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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliÈ morto all'età di 67 anni Peter Nagy (Bridgeport, Connecticut, 1959), artista e gallerista americano che ha attraversato due stagioni fondamentali dell'arte contemporanea internazionale: l'avanguardia newyorkese degli anni Ottanta e l'affermazione della scena artistica indiana a partire dagli anni Novanta. A comunicare la scomparsa è stata Nature Morte, la galleria da lui fondata a New York e successivamente trasferita in India, che ha ricordato come Nagy avesse affrontato una lunga malattia.
La sua è stata una traiettoria poco convenzionale, capace di mettere in discussione la separazione tra produzione artistica e attività commerciale. Prima artista interessato ai meccanismi di riproduzione e circolazione delle immagini, poi gallerista e promotore di una nuova generazione di autori, Nagy ha interpretato il mercato come parte integrante del sistema culturale, anticipando alcune trasformazioni che avrebbero ridefinito le geografie dell'arte contemporanea. Nato nel 1959 a Bridgeport, nel Connecticut, si formò alla Parsons School of Design di New York, dove studiò design della comunicazione, storia dell'arte e teoria, conseguendo il diploma nel 1981. Già durante gli anni della formazione aveva cominciato a realizzare grandi disegni in bianco e nero influenzati dal Futurismo. La sua ricerca si sviluppò successivamente attraverso collage, fotocopie, appropriazioni di immagini pubblicitarie, loghi aziendali e riproduzioni tratte dai manuali di storia dell'arte.
Erano gli anni in cui la Pictures Generation stava ridefinendo il rapporto tra immagine, autorialità e cultura di massa. Nagy condivideva con quella generazione l'interesse per la riproducibilità e per la progressiva perdita di significato delle immagini sottoposte a continue trasformazioni. Le sue composizioni, ottenute attraverso procedimenti manuali di ritaglio, assemblaggio e ingrandimento fotografico, assumevano spesso l'aspetto di elaborazioni meccaniche o digitali. La questione centrale era comprendere che cosa accadesse all'informazione visiva nel passaggio da una copia all'altra. In un'intervista rilasciata ad «ARTnews» nel 2020, in occasione di una rinnovata attenzione per il suo lavoro, Nagy ricordava il proprio interesse per il deterioramento dell'immagine e per le nuove informazioni che potevano emergere proprio attraverso quel processo. I suoi dipinti, apparentemente prodotti al computer, erano in realtà realizzati a mano.
A metà degli anni Ottanta espose alla International with Monument, galleria newyorkese che contribuì all'affermazione di artisti come Jeff Koons, Ashley Bickerton e Peter Halley. Successivamente collaborò con i galleristi Jay Gorney e Nicole Klagsbrun. La sua attività artistica lo portò anche a partecipare alla Whitney Biennial del 1985 e a Documenta 8, nel 1987, attraverso il coinvolgimento del collettivo Group Material.
Ma già nel 1982, mentre costruiva la propria carriera artistica, Nagy aveva avviato un'altra impresa destinata a lasciare un segno significativo nella storia dell'arte contemporanea. Insieme ad Alan Belcher fondò Nature Morte, una piccola galleria situata sulla East 10th Street, nell'East Village di Manhattan. Il locale, affittato per appena 500 dollari al mese, divenne uno dei luoghi di sperimentazione della scena artistica newyorkese.
L'East Village rappresentava allora un'alternativa ai circuiti consolidati di SoHo e alle gallerie più strutturate. In quel contesto, Nature Morte contribuì alla definizione di un nuovo sistema di relazioni tra artisti, spazi indipendenti e mercato, intercettando ricerche che avrebbero acquisito crescente rilevanza negli anni successivi. Nel 1983 Steven Parrino vi tenne la sua prima mostra personale, presentando una pittura che metteva in crisi le convenzioni del monocromo modernista attraverso deformazioni, piegature e interventi sulla superficie. Nello stesso anno debuttò nella galleria anche Gretchen Bender, artista che avrebbe sviluppato una ricerca fondamentale sulle immagini televisive e sui linguaggi della comunicazione di massa.
