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Una veduta del Caffè Aragno a Roma, oggi sede Apple Store

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Una veduta del Caffè Aragno a Roma, oggi sede Apple Store

L’iPhone come opera d’arte, croce e delizia dei nostri tempi

Note strinate • Questo dispositivo sembra essere capace di onorare l’ardita e sempre affascinante tesi di Richard Wagner alla ricerca del «Gesamtkunstwerk», l’opera d’arte totale che coinvolge tutti i nostri sensi

Claudio Strinati

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Per Natale mi sono fatto un regalo acquistando la versione superaggiornata dell’iPhone con l’Intelligenza Artificiale. Sono andato quindi nel «tempio» dell’Apple Store che a Roma occupa nel Palazzo Marignoli a via del Corso più o meno lo spazio che tanti anni fa era occupato da un altro tempio dell’arte e del sapere: il Caffè Aragno. Non vi ero mai entrato e, varcata la duchampiana (tale solo nella mia immaginazione, beninteso) soglia, ho avuto una sorta di laica illuminazione perché mi sono ricordato di quando, una ventina d’anni fa al tempo del Codice da Vinci, entrai nell’appena inaugurato Apple Store della Fifth Avenue di New York per comprare il modernissimo iPod che in Italia non si trovava facilmente. Ho rivisto lo stesso cerimoniale, severo ma giusto, con cui si riusciva ad accedere all’agognato bene. Ho rivissuto le stesse sensazioni che all’epoca mi avevano dato l’ebrezza della modernità con i commessi (ma il termine è inappropriato), autentici sacerdoti depositari di un sapere e di un’esperienza preclusi al piccolo, o anche grande, borghese desideroso, intimidito e brancolante nel buio dell’ignoranza. Quanto avrei voluto anch’io possedere quella competenza tecnico-scientifica, quella bonaria ma inflessibile disponibilità a guidare e consigliare, quella cortese fermezza, quella rigorosa praticità! 

Ed eccomi a Roma ancora un po’ impacciato eppure sono uscito dall’Apple Store con un sentimento di pienezza e di intima e duratura soddisfazione. Ho condiviso un’esperienza che ironicamente potrebbe definirsi mistica e realisticamente potrebbe ben definirsi estetica. Mi sono, infatti, convinto dell’idea che l’iPhone è fondamentalmente un’opera d’arte prodotta dalla scienza a un suo livello altissimo di consapevolezza e capacità di elaborazione. Anzi, proprio per questo motivo, è forse l’emblema artistico per antonomasia di questo primo quarto del XXI secolo, indispensabile per definirne una delle sue fondamentali specificità. Dell’opera d’arte ha la caratteristica preclara di essere prima di ogni altra caratteristica oggetto di contemplazione e infatti l’attività maggiore svolta dall’essere umano moderno che utilizza l’iPhone è guardarlo. E con la maggiore attenzione possibile, perlopiù chini sullo schermo, croce e delizia, peraltro, dei più eminenti pedagogisti del nostro tempo. 

Ancor più del cinema e delle serie televisive, onora l’ardita e sempre affascinante tesi di Richard Wagner alla ricerca del «Gesamtkunstwerk», l’opera d’arte totale che coinvolge tutti i nostri sensi portandoci fatalmente a realizzare quella latente aspirazione depositata nella coscienza di ciascuno di noi verso la sintesi universale cui la nostra mente tende sia a livello del preconscio, sia a quello della più formalizzata logica razionale. L’iPhone, in effetti, sembrerebbe essere stato concepito in tale direzione facendo funzionare, al massimo livello di attrazione e attenzione e pressoché contemporaneamente, tutti i cinque canonici sensi. Di cui tre assolutamente dominanti. La vista: strumento di contemplazione e di osservazione, di lettura e di scrittura, di studio e di divertimento. L’udito: mezzo di ascolto, dalla musica ai video, al messaggio vocale, ai social media. Non dimentichiamo, comunque, che l’iPhone è nato come telefono e lo è, ma si direbbe già ormai da tempo tramontata e obsoleta la parola italiana «telefonino» con cui lo chiamavamo noi, persone di un passato oscillante tra il prossimo e il remoto. Il tatto: per funzionare deve essere toccato e con modalità precipue alcune delle quali sconosciute al mondo antico, che non avrebbe compreso termini come cliccare, digitare, scaricare (riferito all’app). Odorato e gusto va ammesso che non partecipino granché, ma quando sono uscito dall’Apple Store sentivo invece assai netto l’odore del cellulare nuovo, come mi succedeva un tempo con le macchine. E il gusto? Qui in effetti pesa di più il significato metaforico, che dal dominio della gastronomia è continuamente trasferito in quello dell’arte qualunque sia la tecnica di riferimento, perché qui parliamo dell’estetica in sé. Il gusto è il senso e la predisposizione mentale attraverso cui passa il giudizio, proprio nel senso kantiano, del piacere, anche per quegli aspetti che non riguardano soprattutto la funzione concreta e precipua che si basa anche sul tatto (l’atto sessuale, specie secondo «L’anno che verrà» di Lucio Dalla è un buon esempio). Comunque la vogliamo mettere è il gusto inteso in senso lato a rispondere alla cruciale domanda che l’essere umano si pone in innumerevoli situazioni, tra cui l’arte sovente, abbinata o meno con la sfera della sessualità, rifulge: «Mi piace o no?». Certo che mi piace questo iPhone!   

Claudio Strinati, 16 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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