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Redazione
Leggi i suoi articoliChi ha detto che le tartarughe debbano procedere necessariamente con lentezza? Per celebrare i suoi venticinque anni, Carpisa affida proprio al suo stesso logo il compito di attraversare, con passo insolitamente spedito, i territori dell’arte, del design e della moda. Nasce così «Mimì Keychain», capsule collection in edizione limitata di charm per borse e valigeria, sviluppata con Rampello & Partners e diretta artisticamente da Davide Rampello.
Tenendo per un attimo da parte il (legittimo) fine commerciale, il progetto insegna come la creatività possa apportare nuovo valore alle aziende, ripensando il loro brand e rendendolo vivo.
Mimì è piccola abbastanza da stare appesa a una borsa, ma ambiziosa quanto basta per diventare una superficie di sperimentazione. Non si limita a cambiare abito: cambia carattere, linguaggio e persino biografia a seconda di chi la interpreta. Il simbolo di Carpisa diventa così protagonista di otto variazioni affidate ad altrettanti creativi italiani. Una mostra collettiva in miniatura, insomma, con il vantaggio di poter essere portata a passeggio.
A orchestrare l’incontro è Davide Rampello, manager culturale, direttore creativo e curatore che da oltre quarant’anni lavora sul dialogo tra patrimonio, progetto e Made in Italy. La sua regia riunisce esperienze diverse, lasciando che ciascun autore restituisca una Mimì differente.
Mimì Keychain. Courtesy of Carpisa
Mimì Keychain. Courtesy of Carpisa
Alessandro Malossi, abituato a muoversi tra pittura e digitale, rallenta deliberatamente il ritmo con «Mimì Slow»: occhiali scuri, azzurro glaciale e un eloquente «Take it slow» sulla schiena. Più che un invito, quasi un programma politico per sopravvivere all’iperattività contemporanea. Gianpiero D’Alessandro, artista e designer dalle collaborazioni internazionali, firma invece «Mimì Graffi», versione vivace e urbana in cui la tartaruga sembra aver appena lasciato un muro metropolitano – o forse essere stata lei stessa il muro. Con «Mimì Baroque», Jacopo Ascari porta nel progetto il proprio gusto massimalista: colori accesi, decorazioni e una gioiosa insofferenza verso il «less is more». Per fortuna, ogni tanto, more is more. Samuele Scomparin, musicista di formazione e artista legato alla natura, trasforma Mimì in un talismano con «Mimì Lucky». Gianmaria Gerolin propone la rossa e quasi diabolica «Mimì Good», cortocircuito ironico tra nome e aspetto che ricorda quanto il «good», per essere interessante, abbia talvolta bisogno di essere al contempo perfido. Cento Canesio, cresciuto nella cultura dei graffiti e riconoscibile per i suoi celebri cani, realizza «Mimì Cento», innestando sulla fisionomia affettuosa del personaggio il proprio vocabolario pop e street. Ludovico Tersigni, attore e autore di una ricerca plastica nutrita dalla modellazione e dalla filosofia yoga, concepisce «Mimì Crew»: una tartaruga con berretto e occhiali, pronta a entrare in una comunità immaginaria e con l’aria di chi sa dove sia la festa. Chiude la serie Elisabetta Armellin, stilista, designer e fondatrice di V°73, con «Mimì Angel», candida, alata: l’angelo custode ideale, purché il moschettone sia ben chiuso.
«Mimì Keychain» non pretende di trasformare una borsa in un museo, ma dimostra che anche un oggetto quotidiano può diventare luogo di racconto, identità e immaginazione. La creatività abbandona per un momento il piedistallo - anche perché, date le dimensioni dell’oggetto in questione, sarebbe sproporzionato - e si lascia toccare, appendere, trasportare, vivere. Il prodotto acquista l’imprevedibilità che nasce quando un simbolo aziendale viene consegnato allo sguardo degli artisti.
Nel venticinquesimo anniversario di Carpisa, la tartaruga compie dunque un piccolo paradosso: resta immediatamente riconoscibile e, nello stesso tempo, diventa otto personaggi differenti. Slow, graffiante, barocca, fortunata, buona ma con riserva, pop, mondana, angelica, Mimì scopre di poter contenere molte identità. Forse è proprio questo il segreto dei simboli destinati a durare: avere un guscio solido, ma non paura di cambiare pelle.
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