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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliTrascendenza e quotidianità, totale immersione nel mondo, eppure rifiuto dei suoi valori più terreni, peculiarità del Medioevo più profondo e insieme una visionarietà che abbraccia e precorre temi e sensibilità tuttora attualissimi come l’empatia con il mondo naturale e il dialogo interreligioso. C’è certo tutto questo nella suggestione che da sempre esercita la figura di san Francesco, la cui iconografia viene ripercorsa ad Arezzo nell’ottavo centenario della morte dalla mostra «L’immagine di Francesco. Dal Medioevo al Novecento», allestita dal 3 ottobre al 10 gennaio 2027 da Gigi Cupellini nella Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea e nella Chiesa barocca di Sant’Ignazio, che ospita le opere di maggiore formato. Promossa dal locale Comune e Fondazione CR Firenze con Fondazione Guido D’Arezzo, in collaborazione con la Diocesi di Arezzo, Cortona e Sansepolcro e la Direzione regionale Musei nazionali Toscana del MiC, Fondazione Arezzo Intour e Discover Arezzo, la mostra è stato curata da Cristina Acidini, supportata da un comitato scientifico presieduto da Carlo Sisi e composto da Sandro Bellesi, Stefano Casciu, Liletta Fornasari e Angelo Tartuferi. Il catalogo è edito da Mandragora. Abbiamo intervistato la curatrice.
Dottoressa Acidini, quali sono i legami tra Arezzo e san Francesco?
Nelle terre aretine, Cortona e La Verna sono scenari francescani di primissimo piano, in cui Francesco è passato e ha interagito, lasciandone memoria soprattutto con l’importantissima fondazione dell’eremo. Si aggiunga che al Santo assisiate è dedicata la chiesa principale di Arezzo, quindi c’è veramente un legame profondo, con apici di importanza teologica straordinari. È alla Verna, infatti, che Francesco ha «subìto», per così dire, il sacrificio delle stimmate che lo ha reso l’«Alter Christus». Dal territorio aretino passano poi i cammini e le vie di Francesco che si diramano dall’Umbria.
Come nasce e si struttura il percorso della mostra?
È un percorso cronologico che, anche grazie ad alcuni focus, indaga l’iconografia francescana partendo dal 1250 circa, quando il ricordo diretto della fisionomia di Francesco in alcuni era ancora vivo. Trattandosi quindi di uno dei pochi santi di cui si conoscono le caratteristiche fisiche, diventano fondamentali le testimonianze antiche da parte non solo di Margarito, ma anche del Maestro della Croce 434, artisti che non lo hanno conosciuto ma hanno potuto probabilmente ricevere indicazioni precise da altri. Sono infatti questi gli anni in cui si assesta la sua iconografia, che presenta delle oscillazioni relative, ad esempio, alla presenza e lunghezza della barba, ma concorda su elementi fondamentali come il saio, che lo stesso Francesco disegna davanti al Papa e lo caratterizza per tutta la vita, diventando una vera e propria reliquia. Il percorso espositivo giunge al pieno ’900 di Gio Ponti, proponendo opere tratte sia dal contesto territoriale aretino sia da altri. La figura di Francesco viene interpretata con grande varietà di risultati, perché si potrebbe dire che ogni secolo, ogni momento della storia ha avuto il «suo» san Francesco. Compresi noi che abbiamo avuto un Papa con questo nome.
Andrea Vanni, «San Francesco d’Assisi», attorno al 1355-60, Altenburg, Lindenau-Museum
Margarito d’Arezzo, «San Francesco d’Assisi», 1250 ca, Museo Civico di Montepulciano
Come spiega la persistenza di questa profonda fascinazione anche sul mondo contemporaneo, molto più laico di quello che Francesco ha conosciuto?
Credo che la sua potentissima suggestione venga dai messaggi che noi consideriamo e sentiamo più attuali e vicini, come la rinuncia ai beni materiali affrontata da molti con la consapevolezza della necessità di coltivare anche i valori spirituali, una vita interiore non necessariamente religiosa. Un altro messaggio, diventato attuale a partire dagli anni Sessanta, è quello ecologico-ambientalista, inteso come comunanza con tutto il mondo naturale intonata da Francesco nel Cantico delle Creature. Un terzo grande tema esaltato nel ’900 è il dialogo interreligioso, in relazione all’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto, grazie al quale i francescani vengono nominati custodi dei Luoghi Santi in Palestina. Non è un caso, e questo lo dico grazie agli anni in cui ho ricoperto la carica di Presidente dell’Opera, che la Basilica di Santa Croce a Firenze sia il luogo per eccellenza del dialogo interreligioso. Non all’insegna dell’imposizione missionaria, ma della comprensione reciproca.
