l’italiana Raffaella Cortese. E poi una scultura in pietra da 40.000 dollari da Lisson, ad opera di Dana Awartani, che in Arsenale fonde passato e presente con «Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre», per il Padiglione Arabia Saudita. Asse Venezia-Basilea: prima esperienza liturgica, poi asset. Prima apparizione, poi risposta del mercato.

Prendi ancora Kader Attia: nel contesto di «In Minor Keys» interroga la tecnologia, il trauma, la memoria delle ferite coloniali. «Whisper of Traces», s’intitola la sua installazione in Arsenale, e pone l’IA come una sorta di vox media, senza specifiche nell’accezione. A Basilea le stesse domande entrano nella grammatica instabile del mercato: 68.000 euro per una casa coreana ferita e ricomposta, 22.000 euro per l'incontro impossibile tra una maschera africana e Picasso, entrambe nel booth di Nagel Draxler, al primo piano. Mentre da James Cohan, un arazzo di Tuan Andrew Nguyen vola a 185.000 dollari, Ranti Bam trova casa per 30.000 dollari, un'opera di Yinka Shonibare per 150.000 sterline, Kennedy Yanko per 150.000 dollari. Come una reliquia dopo il riconoscimento del miracolo, la Biennale produce, o in questo caso amplifica, la rarità simbolica. La favola bella che ieri ci illuse, che oggi ancora ci illude.

 

Erica Roccella, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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