Tra gli altri artisti che esposero a Nature Morte negli anni Ottanta figurano Cady Noland, Louise Lawler, Sherrie Levine, Robert Gober e Richard Pettibone. Una costellazione di nomi che restituisce il ruolo della galleria nella formazione di una scena destinata a incidere profondamente sul dibattito internazionale attorno all'appropriazione, all'oggetto artistico e alla cultura dei consumi. La sede newyorkese chiuse nel 1988, ma per Nagy quell'esperienza rappresentò l'inizio di una seconda carriera. Dopo aver continuato a lavorare come artista, ampliando negli anni Novanta la propria ricerca verso dipinti e installazioni più colorati, intraprese un percorso che lo avrebbe portato lontano dagli Stati Uniti. Nel 1992 si trasferì a Nuova Delhi, dividendosi per alcuni anni tra l'India e New York. Nel 1997 inaugurò ufficialmente Nature Morte nella capitale indiana, avviando un progetto che sarebbe diventato uno dei principali riferimenti per l'arte contemporanea del Paese. La scelta aveva una portata che andava oltre l'apertura di una nuova galleria. Negli anni Novanta il sistema dell'arte indiano stava attraversando una fase di trasformazione, mentre il mercato internazionale cominciava a rivolgere maggiore attenzione alle scene artistiche esterne ai tradizionali centri occidentali. Nagy contribuì a costruire un'infrastruttura commerciale e culturale capace di mettere in relazione gli artisti indiani con collezionisti, istituzioni e operatori internazionali.
Nature Morte divenne così un punto di riferimento per autori come Subodh Gupta, Bharti Kher, Jitish Kallat, Vibha Galhotra, Pushpamala N e il collettivo Raqs Media. Il programma della galleria comprende inoltre il lavoro di Mrinalini Mukherjee, mentre artisti come Dayanita Singh e Vivan Sundaram hanno fatto parte della sua storia espositiva. Attraverso la partecipazione a fiere internazionali come Frieze e The Armory Show, Nature Morte ha contribuito alla circolazione globale di queste ricerche, consolidando la presenza dell'arte indiana nel mercato e nel dibattito curatoriale. La galleria, oggi attiva a Nuova Delhi e Mumbai, ha sperimentato nel corso degli anni anche sedi a Berlino e Calcutta. Nagy ha continuato a rivendicare la legittimità della propria doppia identità di artista e mercante. In un intervento pubblicato su «Artforum» nel 1999 riconosceva come la sua attività di gallerista fosse talvolta considerata incompatibile con quella artistica, quasi che l'interesse per il mercato dovesse necessariamente compromettere l'autonomia della ricerca. Al contrario, sosteneva di essere attratto proprio dalla combinazione di commercio, mezzi espressivi, creatività e personalità che prende forma all'interno di una galleria.
Era una posizione coerente con il suo lavoro degli anni Ottanta, nel quale la mercificazione delle immagini e la loro circolazione costituivano già oggetto di indagine. La galleria poteva essere interpretata, in questa prospettiva, come un ulteriore spazio di intervento sulle dinamiche di produzione e distribuzione culturale. Per lungo tempo la sua attività di mercante ha finito per oscurare quella di artista. Tra la personale del 1997 alla Nicole Klagsbrun Gallery e la successiva mostra newyorkese trascorsero infatti ventitré anni. Nel 2020 Jeffrey Deitch, in collaborazione con Magenta Plains, gli dedicò la mostra Entertainment Erases History, contribuendo a riportare l'attenzione su una produzione che aveva anticipato questioni centrali per la cultura visiva contemporanea. Quella riscoperta ha consentito di rileggere Nagy all'interno della generazione che aveva affrontato criticamente il rapporto tra arte, pubblicità, riproduzione e consumo, senza ridurre la sua figura al ruolo di gallerista. La sua eredità, tuttavia, rimane soprattutto legata alla capacità di aver attraversato contesti geografici e culturali differenti, riconoscendo opportunità artistiche dove il sistema internazionale non aveva ancora consolidato la propria presenza. Dall'East Village degli anni Ottanta alla Nuova Delhi degli anni Novanta, Nagy ha contribuito a costruire spazi e relazioni attraverso i quali artisti destinati a diventare protagonisti della scena internazionale hanno potuto sviluppare la propria visibilità.
Riccardo Deni
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