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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliA Pordenone, in un ex supermercato riconvertito all’interno dei Mercati Culturali, apre Die Gelbe Wand, nuovo spazio espositivo no profit dedicato alla fotografia contemporanea. Il progetto si inserisce nella strategia culturale legata al percorso verso il 2027 e si struttura fin dall’avvio come piattaforma di ricerca con un orientamento internazionale dichiarato. L’inaugurazione è affidata a Gak Yamada, alla sua prima personale europea, con una mostra curata da Marco Minuz.
La mostra di Yamada funziona come dichiarazione di intenti. Il percorso propone una costruzione per nuclei che rende leggibile una pratica in continua ridefinizione. Il punto di partenza resta la fotografia, intesa come superficie instabile e manipolabile, sottoposta a processi di alterazione che ne mettono in crisi la funzione documentaria. La serie HIGAN introduce questa tensione in forma esplicita. L’allestimento a parete unica trasforma la sequenza fotografica in campo visivo continuo, richiamando una genealogia che passa per Daidō Moriyama ma che qui viene spostata sul piano installativo. L’immagine perde la sua autonomia e diventa parte di un sistema percettivo più ampio.
Il lavoro successivo si concentra sull’intervento diretto sulla materia. Le stampe vengono immerse, esposte agli agenti atmosferici, abrase, bruciate. Il processo non è decorativo ma strutturale. La differenza tra supporti – la dissoluzione rapida delle carte Fujifilm, la resistenza stratificata delle Kodak – diventa elemento costitutivo dell’opera. Nella serie Red, la perdita del blu e l’emergere del rosso producono una riduzione cromatica che coincide con una presa di posizione sul consumo e sull’eccesso visivo. Threshold introduce un ulteriore passaggio. L’immagine viene attraversata da segni che assumono la forma di una scrittura illeggibile, una calligrafia che non comunica contenuto ma energia. La soglia evocata dal titolo si traduce in una condizione intermedia tra visibile e invisibile, tra superficie e retro, tra intenzione e accidente.
La seconda sala segna uno slittamento verso una dimensione più controllata. I light box stabilizzano temporaneamente il processo, trasformando l’immagine in forma compiuta. Il riferimento al concetto di kata introduce una riflessione sulla ripetizione come struttura operativa. In questo contesto, il suono non accompagna ma costruisce lo spazio, definendo un ambiente in cui percezione visiva e acustica si sovrappongono. L’uso dello scanner in Ku (Cielo) amplia ulteriormente il campo. L’immagine viene prodotta senza lente, svincolata dalla prospettiva fotografica tradizionale. Gli oggetti perdono peso e collocazione, entrando in una dimensione sospesa che ridefinisce il rapporto tra rappresentazione e realtà. La serie più recente, Kankō, chiude il percorso con un ritorno alla materialità primaria. Le superfici ispessite e incise con il calore evocano sistemi di scrittura arcaici, riportando la pratica dell’immagine a una dimensione originaria. Il gesto incide, segna, lascia traccia. La fotografia, a questo punto, è già altro.
Ku_03_©︎Gakyamada
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