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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliCi sono alberi la cui forma mette in crisi l'immagine che abbiamo costruito della natura. Nella foresta di Verzy, in Champagne, i faggi crescono con tronchi contorti, rami che si intrecciano e ricadono fino a terra, chiome basse e irregolari. Le loro sagome ricordano figure animali, architetture vegetali, corpi deformati. Sono i cosiddetti Faux de Verzy, una concentrazione eccezionale di faggi tortili che da secoli alimenta racconti, ipotesi e curiosità scientifiche. È da queste presenze, sospese tra anomalia botanica e immaginario fantastico, che prende avvio «Le Vrai du Faux», il progetto con cui Philippe Jarrigeon ha ottenuto l'ottava edizione del Prix Maison Ruinart.
Il lavoro sarà presentato a Paris Photo, in programma dal 12 al 15 novembre 2026 al Grand Palais di Parigi, nel settore Emergence. Realizzata nell'estate del 2026 durante una residenza in Champagne, la serie mette in relazione gli elementi minerali e vegetali che compongono il paesaggio della regione. Alberi, fiori, conchiglie fossili e figure ambigue diventano protagonisti di una sequenza di immagini costruite attraverso la messa in scena, in cui le forme naturali vengono sottratte alla loro apparente familiarità. Il territorio rimane riconoscibile, eppure cambia statuto: da luogo da osservare diventa uno spazio nel quale realtà e immaginazione si contaminano.
Per comprendere la scelta dei Faux de Verzy occorre partire dalla loro singolarità. Si tratta di una varietà particolare di faggio comune, identificata come «Fagus sylvatica var. tortuosa», caratterizzata da una crescita irregolare che interessa tronco, rami e ramificazioni. La loro conformazione, a lungo attribuita a condizioni del terreno o ad altre cause ambientali, è oggi ricondotta a una rara mutazione genetica. La foresta ospita una delle concentrazioni più importanti di questi esemplari, tutelati all'interno di una riserva biologica diretta istituita nel 1981 e ampliata nel 2021. La loro conservazione richiede interventi specifici: la crescita degli altri alberi può limitarne lo sviluppo, mentre il passaggio dei visitatori rischia di compromettere le radici superficiali. La natura che Jarrigeon mette in scena appartiene dunque a un ecosistema concreto, sottoposto a condizioni di equilibrio e protezione.
È proprio questa compresenza di dato scientifico e suggestione visiva a rendere il luogo particolarmente adatto alla ricerca del fotografo. I Faux sembrano prodotti da un gesto artistico, modellati secondo una logica estranea alla crescita ordinaria degli alberi. La loro forma, tuttavia, non nasce da un intervento umano: è il risultato di un processo biologico. Jarrigeon si confronta con una natura che possiede già qualcosa di artificiale, senza bisogno di essere modificata per apparire improbabile. La fotografia interviene su questa condizione, la isola e la porta in primo piano, facendo emergere ciò che nella percezione quotidiana resta sullo sfondo.
Diplomato all'ECAL di Losanna, dove insegna dal 2008, Jarrigeon ha costruito una ricerca che attraversa fotografia di moda, ritratto, natura morta e immagini messe in scena. Ha collaborato con numerose pubblicazioni internazionali e maison di moda e lusso; è inoltre cofondatore della rivista «Dorade», premiata con uno Swiss Design Award. Nel 2021 ha pubblicato «PLAY», la sua prima monografia, mentre nel 2026 è tornato a Paris Photo con «Rocher Fatal», progetto dedicato alla foresta di Fontainebleau e alle mitologie che si sono depositate nel suo paesaggio.
Il rapporto con il bosco, in «Rocher Fatal», si sviluppava attraverso una successione di scene costruite, oggetti, personaggi e presenze naturali. La foresta diventava un ambiente narrativo, attraversato da riferimenti alla storia dell'arte, alla cultura popolare e all'immaginario cinematografico. In un'intervista a «PIN–UP», Jarrigeon ha descritto il libro come un percorso mentale, simile a ciò che accade durante una passeggiata: un elemento incontrato lungo il cammino innesca un'associazione, poi un'altra, fino a trasformare l'osservazione in racconto. Ha anche richiamato la tensione tra l'idea immaginaria di una natura incontaminata e il modo in cui gli esseri umani intervengono concretamente su di essa.
