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Una veduta del «museo africano» di Marie-Thérèse-Petit, nella sua casa vicino a Bayonne, nel giugno del 2022

Foto K. Kukawka

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Una veduta del «museo africano» di Marie-Thérèse-Petit, nella sua casa vicino a Bayonne, nel giugno del 2022

Foto K. Kukawka

Per poter far rientrare 53 oggetti africani nei loro paesi di origine, la città di Bordeaux rinuncia a un lascito

Due coniugi transalpini, lui chirurgo, lei ostetrica, per 35 anni avevano soggiornato in Togo, Gabon e Niger. Avendo la donna optato per lasciare in eredità i suoi manufatti alla celebre municipalità vinicola, questa declina, agevolando così il loro rimpatrio. Ma essi potrebbero anche rimanere in Francia…

Roberto Mercuzio

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La vicenda di due appassionati coniugi collezionisti francesi, Marie-Thérèse e Jacques Petit, e di 53 opere provenienti dal Gabon, dalla Nigeria e dalla Costa d’Avorio, acquisite dalla coppia durante gli anni trascorsi all’estero e lasciate in eredità alla città di Bordeaux da Marie-Thérèse Petit nel 2022, emerge ora come notizia di attualità culturale. Durante il Consiglio comunale del primo giugno nella celebre città vinicola, una delibera ha sancito il rifiuto di tale lascito, facilitando così a queste opere l’iter per poter tornare nelle loro terre d’origine.

La storia ha un inizio abbastanza lontano nel tempo. Tutto comincia con un matrimonio, nel 1945, nella Francia Sud-occidentale, tra un’ostetrica e un chirurgo. Due anni dopo, la coppia parte per esercitare la professione in Africa occidentale e centrale: prima in Togo, poi in Gabon e in Niger.

Al loro ritorno in Francia, nel 1982, i coniugi si stabiliscono a Mouguerre, vicino a Bayonne (Pirenei Atlantici, Nuova Aquitania), portando con sé nelle valigie sculture, maschere, gioielli, semplici ricordi dei loro anni di permanenza in Africa. «Non avevano alcuna intenzione di saccheggiare culturalmente quei paesi, ma piuttosto di continuare ad apprezzare le opere che li appassionavano», afferma Katia Kukawka, vicedirettrice del Musée d’Aquitaine a Bordeaux.

Jacques Petit muore nel 1986. Marie-Thérèse gli sopravvive per 36 anni: viene a mancare nel 2022. Nel suo testamento scrive: «Il mio erede universale dovrà lasciare in eredità la mia collezione d’arte africana alla città di Bordeaux».

Ed è così che Katia Kukawka, accompagnata da Étienne Féau, conservatore capo del patrimonio e specialista di arti africane, varcò la soglia di quella «bella casa basca» nel giugno 2022, la casa in cui Marie-Thérèse aveva allestito quello che lei chiamava il suo «piccolo museo africano». «È stata una bella sorpresa, perché si tratta di una collezione interessante. La priorità era identificare questi oggetti e farlo rapidamente, in modo che la successione potesse essere regolata il prima possibile».

Si instaurarono quindi i primi contatti diplomatici con l’Africa, «in particolare grazie a Lucien Bruneau, direttore delle relazioni internazionali della città di Bordeaux, con cui ho lavorato a stretto contatto». Già nel 2022, il Museo nazionale delle arti, dei riti e delle tradizioni del Gabon ha confermato il proprio interesse per 33 pezzi. La Nigeria e la Costa d’Avorio faranno lo stesso nel 2025 e nel 2026, rispettivamente per 13 e 7 pezzi.

In attesa della conclusione delle pratiche amministrative, la collezione dei coniugi Petit viene trasferita al Museo d’Aquitania alla fine del 2022. Da notare: «In nessun momento queste opere sono state inserite nell’inventario del Museo d’Aquitania. Sono state semplicemente depositate lì. Non si tratta quindi di una restituzione: si tratta piuttosto di un rifiuto del lascito da parte della Città di Bordeaux, al fine di consentire, qualora lo desiderino, ai vari paesi interessati di negoziare le modalità di un ritorno», precisa Katia Kukawka.

«La collezione comprende anche pezzi provenienti dal Niger, dal Burkina Faso, dal Togo e dalla Repubblica Democratica del Congo. Questi quattro Stati hanno ora due anni di tempo per manifestare il proprio interesse nei confronti dei beni che li riguardano. Trascorso tale termine, in assenza di una risposta da parte loro, potremmo quindi valutare la possibilità di inserire tali oggetti nell’inventario regolamentare del Museo d’Aquitania, previa valutazione da parte della commissione scientifica regionale».

Al momento questa vicenda sembra adombrare anche un cambiamento di mentalità e un’evoluzione delle pratiche nel trattamento delle opere provenienti da paesi un tempo colonizzati. «Anche se in questo caso si tratta di pezzi acquisiti dopo l’indipendenza, credo che ormai siamo tutti consapevoli dell’assoluta necessità di lavorare con i paesi d’origine, nell’ambito di una cooperazione il più possibile etica e trasparente. È un nuovo modo di operare, e sono molto felice di avere l’occasione di vivere questo momento», conclude Kukawka.

Roberto Mercuzio, 18 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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