Quali sono le opere più significative proposte in mostra?
Settantadue opere delineano un percorso che parte dal Due-Trecento, quando ad esempio i grandi dossali affiancati da storie agiografiche si preoccupano di trasmettere ai fedeli anche analfabeti la fisonomia e la vita di Francesco, dalla clamorosa rinuncia ai beni nella piazza di Assisi ai miracoli post mortem. Tra le tavole più belle, spicca quella del Maestro della Croce 434 conservata al Museo Civico di Pistoia, che racconta il percorso terreno e ultraterreno di Francesco. È da notare che fin da prestissimo il Santo, con un evidente anacronismo, «entra» nella Crocifissione, inizialmente raffigurato piccolissimo, poi in modo sempre più naturalistico insieme alle Pie Donne e ai Dolenti. In seguito, verranno valorizzati episodi specifici, come quello molto rappresentato delle Stimmate. Si tratta della misteriosa apparizione alla Verna di un Cherubino con le ali aperte come un crocifisso, chiamato infatti Crocifisso Cherubico, che con le sue ali infuocate proietta cinque raggi su Francesco in preghiera che colpiscono mani, piedi e costato. Beato Angelico trasforma La Verna in un teatro di luce soprannaturale, mentre i pittori del Seicento, prediligendo esperienze più mistiche, immaginano un’estasi sconvolgente, in cui il santo viene come trasportato in un’altra dimensione spirituale. Altre valorizzazioni riguardano l’interpretazione di Francesco come eremita che medita sulla morte, in analogia con altri santi molto rappresentati nel Seicento come Maddalena e Girolamo, come si vede molto bene a partire da un bellissimo dipinto di Annibale Carracci della fine del Cinquecento. Dal pieno Seicento invece l’estasi non è più mostrata come fatto intimo, esclusivamente spirituale, nella solitudine e asprezza dell’eremo, ma diventa una visibile ammissione, per così dire, di san Francesco vivente alla visione del Paradiso. E allora è il momento dei cieli trionfali, della Madonna che porge il Bambino come nella bellissima scena dipinta da Pietro da Cortona per la Santissima Annunziata di Arezzo, in contesti scenografici e complessi che vedono la presenza di molti sacri protagonisti. Nel ’900 di san Francesco si recuperano alcuni elementi narrativi. Così accade, ad esempio, con un artista dal Modernismo molto austero come Libero Andreotti, che riscopre la predica agli uccelli, o Duilio Cambellotti di cui esponiamo, oltre a una magnifica vetrata, una serie di tempere con gli episodi più famosi della vita del Santo. Il recupero della dimensione narrativa si deve probabilmente al progressivo allontanamento dalla dimensione religiosa tipico del ’900, per cui gli artisti collaborano a diffondere nuovamente il messaggio francescano, ma c’è forse anche una componente introdotta dal cinema, se si pensa, ad esempio, alle opere della Cavani, di Pasolini e Zeffirelli. Queste sono tematiche che, come gli sviluppi del francescanesimo e i santi francescani, abbiamo sviluppato nel catalogo, data l’impossibilità di esaurire in una sola mostra l’intero messaggio e la profonda eredità di san Francesco.
Quali sono i principali prestiti?
Non potendo esporre opere di Giotto, dato che i suoi cicli sono affreschi inamovibili, abbiamo opere di suoi seguaci come quella, bellissima, del Maestro di Figline, questo umbro che certamente ha visto Giotto, proveniente dal Worcester Art Museum del Massachusetts. I musei italiani hanno collaborato in maniera molto generosa. La Pinacoteca Vaticana ci manda, ad esempio, «Le stimmate di san Francesco» del Beato Angelico. Tengo molto a sottolineare che la National Gallery di Londra, notoriamente molto cauta nei prestiti, ci manda una tavola di Botticelli dove campeggia su fondo oro Francesco che ascolta un’intera orchestra di angeli che suonano per lui. Il recente restauro, indipendente dalla mostra, ha peraltro permesso di attribuire l’opera al maestro, e non più alla bottega.
Jacobello del Fiore, «San Francesco riceve le stimmate», 1395-1400, collezione privata
Maestro della Croce 434, «San Francesco e otto storie della sua vita», 1230-60 ca, Museo Civico di Pistoia