«Le Vrai du Faux» riprende questa modalità di costruzione, spostandola in un territorio dalla fisionomia differente. Se a Fontainebleau il paesaggio si prestava a una narrazione fatta di incontri e stratificazioni, in Champagne il punto di partenza è la morfologia stessa degli alberi. Jarrigeon li trasforma in presenze quasi luminose, come se una fonte di luce fosse custodita al loro interno. Attorno compaiono bouquet floreali, conchiglie fossili e altri elementi che ampliano il campo delle associazioni. Le immagini accostano forme appartenenti a regni diversi, senza stabilire tra loro una gerarchia: il vegetale incontra il minerale, l'organico si avvicina all'artificio, il familiare assume una qualità inattesa. La composizione fotografica diventa così un dispositivo di relazione, capace di produrre significati attraverso l'accostamento e la dissonanza.
Anche il titolo merita attenzione. «Le Vrai du Faux», traducibile come «il vero del falso», contiene un gioco linguistico che si lega direttamente al soggetto del progetto: in francese faux significa falso, mentre fau è una denominazione del faggio che deriva dal latino fagus. I Faux de Verzy sono dunque, letteralmente, i faggi di Verzy, ma il loro nome richiama anche l'idea di falsità. La coincidenza lessicale offre una chiave di lettura particolarmente efficace: gli alberi sembrano falsi proprio perché si discostano dall'immagine che associamo a un faggio, mentre la loro forma è autentica, determinata da una mutazione naturale. Il titolo tiene insieme questi livelli e fa della contraddizione apparente il principio generativo della serie.
La fotografia di Jarrigeon lavora su questo scarto. La messa in scena non ha la funzione di contraffare il paesaggio o di nasconderne l'origine, ma di renderne percepibili aspetti che l'abitudine visiva tende a normalizzare. L'artista costruisce immagini in cui gli elementi non sono chiamati a confermare una rappresentazione già acquisita della natura: vengono ricomposti, isolati, messi in relazione, fino a produrre un'immagine che conserva il riferimento al reale e, contemporaneamente, lo sposta. È una pratica che si colloca in una zona di confine tra fotografia documentaria, composizione e immaginazione, senza aderire completamente a nessuno di questi registri.
In questo procedimento l'ironia ha un ruolo preciso. La leggerezza delle composizioni e il loro carattere talvolta surreale impediscono alla rappresentazione del paesaggio di assumere una dimensione esclusivamente contemplativa. L'artificio è dichiarato, la costruzione resta visibile e lo spettatore è invitato a interrogarsi sul modo in cui attribuisce autenticità a ciò che osserva. In «Rocher Fatal», Jarrigeon aveva già lavorato sull'ambivalenza tra natura e intervento umano, arrivando a descrivere la foresta come un luogo al tempo stesso preservato e artificiale, quasi un parco costruito per essere attraversato e consumato dallo sguardo. In Champagne, la questione si concentra sulla forma: quanto di ciò che consideriamo naturale dipende dalle nostre aspettative e dai modelli attraverso cui impariamo a riconoscerlo?
Il progetto si inserisce nel programma di mecenatismo con cui Ruinart, Maison fondata nel 1729, sostiene il dialogo tra fotografia contemporanea e mondo naturale. Istituito nel 2018, il Prix Maison Ruinart seleziona ogni anno un fotografo del settore Emergence di Paris Photo, invitandolo a sviluppare un progetto durante una residenza in Champagne. Le opere vengono presentate in fiera e successivamente circolano in altri appuntamenti internazionali. Nelle diverse edizioni, il premio ha affidato a fotografi con linguaggi differenti il compito di interpretare il territorio, mettendo in relazione la ricerca artistica con il paesaggio e il patrimonio della regione.
Con «Le Vrai du Faux», Jarrigeon si misura con un luogo in cui la natura sembra avere già superato i confini della propria rappresentazione. I Faux de Verzy non hanno bisogno di essere trasformati in creature fantastiche: la loro singolarità precede lo sguardo dell'artista. È la fotografia a intervenire, selezionando, accostando e ricomponendo, per restituire a quelle forme una presenza nuova. Il risultato è un paesaggio in cui la finzione diventa uno strumento di conoscenza visiva e il reale mostra quanto possa essere distante dalle immagini consuete attraverso cui siamo abituati a riconoscerlo.
Angelica Kaufmann
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