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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliL’amarezza, innanzitutto: quando vedi che viene svenduta una collezione di libri d’arte, per di più una raccolta appartenuta a una persona che conoscevi e hai frequentato per decenni alle anteprime delle grandi e delle piccole mostre, lo sconforto ti assale. Mario Padovan (1927-2023) è stato un artista e un giornalista, nello stesso tempo, instancabile frequentatore di musei e gallerie, raccogliendo tutti i cataloghi che trovava nel suo percorso (e guai se gli uffici stampa di turno non gli consegnavano il «sacro testo»). Fino a tarda età, guidando nel caotico traffico romano con una Panda, e poi con una Nissan Micra, offriva generosamente un passaggio al giovane collega parlando con il suo inconfondibile dialetto triestino che non aveva mai abbandonato: «Andemo», era il suo urlo di battaglia, per partire di corsa e arrivare alla prossima mostra. Per non parlare delle trasferte a Venezia a Palazzo Grassi, quando c’era l’avvocato Gianni Agnelli, con un direttore come Pontus Hultén. E fu Padovan il «garante» per la mia iscrizione all’Aica-Association Internationale des Critiques d’Art / Associazione Internazionale dei Critici d’Arte, affiliata all’Unesco, tra memorabili conversazioni con Lorenza Trucchi, Vito Apuleo, Francesco Vincitorio, Dario Micacchi, Enrico Gallian. E il suo gallerista di fiducia, Carmine Siniscalco.
Conoscitore di storie incredibili e impubblicabili, ma avvenute realmente, dalle esperienze giovanili negli Stati Uniti fino alla partecipazione alle rassegne istituzionali in Egitto con le sue opere, Padovan aveva lavorato nella Rai di «Studio Uno», forte dell’amicizia con i registi televisivi Antonello Falqui e Guido Sacerdote, come scenografo, dove il ruolo di «aiuto» era compito di un artista del calibro di Pino Pascali. E poi «Canzonissima», e «Teatro 10», con un suo carissimo amico, sempre di Trieste, Lelio Luttazzi. Tempi d’oro: accadeva di tutto in quella Rai che negli anni Sessanta calamitava le energie più vitali dell’arte italiana, dove la sperimentazione era all’ordine del giorno, creando nuove creatività. Altro «sodale» storico, lo stilista Ottavio Missoni, che oltre al legame con il territorio nativo aveva in comune con lui l’esperienza di atleta. Mi vengono in mente i dialoghi con Cesare Brandi e Giovanni Carandente, leggendari.
Padovan aveva uno studio vicino alla stazione Termini, adibito anche ad atelier, dove i cataloghi delle mostre dominavano tutto lo spazio disponibile, quintali di edizioni rare e spesso con dediche. Volumi poi trasferiti nella casa ai Parioli fino a terminare la loro storia negli scatoloni. Quante foto di epoche straordinarie: una, in particolare, racconta l’ambiente di allora, con Lucio Battisti e Mina insieme al regista Falqui e Padovan. E Mina andava a vedere le sue esposizioni. Tra quelle romane, da ricordare le sue mostre nel Complesso Monumentale di San Michele a Ripa, nel 1989, e «L’Angelo Custode e gli Angeli di Ponte Sant’Angelo», tenutasi alla Sala Paolina di Castel Sant’Angelo, nel 2000. Un patrimonio unico, quei volumi dispersi in un’asta a tempo, a Roma, da Bertolami, e tanti libri sono rimasti invenduti. Nascerà mai una fondazione, o un’istituzione culturale, con il compito di accogliere tutte le testimonianze di chi si è occupato di arte, come giornalista o come critico, senza disperdere più quelle biblioteche immense che erano state create lungo una vita, e che finiscono sparpagliate in mille mani? Troppi «respingimenti», in questi ultimi anni, da parte di università e musei che per mancanza di spazi rifiutano donazioni di libri, anche di valore. E troppi cassonetti per la carta pieni di volumi, nelle grandi città, quando si svuotano gli appartamenti ereditati, da vendere, e tutto viene gettato nell’immondizia, anche testi rari. Salviamo, almeno, la cultura. E la storia dell’arte del Novecento.
Gianfranco Ferroni
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