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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliL’autore di questo importante libro è uno di quelli che tristemente si definiscono in Italia «cervelli in fuga». Dopo aver insegnato in varie università italiane, stanco e deluso, ha infatti accettato un invito dalla Cina, dove è diventato apprezzato professore associato presso la Northeastern University di Shenyang (Liaoning, Cina). Peccato averlo perso, magari a vantaggio di qualche grigio raccomandato. Edoardo Villata (1971), studioso raffinato e sottile, è autore di diversi libri e articoli su artisti del Rinascimento: Leonardo, Bramantino, Gaudenzio Ferrari, Pordenone, Macrino d’Alba; ha curato inoltre importanti mostre a Firenze, Milano e in Svizzera. Ma anche con questo curriculum ci vuole un bel fegato per cimentarsi da italiano con un gigante della pittura tedesca come Matthias Grünewald (1480 ca-1528). Se non lo avete ancora fatto, visitate il Musée d’Unterlinden a Colmar, in Alsazia, dove si trova l’«Altare di Isenheim», polittico terminato verso il 1516. Difficile uscire come prima da quella pittura in cui emozioni e colori fosforescenti esplodono con una violenza che l’arte ha conosciuto poche volte lungo i secoli, con un Cristo che risorge in una palla di fuoco che pare una deflagrazione atomica moderna. Da dove scaturivano queste immagini? Dove il pittore ha incontrato, per poterli poi dipingere, i più paurosi diavoli mai visti in una chiesa? E quella giovane donna d’oro che prega incessantemente sotto un baldacchino costellato di angeli? È «L’allegoria dell’Incarnazione» ma è al contempo fiamma, fede, luce divina che si manifesta come quasi mai. Fregandosene altamente del Rinascimento italiano (che sfiora soltanto), il pittore di Würzburg, di cui così poco si sa, ci ha lasciato un mondo onirico e visionario mai visto prima e che mai più sarà visto dopo. Incontrarlo è come incontrare un profeta dalla spada infuocata che ti segna la fronte: dopo, a meno di non essere un invertebrato con un cervello rettiliano, nulla è più come prima. Abbiamo rivolto all’autore alcune domande sul suo libro e sulle molte questioni che esso solleva e che saranno certamente oggetto di discussione a livello internazionale: non a caso il testo è stato splendidamente stampato in Italia ma scritto in inglese.
Professor Villata, da studioso italiano com’è nata l’idea di confrontarsi con un gigante come Matthias Grünewald, orgoglio dei tedeschi?
Ho sempre amato questo pittore, ma fino a un certo momento l’ho tenuto a distanza. Forse ne ero intimorito, più per la distanza culturale che per l’impatto emotivo delle sue opere. Il momento è arrivato, tutto d’un colpo, quando sono state realizzate le tre importanti mostre su di lui nel 2008: in Francia a Colmar sul Polittico di Isenheim, a Berlino sui disegni, a Karlsruhe sulla sua attività in generale. Ho deciso allora di dedicargli un corso monografico all’università in cui insegnavo allora, e ho pensato di dover preparare una dispensa, proprio per la scarsa disponibilità di testi in italiano. Certo, il volume a lui dedicato nei «Classici dell’arte» Rizzoli, redatto da Piero Bianconi, è a mio avviso uno dei migliori dell’intera collana, ma è pur sempre un testo del 1972, quindi bisognoso di profondi aggiornamenti. Nel preparare quel corso l’attività di Grünewald mi si è presentata sotto una luce nuova, con connessioni sia figurative sia teologiche non ancora o non pienamente esplorate. Ne è venuta fuori nel 2010 una dispensa che, passando attraverso un ampliamento pubblicato in italiano nel 2018, costituisce la base del libro di cui stiamo parlando adesso. In un certo senso Grünewald mi si è presentato così, tutto d’un pezzo, e anche se da allora ho aggiunto veramente molto materiale e ho corretto alcune cose, la sostanza non ha avuto bisogno di profonde revisioni.
