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Redazione
Leggi i suoi articoliSotto i lucidi lampadari della Galleria Arrivada, Milano si trasforma, nello spazio di una mostra, in un piccolo universo in miniatura, dove ogni oggetto, animale o fiore sembra custodire una storia sospesa tra realtà e immaginazione. Qui, al 29 gennaio al 26 marzo 2026, Beatrice Pasquali presenta «Non più grande di una mano aperta», esposizione a cura di Angela Madesani che inaugura un ciclo dedicato alla pittura. Pittura, però, qui è una parola da maneggiare con cautela. Le opere di Pasquali - 14 x 14 centimetri, davvero “non più grandi di una mano aperta” - non si offrono come immagini compiute, ma come inneschi.
Il progetto nasce dal ciclo «Viridium fabula», una favola verde numerata progressivamente. Quarantotto tavolette che sembrano cartigli, etichette, promesse. Titoli figurati, descrizioni allusive, frammenti narrativi che precedono l’immagine e la rendono eventuale. La domanda è semplice e radicale: se la didascalia viene prima, l’opera esiste ancora nel senso tradizionale? Pasquali non risponde, preferisce spostare il baricentro sull’idea, in un dialogo evidente con Duchamp e Man Ray, ma senza citazionismo. Qui il concettuale non è dichiarazione teorica: è pratica minuta, quasi domestica.
Animali, piante, teste femminili, becchi d’anatra che si uniscono a formare un cuore, un alchechengi che diventa gabbia fiabesca, una gallina gravida di uova d’oro. Il verde attraversa tutto come un filo continuo: colore simbolico, naturale, ma anche mentale. Le didascalie non spiegano, suggeriscono. Aprono scenari che attingono alle «Metamorfosi» di Ovidio, alle wunderkammer, alle cere anatomiche della Specola, ai «Tacuina sanitatis» medievali. C’è un asino accanto a un sipario verde che rimanda, per vie traverse, al pannello con cui André Masson occultava «L’Origine du monde» nella casa di Lacan. C’è un’eco di Maurizio Nannucci e dei suoi «Sessanta verdi naturali», ma qui la catalogazione si scioglie in racconto.
Il gioco è una chiave decisiva. Pasquali guarda all’infanzia non come età nostalgica, ma come metodo conoscitivo. Le sorelle Agazzi che facevano svuotare le tasche ai bambini - ghiande, sassi, ritagli - diventano un modello: lavorare su ciò che si ha, trasformare l’ordinario in immaginazione. Le sue sagome, talvolta riempite di stoffa o pelliccia, ricordano i libri pop-up, le ombre cinesi, i volumi de «I Quindici». Una cavalletta ingigantita, una salamandra gialla e nera, un’ape catalogata come in un atlante entomologico.
Il percorso prosegue al piano inferiore con il ciclo «Souvenir» (2022-2023), dove la citazione della storia dell’arte si fa più esplicita. Sei steli verticali, 134 x 14 centimetri, su MDF laccato di rosa chiarissimo, ospitano paesaggi essenziali: cervi in un bosco innevato, un volo di gru, una volpe, un temporale. Il formato allungato rimanda ai dettagli laterali del Trittico dei Frari di Bellini. Qui la scena si raccoglie in basso, mentre il cielo occupa quasi tutto lo spazio. Un romanticismo trattenuto, intimista, che dialoga con le didascalie verdi del piano superiore.
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