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Gaspare Melchiorri
Leggi i suoi articoliSotto una collina coltivata a vigneti e alberi da frutto, poco oltre Porta Ercolano, a Pompei, si nasconde la cosiddetta Villa di Cicerone, nota per le raffinate decorazioni che a metà Settecento, quando venne scoperta, conquistarono l’Europa, ma ancora oggi quasi interamente sepolta. Una nuova campagna di indagini archeologiche, condotta quest’anno con tecniche non invasive, ha individuato strutture più estese e meglio conservate di quanto si immaginasse.
Il nome della villa è puramente convenzionale e tradizionale, e non intende testimoniare un legame diretto con Marco Tullio Cicerone, al quale non è documentato che appartenesse. La residenza sorgeva fuori dalle mura cittadine, nel settore nordoccidentale di Pompei, in un’area caratterizzata da grandi ville suburbane. La planimetria realizzata nel 1778 dall’architetto Francesco La Vega mostra un complesso articolato su due terrazze, con ambienti residenziali, un ampio peristilio e un lungo criptoportico, un corridoio coperto.
Gli scavi cominciarono nel 1748-49 e ripresero nel 1763, proseguendo a più riprese fino al 1778-79. All’epoca si privilegiava il recupero di opere d’arte destinate alle collezioni reali: una volta asportati affreschi e mosaici, gli ambienti venivano spesso ricoperti. La villa scomparve così nuovamente sottoterra, lasciando però una preziosa documentazione di diari, annotazioni e disegni.
Tra i tesori emersi figurano pitture con menadi, satiri, centauri e amorini, apprezzate anche dallo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann, che visitò gli scavi nel 1764. Le riproduzioni pubblicate nelle Antichità di Ercolano Esposte contribuirono alla diffusione del gusto neoclassico nelle arti decorative europee.
Particolarmente celebri sono due mosaici oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli: «I musici ambulanti» e «La consultazione della fattucchiera». Entrambi, firmati in greco da Dioskourides di Samo, si distinguono per le minuscole tessere e per gli effetti pittorici. Il secondo fu scoperto l’8 maggio 1764 alla presenza di Winckelmann.
La campagna del 2026, realizzata nell'ambito del «Villa of Cicero Project» in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, ha integrato georadar, tomografia di resistività elettrica, magnetometria e rilievi Lidar. I risultati confermano in larga parte la planimetria settecentesca e indicano la presenza di numerosi ambienti, con alcune murature a soli 50 cm dalla superficie.
Le anomalie rilevate suggeriscono inoltre un’organizzazione architettonica complessa, tra stanze, cortili, porticati e spazi aperti. Una traccia circolare potrebbe corrispondere a una fontana, mentre nel settore occidentale sono emersi segnali che potrebbero indicare altri edifici, forse persino un’ulteriore villa tra quella di Cicerone e la vicina Villa di Diomede. Si tratta, tuttavia, di ipotesi ancora da verificare.
La ricerca punta anche a ricostruire le tecniche degli scavatori borbonici, analizzando i terreni di reinterro e confrontandoli con le mappe e i documenti storici.
Il progetto prevede ora una ricostruzione digitale tridimensionale che riunisca architetture, affreschi e mosaici, restituendo alle opere il loro contesto originario. Eventuali nuovi scavi saranno mirati e limitati alle aree più significative, per proteggere le strutture dagli agenti atmosferici.
La Villa di Cicerone resta sepolta e non è visitabile. Le indagini, però, dimostrano che sotto il paesaggio attuale si conserva ancora una parte importante della Pompei antica, insieme alle tracce della sua riscoperta nel Settecento.
Gaspare Melchiorri
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