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Giovanni Ozzola

Foto Giovanni De Angelis

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Giovanni Ozzola

Foto Giovanni De Angelis

Per Giovanni Ozzola l’orizzonte è un confine che non possiamo raggiungere

Con la sua ricerca che attraversa fotografia, scultura, installazione e video, è l’artista scelto da «Il Giornale dell’Arte» per la tradizionale Stampa d’Artista di novembre, in occasione di Artissima, presso cui sarà possibile incontrarlo e ricevere una dedica personale durante due appuntamenti di live signing. Dai graffiti alle campane nautiche, alle rotte degli esploratori, l’artista racconta il rapporto tra l’individuo e l’infinito, tra il desiderio di lasciare una traccia e la necessità di confrontarsi con ciò che ancora non conosciamo

C’è un orizzonte che appartiene a tutti e che, tuttavia, nessuno può vedere nello stesso modo. È una linea che sembra definire il limite del mondo, ma che si allontana ogni volta che tentiamo di raggiungerla. Giovanni Ozzola ne ha fatto uno dei soggetti ricorrenti della propria ricerca, trasformandolo in una figura del rapporto tra l’uomo, lo spazio e il tempo. Nell’immagine fotografica scelta per la copertina di novembre de «Il Giornale dell’Arte», che accompagna la consueta Stampa d’Artista (riservata a chi sottoscriverà un abbonamento al mensile a partire dal 29 ottobre) realizzata in occasione di Artissima, il mare appare attraverso le aperture di una costruzione abbandonata. Presso lo stand Allemandi all’Oval (stand A, corridoio pink A) saranno inoltre tenuti due firmacopie: giovedì 29 ottobre, ore 17:30 (per i possessori di VIP Card e ingresso Preview) e venerdì 30 ottobre, sempre alle 17:30. L’oscurità dell’interno, il cemento segnato dal tempo e le scritte sovrapposte sulle pareti si confrontano con la luce e con l’estensione apparentemente illimitata dell’oceano. È una composizione nella quale convivono due dimensioni fondamentali del lavoro di Ozzola: la memoria di ciò che è stato e la tensione verso ciò che ancora non conosciamo.

Dalla fotografia all’incisione, dalla scultura al cinema, la ricerca di Ozzola si costruisce intorno a un interrogativo che riguarda la nostra posizione nel mondo. Che cosa possiamo conoscere attraverso le tracce lasciate dagli altri? Come convivono la memoria individuale e quella collettiva? Che cosa significa guardare quando una parte della realtà rimane necessariamente invisibile? Sono domande che trovano nell’orizzonte fotografato per la copertina de «Il Giornale dell’Arte» una sintesi efficace. Oltre le pareti di un edificio abbandonato si apre uno spazio che non possiamo raggiungere, mentre alle nostre spalle restano i segni di chi è passato prima di noi. Tra queste due dimensioni, Ozzola colloca la possibilità stessa dell’esperienza: riconoscere ciò che siamo stati e continuare a cercare ciò che ancora non sappiamo.

La copertina di novembre de «Il Giornale dell’Arte» è dedicata a un suo lavoro fotografico dove l’orizzonte è restituito attraverso la prospettiva di un luogo abbandonato in cui le pareti conservano passaggi di memorie, tracce di scritture. È un modo di guardare verso l’infinito che spesso utilizza. A che cosa allude questa pratica?
L’orizzonte è un simbolo potente. Sembra vicino, ma pur andandogli incontro rimane irraggiungibile. È un confine che esiste soltanto in relazione alla nostra posizione: possiamo stare uno accanto all’altro a guardare lo stesso mare, ma non vedremo mai esattamente lo stesso orizzonte. Le immagini nascono in costruzioni abbandonate sull’oceano. Mi interessa il contrasto tra il cemento, l’oscurità e la luce che entra dalle aperture. Conservano le tracce di chi le ha attraversate: scritte, graffiti, incisioni sovrapposte nel tempo. Mi piace pensare al bunker come a una caverna abitata dall’uomo, quasi una scatola cranica. Le pareti, con tutte quelle scritte, diventano una rappresentazione dei nostri pensieri: continui, disordinati, a volte assordanti. Le aperture verso l’oceano sono come occhi attraverso i quali possiamo guardare fuori da noi stessi e non essere più soli. Di fronte all’orizzonte possiamo, almeno per un momento, liberarci dal peso della nostra individualità e perderci in qualcosa di immensamente più grande. Ma quella stessa immensità può provocare vertigine. Allora la scatola cranica, con le sue pieghe, le sue cicatrici e le sue memorie, torna a essere un luogo che ci protegge e ci restituisce una forma e un’identità. Abbiamo bisogno di uscire da noi stessi e di ritornarci. Il bunker è un passaggio tra due orizzonti, l’interiore e l’esteriore, in cui oscilliamo continuamente.

