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Redazione
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Un anno dopo. Il primo bilancio del nuovo corso della casa editrice Allemandi è decisamente positivo: «Sono bastati pochi mesi per dare forma concreta all’identità della nuova Allemandi, perseguendo l’idea di come l’avevamo immaginata nelle settimane precedenti l’acquisizione. L’editoria è un’industria che incentiva azioni speciali per connettere mondi diversi: istituzioni, imprese, comunità creative e tutti gli appassionati desiderosi di informazioni certe. La qualità dei nostri libri e la profondità del “Giornale dell’Arte” sono strumenti di conoscenza per raggiungere pubblici diversi e parlare a vecchi e nuovi protagonisti del Paese. I risultati già conseguiti sono lo stimolo più forte per insistere nelle innovazioni che caratterizzeranno quest’anno appena incominciato», ha dichiarato Michele Coppola, presidente della Società Editrice Allemandi.
È stato presentato ieri sera, 12 febbraio, alle Gallerie d’Italia-Milano il palinsesto 2026, «2026. Un anno da leggere. I palinsesti della Società Editrice Allemandi tra informazione, visione e storie dell’arte», che restituisce l’immagine di un sistema editoriale che tiene insieme memoria e innovazione, rigore informativo e nuovi linguaggi, volto a perseguire l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il ruolo della Società come player di riferimento nel mercato dell’informazione e dell’editoria d’arte.
«In dodici mesi abbiamo potenziato la rete distributiva, ampliato le partnership e consolidato l’organizzazione, ha spiegato Luigi Cerutti, Ceo Allemandi. Il 2026 rappresenta per noi l’anno in cui questo lavoro si traduce in un progetto editoriale pienamente riconoscibile: più integrato, più aperto a nuovi linguaggi e capace di sostenere una crescita duratura. Un anno, questo 2026, che segna un’espansione sia dei canali editoriali che dei prodotti, un ulteriore rilancio, dopo un 2025 di crescita, delle nostre ambizioni». Dal libro come «memoria condivisa» al telegiornale settimanale dedicato all’arte: il nuovo anno segna il passaggio definitivo da editore storico a media company culturale integrata.
Tra le novità più significative, la nascita del Telegiornale dell’Arte, primo notiziario italiano interamente dedicato al settore, co-ideato e condotto da Nicolas Ballario. Con cadenza settimanale e un linguaggio che riprende i codici del telegiornale (editoriale, notizie, rubriche, interviste) il format trasferisce nel video l’autorevolezza costruita in oltre quarant’anni di informazione specialistica, aprendo a pubblici più ampi e intercettando il rapporto sempre più stretto tra arte e mercato. «Non è un esperimento, ma un prodotto editoriale vero e proprio che si candida, sin da oggi, a diventare il punto di riferimento dell’audiovisivo in Italia nel mondo della cultura e dell’arte. Un modo per raccontare mostre, artisti, mercato e sistema culturale attraverso un linguaggio visivo contemporaneo, capace di intercettare pubblici più ampi. Ospiti sempre nuovi si alterneranno in uno studio che ricorda quello di un TG, ma con un’anima culturale a cominciare dalle scenografie», racconta Ballario.
Da sinistra: Paride Vitale, Nicolas Ballario, Pietro Della Lucia, Luca Zuccala, Ilaria Bonacossa, Michele Coppola, Jacopo Bedussi, Alessio Vannetti e Luigi Cerutti. © Margherita Borsano
Cuore del sistema resta «Il Giornale dell’Arte», oggi concepito come ecosistema che integra carta, digitale e community. Dopo il rinnovamento grafico e contenutistico avviato nel 2025, il mensile conta 200 pagine per numero, una tiratura standard di 20mila copie e oltre 1,5 milioni di visualizzazioni mensili online. Il sito, con 460 numeri e più di 55mila pagine d’archivio digitalizzate, ospita un’area premium e un nuovo e-commerce. «Abbiamo lavorato per trasformare il giornale in un ecosistema, sottolinea il direttore de «Il Giornale dell’Arte» Luca Zuccala. Carta, digitale e community non sono più canali separati, ma parti di un unico racconto, capace di restituire la complessità del sistema dell’arte contemporaneo. Fanno parte di questo processo anche l’apertura della sede di Milano e i prossimi presìdi a Venezia e Roma».
Accanto al giornale, rinasce «Vernissage», da inserto a magazine d’opinione semestrale dedicato alle imprese culturali progettato da Luca Zuccala, Jacopo Bedussi e Alessio Vannetti, e farà il suo ritorno «Il Giornale delle Fondazioni», dopo essere stato ceduto a Fondazione Venezia 2000 nel 2013, con un focus sul ruolo strategico delle fondazioni nel sistema culturale italiano.
Sempre più centrale anche l’area libri, da monografie e studi critici, a volumi dedicati all’arte, alla fotografia, al design e alla moda, oltre alla gestione di bookshop per grandi mostre e istituzioni culturali. «Continuiamo a pensare al libro come a uno strumento con cui una comunità decide cosa vuole ricordare di sé, afferma il direttore Area Libri, Pietro Della Lucia. Se il Giornale racconta cosa accade, il libro decide ciò che vale la pena ricordare, non è solo un prodotto commerciale. La qualità progettuale e scientifica resta la nostra priorità, tra nuove pubblicazioni e ristampe di titoli storici del nostro catalogo editoriale. Oltre a questo, guardiamo al 2026 come un anno nel quale rilanciare e espandere nuovi servizi per mostre e musei, con il nostro approccio che potremmo definire “acquamarina”: un ponte tra la sapiente artigianalità e l’innovazione». Tra i titoli 2026: Bernini e i Barberini; Giovanni Gastel. Rewind; Ugo Mulas / Jasper Johns; Giorgio Armani. Milano per amore; la riedizione de Le fabbriche del design, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e il Salone del Mobile di Milano, e il volume Van Dyck l’europeo, legato alla grande retrospettiva di Antoon van Dyck a Palazzo Ducale di Genova, la cui direttrice, Ilaria Bonacossa è stata ospite della serata: «Oggi la relazione tra media e istituzioni non può limitarsi alla dimensione promozionale. È uno spazio di corresponsabilità culturale, in cui l’informazione contribuisce a costruire contesto, senso critico e partecipazione. Senza un sistema editoriale autorevole, capace di interpretare e restituire complessità, anche l’azione delle istituzioni rischia di perdere profondità e risonanza pubblica».
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