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Dettaglio di Senza titolo (Protesta?) di Salvatore Scarpitta del 1955 (Courtesy Tornabuoni)

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Dettaglio di Senza titolo (Protesta?) di Salvatore Scarpitta del 1955 (Courtesy Tornabuoni)

Mississippi: il capolavoro politico di Scarpitta: l’America ferita dentro la pittura europea del dopoguerra

Realizzato nel 1955, Senza titolo (Protesta?) di Salvatore Scarpitta emerge oggi come una delle più radicali testimonianze pittoriche del dopoguerra sul tema della violenza razziale negli Stati Uniti. Tra Futurismo rifondato, memoria antifascista europea e iconografia dei diritti civili, l’opera costruisce un linguaggio politico nuovo, capace di tenere insieme Roma, il Mississippi, Emmett Till e Rosa Parks dentro una stessa tensione storica. Il capolavoro è esposto alla Galleria Tornabuoni a Tefaf New York 2026

Ginevra Borromeo

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Ci sono opere che sembrano appartenere a un’altra cronologia rispetto al proprio tempo storico. Senza titolo (Protesta?) di Salvatore Scarpitta, realizzata nel 1955, è una di queste. Il dipinto appare oggi come un documento politico, una macchina visiva di tensione civile e insieme una straordinaria rifondazione linguistica della pittura del dopoguerra. In anni in cui gran parte dell’arte europea e americana oscillava tra astrazione formalista, Informale ed espressionismo esistenziale, Scarpitta costruiva invece una pittura apertamente immersa nel conflitto storico.

La data è decisiva. Il 1955 coincide con uno dei punti di rottura più drammatici della storia americana contemporanea. Nell’agosto di quell’anno Emmett Till, adolescente afroamericano di quattordici anni, viene linciato nel Mississippi. Pochi mesi dopo Rosa Parks rifiuta di cedere il proprio posto sull’autobus a Montgomery, in Alabama, aprendo simbolicamente la stagione delle grandi lotte per i diritti civili. Dentro questo clima, Senza titolo (Protesta?) assume il valore di un’opera quasi premonitrice. Al centro della composizione emerge la figura monumentale di un uomo afroamericano, sospesa tra sofferenza e resistenza. Il corpo sembra schiacciato dalla pressione di una forza meccanica che invade il lato sinistro del dipinto -automobili stilizzate, probabilmente vetture della polizia-  ma contemporaneamente avanza, si protende, si trasforma in figura collettiva di emancipazione.

L’ambiguità è fondamentale. Scarpitta non costruisce un’immagine narrativa. Costruisce un campo di collisione. Vittima e manifestante coincidono. Oppressione e rivolta si sovrappongono nello stesso gesto. La scritta “Mississippi” compare esplicitamente sulla tela, insieme alla sequenza numerica “13 13…”, interpretabile come riferimento al XIII Emendamento della Costituzione americana che abolì la schiavitù. Il testo entra nell’opera come slogan, segnale politico, frammento urbano. È una pittura che assorbe linguaggio, cronaca e trauma sociale. Ma il punto più interessante riguarda il modo in cui Scarpitta costruisce questa tensione. Nato a New York nel 1919 da padre siciliano e madre ucraina, cresciuto a Los Angeles e formatosi tra Stati Uniti e Roma, Scarpitta occupa una posizione profondamente transatlantica. Vive in Italia dal 1936 al 1958, attraversa il fascismo, la guerra, il dopoguerra europeo e il nascente movimento per i diritti civili americano mantenendo costantemente uno sguardo doppio.

La sua pittura nasce precisamente da questa frizione geografica e politica. Da una parte recupera il dinamismo del Futurismo italiano. Dall’altra lo svuota completamente della retorica fascista che ne aveva segnato la storia. Il movimento, la velocità, la frammentazione dello spazio e delle figure vengono riattivati come linguaggio di protesta e di conflitto democratico. È un’operazione straordinaria. Scarpitta prende uno dei grandi linguaggi compromessi della modernità italiana e lo converte in dispositivo antifascista e antirazzista. Parallelamente guarda al realismo afroamericano, a figure come Jacob Lawrence, alle lotte civili statunitensi, alle immagini della repressione poliziesca e della segregazione. Il risultato è una pittura profondamente politica ma lontana dalla propaganda.

Le superfici sono costruite per piani che si deformano e si sovrappongono dentro una gamma cromatica compressa tra beige, marroni e rossi improvvisi. La materia pittorica resta nervosa, instabile, attraversata da una continua energia cinetica. Tutto sembra sul punto di collassare o esplodere. In questo senso Senza titolo (Protesta?) anticipa molte questioni che diventeranno centrali nell’arte politica degli anni Sessanta e Settanta: il rapporto tra corpo e violenza istituzionale, l’uso del testo nell’immagine, la costruzione di un’estetica della protesta, la possibilità di una pittura direttamente immersa nel conflitto storico. Ma soprattutto l’opera rivela quanto la vicenda di Scarpitta resti ancora oggi parzialmente irrisolta nella storia dell’arte del secondo dopoguerra. Troppo americana per essere pienamente assorbita nella narrazione italiana. Troppo europea per essere inserita facilmente nella genealogia dell’arte statunitense. Troppo politica per il formalismo dominante di quegli anni. Troppo pittorica per le successive letture concettuali della critica contemporanea. Eppure proprio questa posizione laterale rende oggi il suo lavoro straordinariamente attuale. In Senza titolo (Protesta?) l’America segregazionista e l’Europa uscita dal fascismo smettono di apparire come storie separate. Diventano due facce della stessa crisi occidentale del dopoguerra: una crisi di violenza, esclusione e ridefinizione democratica. Scarpitta comprende che il problema non è soltanto rappresentare il conflitto. È trovare un linguaggio capace di sopravvivere alle macerie ideologiche del Novecento senza rinunciare alla propria forza politica. Per questo il dipinto non appare come una semplice testimonianza storica. Continua a funzionare come un’immagine inquieta e contemporanea, sospesa tra memoria della violenza e necessità della rivolta

Scarpitta 2, senza titolo (Protesta_) 1955

Ginevra Borromeo, 18 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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