Anche «South Wall» e «No Solidity in a State of Vibration» esplorano memoria, pareti e tracce. In che cosa consistono questi progetti e perché questa attenzione alla traccia?
Ho sempre immaginato le pareti come una pelle: conservano i segni, le scritte, le ferite di chi le ha abitate. Sono una sorta di diario collettivo, scritto senza che nessuno si sia messo d’accordo. La parete diventa una superficie sensibile che registra il passaggio dell’uomo e del tempo. Da queste pareti ho realizzato degli strappi d’affresco. Li considero i miei lavori più fotografici: vere stampe a contatto. Ciò che mi interessa è il bisogno ancestrale di lasciare tracce: dalle incisioni dell’uomo di Cro-Magnon ai graffiti delle nostre città. E oggi, più la vita si sposta nel virtuale, più cerchiamo qualcosa di tangibile. Basta un «sogno ancora» scritto su un marciapiede per farci capire questo bisogno.

Mi sembra che nel suo lavoro la parola scritta ritorni costantemente in modi e forme diverse. Graffiata o dipinta su parete, incisa su campane nautiche, strappata da muri carichi di vissuto. Perché questa insistenza?
Pensiero, parola, scrittura, simbolo, segno, impronta. Mi interessa ripercorrere a ritroso le forme attraverso cui abbiamo imparato a rappresentare il mondo. Ho ritrovato questa riflessione in Paleoestetica di Michele Cometa, con cui mi piacerebbe sviluppare un’opera. Mi affascina immaginare i nostri antenati mentre seguivano le tracce di un animale. L’animale non era più lì, ma la sua impronta nel terreno permetteva di riconoscerlo, di ricostruirne la presenza attraverso un’assenza. Un negativo, un vuoto nella terra diventavano un’immagine nella nostra mente, un positivo. Mi piace pensare che in questa capacità di leggere ciò che non vediamo ci siano le radici del pensiero simbolico che, molto più tardi, ha reso possibile anche la scrittura. Prima ancora di imparare a scrivere, abbiamo imparato a leggere il mondo attraverso le tracce. A volte una frase letta o ascoltata non ci abbandona più. Cresciamo, cambiamo e quella frase assume significati diversi, ma rimane nella nostra memoria, parte di ciò che siamo. Ritrovo questo legame nelle campane nautiche che colleziono dal 2006: hanno attraversato il mare per decenni, conservando nomi, date ed eventi. Sono fari sonori che affermano una presenza anche quando non è visibile. Ognuna ha un timbro unico, come noi. In opere come «Dust on my memories » incontro persone di comunità come District Six a Città del Capo o il Barrio Chino dell’Avana, e chiedo di condividere una paura e un desiderio. Il desiderio ci spinge avanti, la paura ci frena; entrambi ci formano. Dalle storie individuali emerge la memoria di una comunità, con le sue fragilità e aspirazioni. Le parole vengono incise sulle campane. Quando una campana risuona, tutto il suo corpo entra in vibrazione: pensieri, paure, desideri e memorie diventano un unico suono. Una presenza insieme individuale e collettiva, senza che l’una cancelli l’altra.

L’ignoto ritorna spesso nel suo immaginario, penso al progetto «Scars-towards ourselves» (2012): viaggi ed esplorazioni, pionieri e navigatori che nei secoli hanno tracciato nuove rotte, descrivendo inedite geografie. Perché l’ignoto?
Perché credo che sia questa la nostra condizione di esseri umani: ognuno di noi è una coscienza che si affaccia continuamente su due ignoti, quello che porta dentro di sé e quello che la realtà gli pone davanti. Dell’esploratore mi interessa non la conquista di territori, ma quella dei propri limiti e delle proprie paure. Non parte necessariamente per gli altri, ma il suo gesto finisce per appartenere a tutti: aprendo una strada a sé, la apre a chi verrà dopo. La ricerca personale acquista valore nella relazione con gli altri, senza che l’individuo si annulli nel collettivo. È anche da questa riflessione, e dalla lettura de «Il cammino dell’uomo» di Martin Buber, che nasce «Scars-towards ourselves». Per due anni ho condotto una ricerca scientifica, raccogliendo le rotte degli esploratori attraverso epoche e culture diverse e le ho incise sull’ardesia, una pietra sedimentaria che, come la memoria, conserva le tracce del tempo. Nell’opera non ci sono coste, continenti o confini: solo le traiettorie dei singoli che, sovrapponendosi, compongono una mappa dell’umanità. Ho in mente un nuovo progetto: un libro dedicato a chi ha tentato il viaggio senza arrivare, o a chi è stato dimenticato. Si intitolerà «Precious Failures», perché anche i tentativi, non soltanto le conquiste, contribuiscono a fare di noi ciò che siamo.

