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La Moschea Džumaja, costruita nel 1364 durante il regno di Murad I

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La Moschea Džumaja, costruita nel 1364 durante il regno di Murad I

Plovdiv, il cuore antico della Bulgaria è un museo a cielo aperto

Piazze romane e testimonianze archeologiche bizantine convivono in armonia con la realtà quotidiana di una città moderna, trasformando l'archeologia in uno strumento di espressione della memoria culturale

Francesco Bandarin

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Seconda città della Bulgaria, Plovdiv è una delle rare città europee nelle quali la continuità urbana dalla preistoria all’età contemporanea rimane leggibile con straordinaria chiarezza. Fondata su un sistema di colline che dominano la pianura della Tracia superiore, lungo il corso della Marica, l’antica Philippopolis (poi Trimontium in età romana, Filibe sotto gli Ottomani e infine Plovdiv) costituisce un caso quasi unico di lunga durata storica nello spazio balcanico. Conquistata da Filippo II di Macedonia nel IV secolo a.C., Philippopolis divenne in età romana uno dei principali centri della Provincia di Tracia. La sua posizione lungo la Via Militaris, asse strategico tra il Danubio e Bisanzio, ne fece un nodo fondamentale degli scambi politici, commerciali e culturali tra Mediterraneo orientale, Balcani ed Europa centrale. L’importanza urbana della città è ancora oggi testimoniata dai resti del Teatro romano, uno dei meglio conservati dei Balcani, dello Stadio monumentale (in gran parte ancora sepolto sotto la città moderna ma leggibile nel centro urbano contemporaneo), dell’Odeon, del Foro, delle Terme e delle infrastrutture idrauliche romane che emergono nel tessuto urbano moderno. È tuttavia nella tarda antichità che Philippopolis assume un ruolo particolarmente significativo. Dopo le devastazioni provocate dalle invasioni dei Goti nel III secolo d.C., la città fu progressivamente ricostruita e monumentalizzata nel quadro della riorganizzazione dell’Impero romano d’Oriente. La diffusione del Cristianesimo produsse una trasformazione radicale del paesaggio urbano, della quale la Grande Basilica episcopale costituisce la testimonianza più importante. Costruita probabilmente nella metà del IV secolo d.C., e di cui oggi sopravvive solo il grande pavimento musivo, era una delle più grandi basiliche paleocristiane dei Balcani. Faceva parte di un più vasto sistema ecclesiastico urbano che comprendeva altre importanti chiese paleocristiane, tra cui la cosiddetta Piccola Basilica, anch’essa decorata con importanti mosaici, e altri edifici religiosi disseminati nel tessuto urbano antico. Questo insieme testimonia il ruolo di Philippopolis come uno dei principali centri della cristianizzazione urbana nei Balcani orientali. L’aspetto più eccezionale di questo insieme rimane tuttavia il vastissimo apparato musivo. I mosaici, distribuiti su oltre 2mila metri quadrati, costituiscono uno dei più importanti insiemi decorativi paleocristiani conservati nell’Europa sud-orientale. I repertori figurativi (uccelli, motivi geometrici, simboli dell’acqua e della vita eterna) rivelano una cultura visiva profondamente inserita nei circuiti artistici del Mediterraneo orientale. Particolarmente interessante è la presenza di raffigurazioni di specie africane ed esotiche, che suggeriscono contatti culturali e commerciali ben più ampi dell’orizzonte regionale balcanico. La basilica rimase il principale centro del culto cristiano cittadino tra il IV e il VI secolo, fino al suo abbandono, probabilmente in seguito a un terremoto. Nei secoli successivi la città continuò a svolgere un ruolo strategico all’interno dell’Impero bizantino e poi del mondo bulgaro medievale, attraversando le profonde instabilità politiche che caratterizzarono i Balcani medievali. 

La conquista ottomana del XIV secolo inaugurò una nuova fase della storia urbana. Filibe perse progressivamente la funzione di fortezza di frontiera, ma acquisì un ruolo economico di primo piano nell’entroterra balcanico. La città fu trasformata attraverso la costruzione di moschee, caravanserragli, ponti e mercati, mentre nuove comunità (musulmani, sefarditi, armeni e mercanti levantini) si aggiunsero alle popolazioni cristiane già presenti. La Moschea Džumaja, il quartiere commerciale storico e le grandi case del periodo del Risorgimento bulgaro mostrano ancora oggi questa lunga stagione multiculturale. Nel XIX secolo Plovdiv divenne uno dei principali centri del Risorgimento bulgaro. Lo sviluppo dell’istruzione moderna, delle attività editoriali e delle istituzioni culturali trasformò la città in uno dei laboratori della costruzione nazionale bulgara. Dopo la guerra russo-turca del 1877-78, Plovdiv divenne capitale della Rumelia orientale e svolse un ruolo decisivo nel processo di unificazione della Bulgaria nel 1885.  Il nucleo storico della città è Patrimonio Unesco dal 2004. La riscoperta della Grande Basilica appartiene invece alla storia più recente. I resti furono individuati negli anni Ottanta durante lavori infrastrutturali urbani, ma soltanto negli ultimi anni è stato possibile sviluppare un progetto sistematico di scavo, conservazione e valorizzazione. Il nuovo museo, inaugurato nel 2021, rappresenta uno degli interventi più importanti realizzati recentemente nel campo della conservazione archeologica nei Balcani. In questo processo un ruolo decisivo è stato svolto dalla America for Bulgaria Foundation, che insieme al Comune di Plovdiv ha sostenuto finanziariamente il progetto di ricerca, restauro e musealizzazione della basilica. Il contributo della fondazione ha permesso non soltanto la conservazione dei mosaici e delle strutture archeologiche, ma anche la realizzazione di un museo contemporaneo di alto livello internazionale, capace di integrare tutela, ricerca e valorizzazione pubblica.

Francesco Bandarin, 12 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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