Matthias Grünewald, «Le tentazioni di sant’Antonio», 1515 ca, Polittico di Issenheim, Colmar, Musée d’Unterlinden (particolare). © Foto tratta dal libro «Grünewald. Painter and Mystic of the German Renaissance» di Edoardo Villata (Officina Libraria, Roma 2025)
Secondo lei che cosa lega maggiormente il pittore all’Italia? E che cosa lo allontana?
Lo allontana la base culturale di partenza; lo allontana, e sembra un paradosso, il realismo, che non è quello da «pittore della realtà» di longhiana e testoriana memoria, né quello di sublime mimesi dei fiamminghi, ma è un realismo esaltato, portato agli estremi, sia di violenza sia di estasi. Per me è un mistico, che trasfigura la realtà senza però mai negarla, e non un visionario, che rappresenta un mondo fantastico, alternativo (il massimo rappresentante di quest’ultima categoria è ovviamente Hieronymus Bosch). Tuttavia ho dovuto constatare che, in una fase ormai avanzata della sua carriera, egli dovette subire il fascino dell’Italia, anche se in modo molto diverso da Albrecht Dürer. «La Madonna che culla il Bambino» nel Polittico di Isenheim indossa un mantello purpureo dello stesso tono che troviamo anche in Romanino. Di per sé potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma poi vediamo che da quel momento le sue figure si fanno più monumentali e volumetriche, la luce diventa più mobile e corrosiva, riconosciamo citazioni da Leonardo, da Mantegna, forse persino dall’antico. In alcuni casi possono bastare stampe e disegni per spiegare questo incremento di cultura, ma in altri no. Da qui la necessità di ipotizzare un viaggio in Lombardia e forse a Bologna. Credo di aver spiegato anche le ragioni che rendono plausibile questo viaggio, intorno al 1515-16: una finestra richiesta dall’evoluzione stilistica e giustificabile «storicamente». Poi esiste un caso, clamoroso, di parallelismo: proprio mentre dipinge la «Resurrezione» nel Polittico di Isenheim, a Roma Raffaello concepisce un Cristo risorgente con altrettanta signoria sulla legge di gravità. Come diceva Roberto Longhi, in quel momento i due pittori sono «tutta Italia» e «tutta Germania», e da poli opposti, e quasi sicuramente senza aver mai saputo nulla l’uno dell’altro, lavorano su una idea formale e teorica straordinariamente simile.
Come ha agito la Riforma sul pittore? Era appena iniziata.
Ma aveva già agitato le coscienze. Pensiamo ai tormenti di Dürer o a Lucas Cranach il Vecchio che diventa il pittore di Martin Lutero, pur non disdegnando committenze cattoliche. Pensiamo soprattutto al grande scultore Tilman Riemenschneider, il cui peso nella formazione di Grünewald non può essere sopravvalutato, o ancor più al pittore Jörg Ratgeb, profondamente influenzato dal nostro, che ebbero incarichi di responsabilità durante la terribile Guerra dei Contadini, che pagarono col carcere e con la vita. Grünewald venne a contatto a Isenheim con una cultura teologica molto influenzata dagli Agostiniani (gli Antoniti del convento per cui il polittico venne realizzato seguivano la regola agostiniana) e particolarmente, se l’esegesi che propongo è corretta, dal pensie ro del più autorevole agostiniano tedesco, Johann von Staupitz, che fu tra le altre cose il mentore del giovane Lutero. Al momento della morte, tra gli effetti lasciati da Grünewald furono trovati alcuni testi di Lutero, tra cui una predica sulle immagini che, pur presentando una posizione moderata, contribuì forse alla scelta del pittore di abbandonare i pennelli negli ultimi due anni della sua vita.
Matthias Grünewald, «Le tentazioni di sant’Antonio», 1515 ca, Polittico di Issenheim, Colmar, Musée d’Unterlinden (particolare). © Foto tratta dal libro «Grünewald. Painter and Mystic of the German Renaissance» di Edoardo Villata (Officina Libraria, Roma 2025)
Da dove deriva l’inquietudine di Grünewald? Alcuni suoi diavoli fanno paura ancora oggi e sembrano incarnare incubi che in Germania si sarebbero scatenati alcuni secoli dopo.
