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Uno dei pregevoli esemplari miniati esposti nella mostra «Il tempo della devozione. Libri d’ore italiani tra Medioevo e Rinascimento»

Foto: Accademia Nazionale dei Lincei

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Uno dei pregevoli esemplari miniati esposti nella mostra «Il tempo della devozione. Libri d’ore italiani tra Medioevo e Rinascimento»

Foto: Accademia Nazionale dei Lincei

Libri d’ore, bestseller del Medioevo

C’è tempo fino a domenica 15 febbraio per ammirare oltre cinquanta pregevoli esemplari miniati, dai primi del Trecento agli inizi del Cinquecento, esposti nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana a Roma

Claudio Strinati

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L’11 settembre del 1948 il presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi scrisse al presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei per istituire, in continuità e insieme discontinuità con la tradizione dei Premi reali, quello che sarebbe stato poi chiamato il Premio Presidente della Repubblica destinato a personalità italiane eminenti del mondo della Scienza, dell’Arte e della Cultura individuate dall’Accademia dei Lincei stessa, suprema tutrice dell’universo del sapere già all’atto della sua fondazione a Roma nell’anno 1603 da parte del geniale duca di Acquasparta Federico Cesi, all’epoca diciottenne!

Einaudi istituì subito dopo anche un Premio Presidente della Repubblica specificamente destinato a pittori, scultori e architetti individuati dall’Accademia Nazionale di San Luca nonché un Premio Presidente della Repubblica assegnato a musicisti individuati dall’Accademia Nazionale di santa Cecilia (anche queste due Accademie molto antiche come i Lincei, perché fondate entrambe alla fine del Cinquecento).

Queste benemerite iniziative continuano tuttora (l’Accademia dei Lincei conferisce anzi un ulteriore prestigioso premio, il Premio Feltrinelli) ma non hanno mai raggiunto la fama di un Festival di Sanremo, di un X Factor, di un’Olimpiade anche invernale, di un Premio Nobel; per cui quasi nessuno di noi viene mai a sapere chi siano i premiati di anno in anno e quale incidenza abbiano nella diffusione e nello sviluppo della cultura nazionale e internazionale.

Dal mio punto di vista questo fatto rattrista anche perché, se adeguatamente conosciuto e apprezzato dal più vasto pubblico, potrebbe attrarre l’attenzione di tanti potenziali interessati su quella che è la realtà effettiva della produzione culturale e soprattutto su quella dimensione della ricerca che, sia in campo umanistico sia in quello scientifico, mantiene una sua estrema importanza e validità nelle nostre vite.

Intendiamoci, non che i partecipanti a X Factor o al Festival di Sanremo non facciano ricerca. Specie i migliori la fanno, eccome! Ma soprattutto nel, peraltro, sacrosanto senso di ricerca del successo, della fama fondata sulla qualità anzi sull’eccellenza di ciò che viene proposto a beneficio del pubblico. Quindi nulla di negativo in questo atteggiamento considerato di per sé e implicante, del resto, inenarrabili fatiche e impegno indefesso. Tuttavia, e qui sta il punto, ciò non significa escludere, screditare o mortificare l’essenza dell’introspezione e della quiete necessariamente silenziosa sia in presenza del computer sia del libro cartaceo, così come è possibile e anzi auspicabile viaggiare non obbligatoriamente nell’ottica turistica.

Le tre grandi Istituzioni di cui qui si parla sono quindi a tutti gli effetti modelli di riferimento rispetto a tale tipologia di ricerca di cui danno continui e nobili esempi. In questa ottica un caso rilevante e da additare alla pubblica attenzione è quello delle crescenti attività espositive dell’Accademia dei Lincei.

A Roma, fino a metà febbraio, viene presentata nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana (in via della Lungara 10) una mostra in tal senso emblematica intitolata «Il tempo della devozione. Libri d’ore italiani tra Medioevo e Rinascimento» (catalogo Treccani dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana presieduto da Carlo Maria Ossola). Introdotta dal presidente dei Lincei Roberto Antonelli, a cura di prestigiose personalità dell’ambiente accademico come Francesca Manzari, Lucia Tongiorgi Tomasi, Ebe Antetomaso e Marco Guardo, la mostra, con un magnifico allestimento di Susanna Nobili, è stata concepita e realizzata dall’Accademia come completamento delle celebrazioni dell’appena trascorso Giubileo 2025.

Presenta oltre 50 libri d’ore in larga parte presenti nella Biblioteca Lincea ma integrati anche con prestiti della Biblioteca Apostolica Vaticana e altre istituzioni pubbliche italiane. Un’autentica meraviglia, gremita di libri invero eccelsi scaglionantisi dai primi del Trecento ai primi del Cinquecento, quando le illustrazioni da miniate diventano a stampa.

Nell’introdurre la mostra i curatori lo dicono chiaro: vedere questi bellissimi libri miniati (alcuni di cospicue dimensioni, altri microscopici) ci introduce alla conoscenza, specie in epoca tardomedievale e rinascimentale, «della relazione dei laici con il sacro» nonché alla perfetta cognizione de «la nascita della lettura e della preghiera silenziose, l’alfabetizzazione femminile, la diffusione e la recezione del libro in diversi strati sociali». E ci ricordano i curatori come «i libri d’ore prodotti nel mondo transalpino tra Francia e Fiandre siano stati definiti i bestseller del tardo Medioevo». Analogo discorso può essere fatto per molti dei testi prodotti in Italia con esiti veramente eletti e puntualmente esaminati nel catalogo Treccani, specie della seconda metà del Quattrocento quando fiorirono in diversi centri italiani miniatori di altissimo livello, molti dei quali è da credere fossero talvolta anche pittori su tavola e d’affresco. Vedere per credere, è proprio il caso di dire.

Claudio Strinati, 10 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Libri d’ore, bestseller del Medioevo | Claudio Strinati

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