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Valeria Tassinari
Leggi i suoi articoliAvvolto dalla luce torrida che entra da una grande vetrata affacciata sul borgo, l’imponente Mausoleo di Rufus sembra fatto di burro, un’apparizione ammorbidita dal gioco di chiaroscuri che accarezzano i panneggi dei ritratti di uomini togati e i raffinati rilievi. In realtà, nei suoi quasi 14 metri di altezza, l’imponente monumento funerario resiste perfettamente con la potenza della pietra, scolpita in età augustea per regalare memoria immortale a una delle più prestigiose famiglie dell’antica Sassina, l’importante città romana sviluppatasi nel medio appennino romagnolo.
Pervenuto a noi quasi completo dalla fine del I secolo a.C., a seguito del ritrovamento nella necropoli di Pian di Bezzo, dopo la sua ricomposizione negli anni Novanta del Novecento, oggi il monumento funerario è il simbolo del museo che lo ospita, e svetta all’interno di un nuovo vano ideato appositamente per valorizzarlo. Proprio sotto quest’opera, infatti, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha presieduto la cerimonia inaugurale del Museo Archeologico Nazionale di Sarsina (Fc), che dal 23 giugno è stato riaperto al pubblico in una veste ampiamente rinnovata, dopo un intervento che ha interessato sia la struttura sia l’allestimento, grazie a un finanziamento di 1,5 milioni erogato dalla Direzione Generale Musei.
A confermare l’attenzione degli enti pubblici per questo intervento, accanto al ministro e al sindaco di Sarsina Enrico Cangini, hanno partecipato al taglio del nastro anche Luigi Gallo, direttore dei Musei nazionali di Bologna-Direzione regionale Musei Nazionali Emilia-Romagna, Costantino D’Orazio, già direttore dei Musei nazionali di Bologna-Direzione regionale Musei Nazionali Emilia-Romagna. Con loro la direttrice del museo Federica Timossi, particolarmente soddisfatta per i risultati ottenuti con il consolidamento strutturale e la riqualificazione del percorso espositivo, che, ha affermato, «ora restituiscono al territorio un museo interamente ripensato secondo una visione museografica e museologica contemporanea».
Una veduta del Museo Archeologico di Sarsina. Foto O. De Carlo
In quella che il ministro Giuli ha definito «l’Aquileia della Romagna» per la ricchezza di testimonianze archeologiche nel territorio, si offre, dunque, al pubblico la possibilità di vistare un museo non solo ricco di reperti importanti, ma anche più sicuro, accessibile e fruibile. Un luogo pensato per raccontare la storia di una terra abitata da tempi molto antichi e molto fiorente dopo la conquista romana, celebre per aver dato i natali allo scrittore latino Plauto, che per di più presto sarà ulteriormente indagata e valorizzata, grazie alla prevista apertura di un’ampia area archeologica che offrirà nuove opportunità di visita.
Al Museo Archeologico Nazionale, istituito fin dal 1890, i lavori erano iniziati per il miglioramento sismico degli oltre 1.600 metri quadrati dell’edificio ottocentesco, con un intervento coordinato dall’ingegnere Massimo Mariani, ma poi, vista la rilevanza della collezione archeologica, tra le più importanti nell’Italia settentrionale, si sono estesi al rinnovo dell’allestimento museale. Progettata da Balletti&Sabbatini architetti, che hanno puntato in particolare all’introduzione di nuove gamme cromatiche e di nuovi dispositivi di allestimento, l’esposizione permanente volta alla valorizzazione dei singoli reperti è stata rafforzata dall’attento lighting design di Carolina De Camillis e Riccardo Fibbi, una miscela armonica e discreta di naturale e artificiale a tonalità calda, che rende più leggibili i dettagli.
A completare l’intervento secondo una visione museologica attuale, non potevano mancare la definizione di una nuova identità visiva e di percorsi accessibili sul piano sensoriale e cognitivo, rispettivamente curati dal FrameLAB-Multimedia & Digital Storytelling dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e dall’architetto Fabio Fornasari, grazie a fondi del Pnrr. In particolare sulla rimozione delle barriere cognitive è stata prestata attenzione a rendere il museo fruibile a persone ipovedenti o ipoudenti, dotando il percorso museale di font ad alta leggibilità, di tabelle visuo-tattili e di un video in linguaggio Lis, strumenti che facilitano durante la visita alle sale ma che, come ha sottolineato Patrizia Cirino, funzionaria responsabile dei servizi educativi e dell’accessibilità, nascono anche da collaborazioni con aziende e operatori scelti in un’ottica di inclusività.
Il risultato è evidente, e ora la visita consente una piena fruizione percettiva e cognitiva di tutti i reperti esposti, con un particolare impatto emotivo dedicato agli elementi di maggior pregio, tra i quali spiccano frammenti marmorei di divinità e ritratti naturalistici, e i grandi pavimenti a mosaico figurati, come quello policromo con il Trionfo di Dioniso, esposto a parete, o quello con l’Ercole ebbro, allestito a terra in una suggestiva ricostruzione dell’ambiente di una domus, per rievocare i fasti e la raffinatezza dell’antica città romana. E così fanno anche i numerosi oggetti di pregio, come una bella tazza di vetro multicolore e corredi di ceramiche invetriate e terre sigillate da mensa, produzioni tipiche dell’area medio-adriatica, che facilmente circolavano nella Valle del Savio. Una valle di transizioni importanti, se tra le storie testimoniate dalle stele funerarie, colpisce l’inusuale personalità di Cetrania, donna eccezionalmente indipendente per il tempo, sacerdotessa ricca al punto da poter lasciare una cospicua somma per le sue volontà testamentarie, come si evince dal suo ritratto velato in veste di officiante e dalle iscrizioni ancora ben leggibili nel suo cippo funebre.
Una veduta del Museo Archeologico di Sarsina. Foto O. De Carlo
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