Sono perfettamente d’accordo: il Polittico di Isenheim fa paura. Per me, più ancora dei diavoli, è la tenebra livida dietro la Crocifissione a rappresentare perfettamente il concetto, anzi il sentimento di angoscia e di sordo terrore. Grünewald guarda la realtà, tutta intera, e la trasfigura, nel bene e nel male. Il corpo in putrefazione è davvero un corpo in putrefazione, anche se non esiste nella realtà un corpo martoriato insieme da ferite orrende e da bubboni osceni; il sorriso di una mamma è davvero il sorriso di una mamma, anche se nella realtà non così splendente di luce, e così via. Non so se lui abbia dato forma a incubi già latenti nel mondo tedesco. Goethe, che di quegli incubi ebbe chiara coscienza e per questo abbandonò i furori «sturmer» della giovinezza a favore di una classica serenità e osteggiò le inquietudini del povero Heinrich von Kleist, era compagno di scuola di Christian Lerse, cui si deve la salvezza del Polittico di Isenheim durante l’epoca napoleonica, e in un suo testo cita Grünewald assai precocemente. Paul Hindemith scrisse il celebre oratorio «Mathis der Maler» proprio nella Germania hitleriana, che ne proibì l’esecuzione e che valse all’autore l’esilio.
Qual è a suo parere il quadro più significativo di Grünewald?
Difficile scegliere. Il Polittico di Isenheim è sicuramente il più complesso e il più ricco di elementi di ogni genere. Ci si trova veramente di tutto: il dolore più atroce e la gioia più intensa, l’abiezione e l’estasi, la prospettiva e l’antiprospettiva, la musica angelica e la merda, la serena conversazione e la lotta contro un esercito di diavoli, l’angoscia e la comicità. Ma la doppia tavola di Tauberbischofsheim, oggi a Karlsruhe, non è meno indimenticabile nella sua monumentalità e nella sua tragicità ancora più definitiva, senza riscatto. Joris-Karl Huysmans, cui si deve la comprensione più profonda del Polittico di Isenheim, riteneva proprio questa tavola il vero capolavoro di Grünewald.
Che cosa auspica per gli studi d’arte comparati tra Italia e Germania? Siamo veramente un’Europa unita sul fronte dell’arte e delle ricerche?
Mah, gli studi italo-tedeschi funzionano molto bene sul versante degli artisti italiani (basti pensare, ma è solo un esempio, a quanta eccellente letteratura in lingua tedesca si trovi su Raffaello) e, a parti inverse, ai saggi di studiosi italiani su Dürer (e in minor misura su Cranach). Tuttavia nel caso specifico mi pare si sia ancora piuttosto indietro. Mi sembra che, probabilmente per ragioni linguistiche, la produzione italiana, comunque non ricchissima, fatichi a valicare le Alpi. Posso raccontare un aneddoto, a proposito della dispensa che avevo editato in forma spartana nel 2010: uno studioso tedesco si era complimentato con me per aver scritto il primo libro in italiano su Grünewald. In realtà c’era già stato il volume di Bianconi sopra citato, un libro ben illustrato (per quanto discutibile) di Giovanni Reale sul Polittico di Isenheim e qualche altra cosa. Infatti le reazioni fuori dall’Italia mi sono arrivate soprattutto dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Ungheria e dagli Stati Uniti. Ora spero, con questa pubblicazione in inglese, di raggiungere anche gli studiosi che, per ragioni di lingua o di problematiche del mercato editoriale, non hanno potuto leggere le versioni precedenti.
Grünewald. Painter and Mystic of the German Renaissance
di Edoardo Villata, prefazione di Pantxika Béguerie-De Paepe, 304 pp., 210 ill. col. e b/n, Officina libraria, Roma 2025, € 45
La copertina del volume
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