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Il Metropolitan Museum di New York

Courtesy of Metropolitan Museum

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Il Metropolitan Museum di New York

Courtesy of Metropolitan Museum

Met Gala 2026 e l’eterna consacrazione della moda

Sotto il cielo del Metropolitan Museum, il corpo diventa museo e il museo diventa passerella

Michelangelo Tonelli

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Il primo lunedì di maggio, al Metropolitan Museum of Art, la moda smette si presenta come «tesi curatoriale». Per il 2026, il Met Gala ha scelto un’affermazione tanto ampia da sembrare incontestabile: «Fashion is Art». Dopo l’annuncio del tema della mostra, «Costume Art», il dress code completa il quadro con una formula che suona come una consacrazione definitiva. La moda è arte. Punto. Ma è davvero così semplice? Per comprendere la portata simbolica di questa dichiarazione, bisogna tornare al luogo che la ospita. Il Met, la grande dame delle istituzioni artistiche newyorkesi, è un pilastro della cultura cittadina sin dalla sua fondazione nel 1870. Meta imprescindibile per turisti e conoscitori, custodisce universi storico-artistici che abbracciano oltre 5mila anni di storia. Il museo con la più ampia superficie al mondo e una collezione che conta circa 1,5 milioni di oggetti, dal minuscolo netsuke giapponese del XVII secolo a forma di teschio fino al monumentale Tempio di Dendur, cuore della sezione egizia, ospita gallerie che sono un atlante visivo della civiltà: le sale dedicate agli Old Masters riuniscono capolavori di Rembrandt, Caravaggio e Johannes Vermeer - con cinque opere di quest’ultimo, il nucleo più consistente al mondo - accanto a giganti come Bruegel ed El Greco; l’American Wing ospita le vetrate di Tiffany e un intero soggiorno progettato da Frank Lloyd Wright; la sezione egizia è dominata dal già citato Tempio di Dendur; le period rooms Wrightsman conservano arredi appartenuti a Marie Antoinette; mentre le sale di Arms and Armor espongono, tra le altre meraviglie, un’armatura realizzata per Henry VIII. E poco più a nord, tra i giardini di Fort Tryon Park, The Cloisters raccoglie l’arte medievale tra architetture e chiostri che evocano Bisanzio, il Romanico e il Gotico.

È in questo tempio enciclopedico dell’arte che la moda chiede di essere riconosciuta come pari. Lo scorso autunno, il Costume Institute ha annunciato un’esposizione monumentale: circa 400 oggetti in dialogo, tra haute couture e opere d’arte, per inaugurare le nuove Condé M. Nast Galleries accanto alla Great Hall. A guidare l’operazione è Andrew Bolton, che da anni costruisce il percorso di legittimazione museale della moda. Bolton ha ricordato come negli ultimi vent’anni la moda abbia ottenuto un riconoscimento crescente, comparabile a quello riservato alla pittura e alla scultura, ma ha anche sottolineato che questa accettazione è avvenuta «alle condizioni dell’arte», spesso attraverso un distacco dal corpo reale e funzionale.

Ed è proprio il corpo il fulcro dell’edizione 2026. La mostra sarà organizzata attorno a una «tipologia dei corpi»: dai nudi classici e atletici a forme meno celebrate nella storia della moda, come i corpi anziani o gravidi. Un tentativo di ampliare il canone estetico, di includere vulnerabilità e imperfezioni in un sistema che per decenni ha privilegiato un modello normativo e levigato. Il corpo, celebrato nelle sue resilienze e fragilità, diventa musa e materia, superficie e significato.

Il paradosso resta potente. Mentre si proclama la gloriosa diversità del corpo, il gala rimane uno degli eventi più esclusivi al mondo, con biglietti che possono raggiungere i 50mila dollari. L’arte del corpo viene consacrata all’interno di un rituale elitario che trasforma il red carpet in un palcoscenico globale, dove ogni abito è insieme opera e strategia mediatica. Le co-chair del 2026 incarnano questa intersezione tra cultura e spettacolo: Beyoncé, Nicole Kidman, Venus Williams e Anna Wintour, figure che attraversano musica, cinema, sport ed editoria, confermando come la moda sia oggi un linguaggio trasversale, capace di fondere cultura alta e cultura pop in un’unica narrazione visiva. «Fashion is Art» suona come una verità autoevidente ma porta con sé una domanda silenziosa: chi stabilisce quando la moda diventa arte? Il museo, con la sua autorità storica? Il mercato, con la sua capacità di creare valore? O il pubblico, con il suo sguardo globale e digitale? Inserita tra i Rembrandt e il Tempio di Dendur, la moda acquista aura inedita. A maggio vedremo quale forma prenderà questa dichiarazione sul tappeto rosso. 

Michelangelo Tonelli, 26 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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