Ognuno di noi è un’occasione per l’umanità. Nella mostra veneziana «ALBEDO-You See Me in the Twilight», in concomitanza con la 61ma Biennale d’Arte, presenta il video «Matteo», in cui l’ignoto sembra farsi presenza. Com’è nato e si è sviluppato il progetto?
Matteo Panariello è un arciere, pluricampione italiano assoluto, campione europeo e campione del mondo. Colpisce un bersaglio a 30 metri di distanza. È cieco dalla nascita. Già questo mette in discussione molte delle nostre convinzioni su cosa significhi vedere, orientarsi, raggiungere un obiettivo. Quando l’ho conosciuto, ho capito che raccontarlo come qualcuno che compie imprese straordinarie nonostante la disabilità sarebbe come osservare Efesto e vedere soltanto la sua zoppia, senza riconoscere il dio. Per me Matteo è un semidio contemporaneo: non perché abbia superato una mancanza, ma perché possiede una capacità che va oltre ciò che siamo abituati a considerare possibile. Sa vedere ciò che lo circonda guardando dentro di sé. Dopo una lunga ricerca, grazie a una di quelle sincronicità che sembrano magiche, ho incontrato Beatrice Bulgari, fondatrice della Fondazione In Between Art Film, con cui il progetto è diventato realtà. Alla realizzazione ha lavorato una squadra di circa 20 persone: la regia è stata per me una scoperta, e grazie alle competenze di tutti ho potuto realizzare l’opera con la stessa libertà e precisione che avrei avuto lavorando da solo. Nel video ho voluto osservarlo come una statua antica, soffermandomi sul corpo, sui movimenti, sui dettagli. Una statua in movimento, un monumento vivente. Volevo indagarlo con curiosità e stupore, sapendo che una parte di lui sarebbe rimasta fuori dalla mia comprensione. Poi Matteo tende l’arco e scaglia una freccia verso di noi. Fino a quel momento siamo noi a guardare lui. Improvvisamente diventiamo il bersaglio. È l’incontro tra due mondi, due modi differenti di percepire la realtà. Senza il Tu non c’è l’Io, e viceversa.

Giovanni Ozzola, «Senza titolo-Madrugada», 2026 (particolare)

Chi è Giovanni Ozzola

Giovanni Ozzola (Firenze, 1982) vive e lavora alle Isole Canarie. La sua pratica attraversa fotografia, video, installazione, scultura e incisione. Attraverso la luce, lo spazio e il tempo indaga l’orizzonte, la memoria, l’ignoto e i confini tra il visibile e l’invisibile. La sua ricerca nasce da intuizioni personali che prendono forma in esperienze visive, interrogando l’origine, il destino e il rapporto tra individuo e collettività. Paesaggi naturali, architetture e materiali che conservano tracce di presenze e trasformazioni entrano nel suo linguaggio artistico. Ardesia, rame, bronzo, vetro e oggetti ritrovati diventano elementi attivi delle opere. Ozzola concepisce ogni mostra come un’opera in sé: i singoli lavori mantengono la propria autonomia, ma concorrono a creare un’esperienza spaziale unitaria, da abitare fisicamente ed emotivamente. Unendo intuizione poetica e rigore nella ricerca, il suo lavoro esplora il rapporto tra esperienza individuale e memoria collettiva. Interroga i limiti della percezione e l’ignoto, e apre una dimensione politica intesa come responsabilità del singolo: ogni individuo, attraverso le proprie scelte e le proprie tracce, contribuisce a una storia comune senza annullarsi nel collettivo. Tra le mostre personali recenti più significative figurano «ALBEDO – You See Me in the Twilight» (Venezia, 2026); «Il cielo dentro» (Galleria Continua, Roma, 2026); «La vida y la muerte me están desgastando» (Suburbia Contemporary, Barcelona, 2025); «Senza te, senza nord, senza titolo» (Manifattura Tabacchi, Firenze, 2023); «Traces of Wind» (Galleria Continua, Pechino, 2022); «I didn’t see you» (166 Art Space, Shanghai, 2021) e «Atto Unico» (Galleria Continua, San Gimignano, 2021). Ha partecipato a importanti rassegne internazionali, tra cui la XVIII Quadriennale di Roma (2025), la Chengdu Biennale (2023), la III Xinjiang Biennale (2023), Manifesta 12 (Palermo, 2018), la Sculpture Projects Pingyao Triennial (2018) e la mostra inaugurale del Mori Art Museum di Tokyo (2003). Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private internazionali, tra cui Fondation Louis Vuitton (Parigi), Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci (Prato), Collezione Gori-Fattoria Celle (Pistoia), Rigo Saitta Collection (Ginevra) e Collezione Bulgari (Roma). Ha ricevuto il Premio Cairo (2011), il Talent Prize (2010) e il Premio Terna, categoria Gigawatt (2008).

Andrea Tinterri e Luca Zuccala, 28 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Andrea Tinterri e Luca Zuccala

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