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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliA distanza di cent’anni dalla sua riscoperta ad opera dell’archeologo italiano Luigi Ugolini, l’antica città albanese di Butrinto continua a sorprendere gli studiosi. L’ultima campagna di rilievi topografici e ricognizioni ha fatto riemergere numerose strutture antiche inedite, sia all’interno del parco archeologico sia sulle colline circostanti. Un risultato rilevante, ottenuto grazie all’impiego del Lidar, una tecnologia di telerilevamento capace di individuare le tracce del passato anche sotto una fitta copertura vegetale.
Affacciata su una laguna e abitata quasi senza soluzione di continuità per millenni, la città di Butrinto è uno dei siti archeologici più studiati del Mediterraneo. Malgrado ciò, ampie porzioni del territorio restano difficili da esplorare a causa della vegetazione spontanea, che nasconde strutture e reperti. «La città antica non è ancora stata del tutto scoperta», sottolinea Enrico Giorgi, professore associato al Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna e coordinatore della missione italo-albanese insieme a Belisa Muka dell’Istituto archeologico di Tirana.
Per superare questo ostacolo, la missione ha collaborato con il Laboratorio di Archeologia del Paesaggio e Telerilevamento dell’Università di Siena, guidato da Stefano Campana, realizzando il primo rilievo integrale del parco e della vicina penisola di Ksamil mediante tecnologia Lidar. Montato su un drone, in pratica il sensore laser misura la superficie del terreno e consente di elaborare modelli digitali ad altissima risoluzione, capaci di restituire la conformazione del suolo anche al di sotto degli alberi e degli arbusti.
Gli archeologi analizzano quindi le anomalie individuate, come depressioni, allineamenti e forme regolari, per verificare sul campo l’eventuale presenza di strutture antiche. Una ricerca tutt’altro che semplice: raggiungere i punti segnalati significa spesso farsi strada a fatica tra rovi e arbusti, con l’aiuto di Gps e machete.
Tra le scoperte più significative all’interno del parco figurano un edificio con due absidi, conservato in alcuni punti per quasi due metri d’altezza, e un pozzo con imboccatura realizzata in blocchi di calcare. La tecnica costruttiva dell’edificio richiama quella della Grande Basilica, uno dei monumenti simbolo di Butrinto, suggerendo un possibile collegamento con la fase tardoantica della città.
Sulle pendici nord-occidentali è stata individuata una cisterna circolare rivestita di malta impermeabile, mentre nei pressi dell’Acropoli è emerso un possibile tratto delle mura ellenistiche, costruito con grandi blocchi squadrati. Ad est del Foro romano, una depressione ha rivelato un grande edificio a due ambienti, con tracce d’intonaco, pavimenti in lastre di terracotta e una soglia in pietra con gradini. La presenza di banchine in uno spazio esterno suggerisce una possibile funzione pubblica.
Le indagini si sono estese anche alle aree circostanti, dove il Lidar aveva segnalato numerose anomalie. Qui sono stati individuati edifici antichi, sepolture scavate nella roccia e una chiesa a tre absidi, con muri conservati in alcuni punti per oltre due metri. Accanto alla chiesa è stato riconosciuto un altro edificio, forse con una prima fase di età romana. Non mancano testimonianze più recenti della storia albanese, come bunker e lunghe trincee risalenti al Novecento.
I risultati confermano il potenziale di una tecnologia che unisce rapidità e basso impatto sul terreno. Integrando rilievi digitali e verifiche dirette, gli archeologi possono così ricostruire una parte ancora nascosta della storia di Butrinto, dimostrando che persino un sito studiato da decenni può riservare scoperte di grande rilievo.
Vittorio Bertello
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